Miguel de Cervantes Saavedra.
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Novelle.
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Parte 1.
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1912. G. Laterza Editore, BARI.
Traduzione ed illustrazioni di: Alfredo Giannini.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato dal "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Indice di questa parte.
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PREFAZIONE.
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INTRODUZIONE.
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1. CANTUCCIO E SCORCINO (RINCONETE Y CORTADILLO). 
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2. LA POTENZA DEL SANGUE.
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3. IL DOTTOR VETRIERA.
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4. IL GELOSO DELL'ESTREMADURA.
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FINE Indice.
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PREFAZIONE. di: Alfredo Giannini.
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Ho tentato di dare una traduzione moderna, fedele e italiana al tempo stesso, di alcune delle "Novelas ejemplares" del Cervantes che mi sono sembrate tra le migliori. Non io creder di aver fatto cosa perfetta; so di avere usato la diligenza maggiore che ho saputo e potuto per superare le molte difficolt ben note agli studiosi di una lingua, pi insidiosa di quello che si creda comunemente per le somiglianze con la nostra, troppo spesso apparenti soltanto. I quali studiosi ben sanno anche che di traduzioni italiane moderne delle novelle cervantine non ce n'.
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Le tradussero nel Seicento Guglielmo Alessandro de' Novilieri Clavelli (Venezia, 1626 e 1629), un francese buon conoscitore dell'italiano, e, miseramente, Donato Fontana (Milano, 1627); riprodotta la traduzione del primo da Giulio Antimaco (Eugenio Camerini) nell'edizione milanese del Pagnoni nel 1875 con l'aggiunta del Prologo, omesso dal Clavelli, e la versione delle ballate spagnole intercalate nelle varie novelle, meno che di quella cantata da Marialonso nel "Geloso", di cui  dato soltanto un brevissimo sunto. Pi recentemente, col nome di traduzioni, mentre non sono il pi spesso che curiosi pasticci, neppure lontane parafrasi, tanto sono rimaneggiate, interpolate, alterate, Ulderico Belloni pubblic dal 1870 al 78 (Pavia, Fusi), in troppo meschina veste tipografica, a fascicoletti, sette delle "Novelas" (Il geloso d'Estremadura, Le due donzelle, L'amante liberale, La forza del sangue, Il matrimonio fallace, La spagnuola inglese, L'illustre sguattera), pi "Il curioso impertinente" inserito nel "Quijote".
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Ristampate di sul Novilieri-Clavelli, con leggeri mutamenti per dare qualche po' di colorito moderno o meno antico, sono "Preziosa" e "Cornelia" nel n. 6 della Biblioteca Universale (Milano, Sonzogno, 1882); pi fedelmente invece "Il dottor Vidriera, La spagnola inglese, Il matrimonio per inganno, e Il colloquio dei cani" furono ristampate da E. Perino (Roma, 1884) di sull'edizione di Giulio Antimaco. La lingua, lo stile antiquato, non rari spagnolismi e francesismi non ci fanno piacere, in verit, la lettura del Novilieri-Clavelli, pur sempre preferibile al Fontana, troppo pi secentista; a ci si aggiungano, nell'uno e nell'altro, arbitrarie soppressioni e mutazioni, qua e l, per le esigenze della rigorosa censura.
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Ricordo in fine, per la bibliografia delle novelle cervantine, che Eugenio Mele trov della "Jitanilla" una traduzione di Barezzo Barezzi, inserita nel suo rifacimento del "Lazarillo de Tormes" (In Venetia, presso il Barezzi, 1622); cos anche fece noto che qualche anno prima Francesco Angeloni dava veste italiana a "La fuerza de la sangre". (Cfr. Per la fortuna del Cervantes in Italia nel seicento, in "Studi di Filol. Mod.", 1909, fasc. 3-4). Della stessa "Jitanilla" fu pubblicata a Lipsia (Fed. Lanchish Eredi, 1751) una traduzione di don Clemente Romani col titolo "Zingarella o gli Amori di Don Giovanni de Carcamo e Donna Costanza D'Azevedo, nova historia ecc...". Un'altra novella del C. fu pubblicata per cura di Pompeo Litta a Milano (Pirotta, 1833) col titolo: Novella di Cornelia Bentivoglio ed Alfonso d'Este, da un codice della Marucelliana. Segnalata dal Gamba fra i testi di lingua, fu da Pietro Giordani fatto accorto che si trattava della novella cervantina "La seora Cornelia". Il testo delle novelle del quale mi sono servito  quello dell'edizione di Lipsia (Brockhaus, 1883); per tre (Rinconete y Cortadillo, El celoso E. e Coloquio ecc...) mi sono anche giovato di quello della "Bibl. Romanica" di Strasburgo, n. 41-44; e, in particolare, per il Rinconete, dell'edizione critica, come  detto a suo luogo, del Rodrguez-Marn.
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 omaggio ed espressione modesta di molta gratitudine ad EUGENIO MELE che mi volse a questo lavoro e mi sorresse di aiuti, di consigli amorevoli.
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Alfredo Giannini.
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INTRODUZIONE. di: Alfredo Giannini.
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Di Michele Cervantes non sono ben note, di solito, le molte opere minori tra cui le "Novelas ejemplares" (Novelle istruttive). Sono in numero di dodici, non essendo finora sicuramente dimostrata per sua una tredicesima, cio: "La Tia fingida" (La supposta zia) pubblicata come sua nel 1814 da Augustn Garca Arrieta, e meglio poi nel 1818 da Federico Augusto Wolf da una miscellanea di svariati racconti gai ("Compilacin de curiosidades espaolas") che tra il 1606 e il 1610 mise insieme un erudito prelato sivigliano, amico del Cervantes, il Ldo Francisco Porras de la Cmara, per spasso, negli ozi estivi, dell'arcivescovo di Siviglia, don Fernando Nio de Guevara, e rintracciata dall'erudito don Isidoro Bosarte nel 1788 nella Biblioteca di S. Isidoro di Madrid, a cui era passata dal collegio dei Gesuiti dopo l'espulsione della Compagnia; miscellanea che con "La Tia fingida" comprendeva altre due autentiche: il "Rinconete y Cortadillo" e "El celoso extremeo" (Il geloso della Estremadura)(1).
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Il Fitzmaurice-Kelley osserva che al Cervantes  toccato quello che tocca alla maggior parte di quei pochi i quali hanno creato un capolavoro di fama universale; cos che dell'immensa fama del Don Quijote son venute a scapitarne queste novelle. Il giudizio concorde dei critici pi autorevoli tuttavia  che, pur restando al disotto dell'opera grandiosa, non avendone certo l'ampiezza di concezione n l'epica fantasia n la signorile prodigalit, esse non ne sono lontane e bastano da sole a creare una fama; che, quand'anche il Cervantes non avesse scritto altro, il suo nome sarebbe pure annoverato fra i maggiori della letteratura spagnola(2). "Un vero tesoro di diletto e d'insegnamento" il Goethe affermava di trovarvi, in una lettera a F. Schiller del 1795; "divine" le giudicava F. von Schlegel. Il Cervantes che crea un nuovo tipo di forma d'arte d'insolita e straordinaria bellezza, che crea un nuovo mondo poetico, amore, terra e nuovi cieli, scrive con la grande autorit sua il Menndez y Pelayo, non  quello della "Galatea" n quello del "Persiles" ma  il Cervantes del "Quijote" di cui le novelle migliori paiono larghi frammenti; le novelle migliori, tra cui "Rinconete y Cortadillo" con la lettura delle quali si integra la rappresentazione della vita spagnola contenuta nel "Quijote" da cui sono inseparabili e a cui debbono servire d'illustrazione e complemento. "Di gran valore per se stesse queste narrazioni perfette, non ci spiegheremmo per con esse sole il misterioso genio del Cervantes. Debbono essere lette al punto in cui il loro autore volle che si leggessero e che indic perfino con l'ordine materiale della pubblicazione; ci , fra la prima (1605) e la seconda parte del "Quijote" (1615). In questo modo il genio frammentario che risplende nelle Novelle serve di complemento all'abbozzo, pur frammentario e pregevolissimo, della prima parte del "Quijote" e prepara all'opera serena, perfetta, equilibrata della seconda parte, nella quale l'intenzione poetica del Cervantes raggiunge la piena coscienza della sua opera, cambiandosi di genialmente ispirata in divinamente riflessiva"(3). Pubblicate nel 1613, sono piuttosto nate col Don Quijote, osserva giustamente il Sanvisenti, ed appartengono al medesimo lavoro d'intelletto che non come si potrebbe superficialmente credere una prova o un piccolo saggio di ci che poi sarebbe stato il Quijote(4).
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La letteratura spagnola ha tutta una ricca fioritura novellistica anteriormente al Cervantes; novelle pastorali procedenti dalla "Diana" del Montemayor; cavalleresche, da "El caballero Cifar" del sec. XIV, al modello di tutti i romanzi di cavalleria spagnoli del '500 che fu l'"Amadis" di Garca Rodrguez de Montalvo, composto e pubblicato tra il 1492 e il 1508; picaresche, di carattere schiettamente nazionale, dalla "Celestina" al "Lazarillo de Tormes" al "Guzmn de Alfarache" di Matteo Alemn, alla "Pcara Iustina" di Francesco Lpez de beda; moresche, come la storia di Abindarrez e Jarifa, inserita da Antonio de Villegas nel suo "Inventario", il privilegio per la stampa del quale  del 1551. Copiosa  pure la novellistica medievale, alimentata anche in Ispagna da fonti diverse e particolarmente arabe; ma si pu ritenere che il Cervantes non conobbe n le 466 novelline di "El libro  suma de los Enxemplos por a b c", dell'arcidiacono Snchez de Vercial, n le parabole di "El libro de los Gatos" o i "Castigos" di Sancho IV o il famoso "Barlaam y Josaphat" n i circa cinquanta apologhi e aneddoti morali del "Conde Lucanor" del secolo XIV, poich l'autore del Don Quijote n fu un erudito n forse studi mai, come qualcuno credette, all'Universit di Salamanca n di Alcal(5).
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Con gli altri romanzi di cavalleria spagnoli, di cui si fa la ben nota critica nella rassegna della libreria di Don Quijote (I, 6) dovette molto verosimilmente conoscere "El caballero Cifar", di cui fu fatta a Siviglia un'edizione nel 1512; ma non  provato che derivasse dai caratteri di Cifar o di Robon e del loro compagno, il Ribaldo, dalla maliziosa bonomia, smanioso di citare proverbi a dritto e a rovescio, quelli dell'umoristica coppia inseparabile di Don Quijote e del suo scudiero Sancho Panza. Coteste ampie narrazioni cavalleresche, picaresche, pastorali, amorose, moresche prendevano pi propriamente il nome di "libros de pasatiempo  de historias"; le novellette (novelas cortas) invece si chiamavano "cuentos" (conti), "patraos" (fiabe) "consejos" (consigli), e le novelle del C. sono ben diverse da quelle e da queste. Cos che l'affermazione che egli fa nel Prologo ad esse: "io sono il primo che ho novellato in castigliano, poich le molte novelle che in questa lingua sono stampate, tutte son tradotte da lingue straniere(6)"  giudicata rigorosamente esatta dal Menndez y Pelayo (op. cit.) "se si intenda, come deve intendersi, della novelletta, la sola a cui allora si dette questo nome di novella. Ed effettivamente le poche raccolte di questo genere, pubblicate nel sec. XVI, per es. "El Patrauelo" di Timoneda, di spagnolo non hanno che la lingua, poich la maggior parte dei conti che contengono  imitata e tradotta dall'italiano(7).
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Il Cervantes pertanto intitol "Novelas" all'uso italiano dal Boccaccio in poi, le sue, caratterizzate dalla originalit, per lo pi, e dallo spirito nazionale che le anima. Quanto alla originalit tuttavia, una qualche riserva va pur fatta a quanto afferma il Cervantes nello stesso Prologo: "e queste son proprie mie, non imitate, n rubate; il mio ingegno le concep, e le dette alla luce la mia penna". Infatti, per non dire di "El curioso impertinente" inserita nel "Don Quijote" (I, 33) e ispirata da un episodio dell'Ariosto (Orl. Fur., c. XLI e XLII), "El celoso extremeo"  basato su di un vecchio tema comunissimo nella novellistica(8) e "El coloquio de lo perros" ricorda l'"Asino" di Luciano e il "Brancaleone" di Latrobio Filosofo. Il merito del Cervantes, dice G. B. Marchesi(9) "sta sopratutto nella forma splendida e varia, colla quale seppe dettare le sue narrazioni, fondendo talvolta la finzione colla storia, ritraendo o, con fina arguzia, satireggiando i costumi del suo tempo, tenendo sempre legata l'attenzione del lettore dal principio alla fine dei suoi lunghi racconti. Con lui venne maggiormente diffusa e, per cos dire, consacrata la moda di fare argomento della novella, non pi le solite arguzie, gli scherzi, i lazzi, le buffonerie dei favolelli antichi, ma fatti, se non pi gravi, almeno pi complessi e interessanti, casi e avventure immaginate o vere che ritrassero maggiormente la vita reale della nazione. Ci fu insomma una specie di reazione alla vecchia maniera di novellane all'italiana". Si tratta insomma di storie d'amore romanzesche e drammatiche, di narrazioni d'avventure, di casi impensati, (come La zingarella, L'amante liberale, La spagnola inglese, La potenza del sangue, La illustre sguattera, Le due fanciulle, La signora Cornelia) allo svolgimento dei quali l'arte dell'autore d aspetto di verosimiglianza, tanta  la naturalezza con la quale racconta e della quale poi mancarono gli stucchevoli novellatori che dal maraviglioso invece, dalla preziosit dello stile, dal culteranismo credettero conseguire l'effetto; quali, tra gli altri, Diego de Agreda y Vargas, autore di dodici novelle morali, di cui "El Viejo enamorado" ricorda il "Celoso" del C.; Alonso de Salas Barbadillo, della "Ingeniosa Helena" del quale parve ricordarsi il Molire nel suo "Tartuffe", Gonzalo Cspedes y Meneses, e Alonso del Castillo Solrzano, l'italiano Giuseppe Camerino di Fano, vissuto lungamente a Madrid, scrittore in puro castigliano di novelle amorose(10); Francesco de Santos, Alfonso de Alcal y Herrera e Navarrete y Ribera, nei quali l'artifizio esteriore giunge al colmo, fino al punto di credere d'interessare col sopprimere in cinque novelle rispettivamente le cinque vocali! Del resto l'influenza del C. sui novellieri spagnoli posteriori fu minore di quel che si crederebbe. L'Icaza osserva che anche dopo il C., in Ispagna, pur le raccolte di racconti che hanno per sottotitolo "Novelle istruttive" solo nel nome si assomigliano a quelli del C., che l'opera cervantina circa all'arte del novellatore non ebbe influsso diretto, ma riflesso e non fece scuola; che dalla meta del sec. XVII e durante il XVIII delle novelle del C. vediamo copiati alcuni episodi in quel che hanno di meno importante, tanto da potersi anche sopprimere, senza danno del legame artistico, perch manca insieme con lo studio dei caratteri e delle passioni; che si segue la corrente letteraria straniera, specialmente italiana, il vecchio artifizio delle novelle italiane: di riunire, cio, con un pretesto qualunque, varie persone le quali ingannano il tempo raccontando scambievolmente storie; cos che si ha una lunga serie di raccolte novellistiche di "Navidades, Carnestolendas (i tre ultimi giorni di carnevale), Noches, Dias, Tardes, Meriendas, Fiestas, Iornadas, Saraos (veglioni) Avisos, Ejemplos, Engaos, Desengaos, Experiencias ecc... che costituiscono la gran massa delle novelle spagnole nel secolo XVII e al principio del seguente(11).
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Altre novelle del C. (Il geloso dell'Estremadura, Il matrimonio per inganno, Rinconete e Cortadiglio, ossia Cantuccio e Scorcino) rappresentano quadri di vita nazionale e di costume, veri sempre anche quando sembrano pi caricate le tinte; due in fine (Il dottor Vetriera e la Conversazione dei cani) sono pi particolarmente umoristiche, d'un umorismo acre.
L'arte e la personalit letteraria del Cervantes novelliere si affin a mano a mano. E pass, secondo l'Icaza, per quattro fasi: da una prima, rispecchiata in "El cautivo" inserito nella prima parte del "Don Quijote" e in "El amante liberal" in cui fa soggetto di narrazione quanto egli stesso ebbe a provare negli anni della sua prigionia; ad una seconda, in cui, raccogliendo le memorie della sua dimora in Italia, scrive novelle alla maniera italiana; ad una terza, quando nella novella frammischia episodi vivaci e pitture di costume, di carattere nettamente spagnolo; e in fine all'ultima quando, padrone della sua personalit letteraria, signoreggiando i segreti di un'arte che andava discoprendo, divenne novelliere psicologo, maestro dei maestri nel racconto satirico e nell'amoroso; saliti per opera sua a maggior nobilt e dignit. Ora, potremmo, forse riconoscere come ben tracciata questa via ascensionale seguita dal Cervantes novelliere se fosse, intanto, sicura la cronologia delle novelle. Il Fitzmaurice-Kelley riassume i resultati pi probabili dei migliori critici, e, nulla potendo dire circa la data della "Fuerza de la sangre" (La potenza del sangue), conviene che "El amante liberal" "Las dos doncelas" possono essere state scritte prima che fosse pubblicato il Don Quijote; il "Rinconete y Cortadillo" fra il 1603 e il 1604, "El celoso extremeo" fra il 1604 e il 1605; "La espaola englesa" e "El casamiento engaoso" il 1605 o pi tardi; "La Jitanilla, El Ldo Vidriera, La ilustre fregona e La seora Cornelia" il 1606 o pi tardi; infine "El coloquio de los perros" fra il 1606 e il 1608; ed esclude ad ogni modo l'opinione del Watts che la maggior parte delle novelle sia stata scritta fra il 1599 e il 1603(12). Inoltre, ci sarebbe da dubitare che proprio segnino una divisione netta fra le novelle le caratteristiche fissate dall'Icaza e corrispondenti rispettivamente ai quattro periodi per i quali l'arte del C. sarebbe passata. L'analisi psicologica, ad esempio, che contradistinguerebbe le ultime novelle, non  forse finissima e profonda nella pittura del carattere di Leonisa che ha tanta parte in una delle prime, quale  "El amante liberal"? Nel "Rinconete y Cortadillo" come acutamente sono studiate e potentemente espresse le anime volgari, specie della vecchia pinzochera e della mala femmina maltrattata e pur amante del drudo! Ora questa novella  delle prime anche cronologicamente. .
Circa la pretesa italianit poi di alcune novelle che costituirebbero il gruppo del secondo periodo, qualcuno potrebbe sollevare altri dubbi. Il Cervantes fu ammiratore dell'Italia, della lingua e dell'arte italiana, studioso dei nostri classici, ma quanto davvero abbiano d'italiano "La signora Cornelia, Le due fanciulle - nuove Bradamanti e nuove Marfise - e La potenza del sangue, andrebbe piuttosto dimostrato che vagamente affermato. Qualche accenno a citt italiane, qualche scena in Italia come in "La signora Cornelia", l'azione della quale si svolge a Bologna, qualche figura tipica italiana come quella del sacerdote italiano "ricco amante delle arti(13)", appunto in questa novella, i vari italianismi notati qua e l, non paiono elementi bastevoli per concludere circa l'impronta e il carattere italiano dell'uno o dell'altro dei racconti. Pur tenendo conto di tali riscontri accidentali, secondari, del tutto esteriori, il colorito, la fisionomia del contenuto delle novelle cervantine resta essenzialmente spagnolo, nazionale. Un influsso italiano, profondo e incontestabile ma, solo rispetto alla forma, rispetto alla particolare tempra del suo stile, delle variet quasi infinite dei suoi espedienti artistici, e influsso generale per tutte le novelle, afferma esplicitamente il Menndez y Pelayo essere derivato al Cervantes dal Boccaccio. Ci e non altro, intese significare Tirso de Molina l dove (per citarlo ancora una volta) in un passo del "Cigarrales de Toledo" chiama "nuestro espaol Bocacio" il Cervantes. "Sarebbe un errore, avverte il Fitzmaurice-Kelley, immaginare che il Cervantes  per ogni verso sostanzialmente debitore al suo predecessore italiano: le qualit comuni ad ambedue sono una felice semplicit nel narrare, diretta e originale osservazione della vita e una generale fedelt alla natura. Senza dubbio, segue a dire l'illustre critico, il Cervantes conobbe altri novellieri italiani, ma nulla si avvantaggi di essi, e quando alcuno credesse ravvisare in lui come nelle "Due fanciulle" l'influsso del Bandello, di Cintio, del Firenzuola o del Lasca, rischierebbe di errare.
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Il romanzo cavalleresco e avventuroso cos caro al secolo XVII,  rispecchiato nel maggior numero delle novelle del Cervantes. "La potenza del sangue" dove la triste avventura di Leocadia rapita e violentata da Rodolfo, ha poi lieto scioglimento per il verificarsi di una specie di agnizione col mezzo di un Crocifisso che la fanciulla abbandonata ha portato con s dalla casa del suo seduttore, racconta una peripezia romanzesca di una trama piuttosto semplice(14) rispetto a quelle pi aggrovigliate della Zingarella, dell'Amante liberale, della Spagnola inglese, della Illustre sguattera, delle Due donzelle, della Signora Cornelia. N solo questa novella basa lo scioglimento sull'espediente classico dell'agnizione. Anche Preziosa, che il C. deriv da Tarsiana del "Libro de Apollonio" (un poema anonimo spagnolo rifatto su di un romanzo greco nel sec. XIII) e che inspir a V. Ilugo la soave figura di Esmeralda e a T. Middleton la "Spanish Gipsy"  da Doa Guiomar de Meneses e da Don Fernando de Acevedo, podest di Murcia, per mezzo di un certo scritto conservato in un cassettino di ornamenti fanciulleschi e col riscontro di un neo sul seno e di un difetto a due dita al piede destro, riconosciuta per la loro figlia Costanza, scomparsa perch rapita da una vecchia zingara pi che quindici anni prima, e per amor della quale si era fatto zingaro, col nome di Andrea, Don Giovanni di Crcamo gentiluomo di Madrid. La quale novella, a giudizio dei competenti (sia detto di passaggio) pur bella di tanti pregi, di tanti tratti realistici, tradisce tuttavia la nessuna conoscenza diretta che il C. ebbe della razza e della vita zingaresca, s da essere necessitato, dice il Salillas, a girare la difficolt di rappresentarla al vivo tenendo un po' nell'ombra cotesti suoi gitani, tra cui l'unica personalit che spicchi  la vecchia madre putativa di Preziosa. Col solo aiuto dell'acuto ingegno e non dell'esperienza personale, che invece aveva della vita dei bricconi (rufianes) sivigliani, il C. penetr nella misteriosa vita gitana, ma non rese l'intimit psicologica e sociologica della razza. N Preziosa n Andrea sono di sangue gitano(15).
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Il dramma spagnolo con i casi pi strani, con i viluppi pi intricati, con le sue peripezie pi inattese e bizzarre  riflesso nell'"Amante liberal", novella per la quale trasse partito appunto da uno dei suoi drammi, da quello suggeritogli dai ricordi dei dolorosi anni di prigionia, "El trato de Argel". Il nodo dell'azione  molto complicato, poich si svolgono ad un tempo le vicende amorose di pi personaggi: di Riccardo gentiluomo trapanese innamorato, non corrisposto dapprima, della sua bella concittadina Leonisa, presa piuttosto delle grazie e dell'eleganza del fatuo Cornelio; di tre alti dignitari turchi, Hazan il nuovo vicer di Nicosia, Al governatore di Cipro, il Cad o supremo sacerdote, che di Leonisa, seguita da Riccardo allorch  rapita dai turchi e venduta da un mercante ebreo, tutti e tre s'innamorano contendendosela col pretesto di volerne ciascuno far dono al Sultano. Per mezzo di un amico d'infanzia, e anche lui ora schiavo dei turchi e cristiano rinnegato, Hamut, Riccardo riesce ad avvicinare Leonisa, a disporla pi favorevolmente al suo amore e concertare con lei per l'avvenire, fingendo frattanto di secondare l'uno la passione suscitata in Halima, moglie del Cad, l'altra quella che ha per lei il Cad. Il quale con Halima, Riccardo e Leonisa salpa per Costantinopoli col pretesto di condurre al Sultano in dono la bella cristiana. Inseguito da Hazan e da Al, accade in mare una mischia feroce, da cui si salvano i due amanti, Hamut, Halima con i suoi genitori e gli schiavi cristiani che giungono felicemente a Trapani, dove si sposano cos Halima convertita e Hamut riconciliato con la Chiesa, come Leonisa e Riccardo che ne conquista definitivamente il cuore col sacrifizio che  pronto a fare del suo amore, se Cornelio e Leonisa si amino ancora e col concedere, in questo caso, liberamente a Leonisa per sua dote le ingenti ricchezze raccolte durante la sua prigionia.  questa la novella dell'eroismo amoroso castigliano.
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Per noi moderni certo tutta questa matassa romanzesca non corrisponde ai mutati gusti letterari; pure, di mezzo alla narrazione di tanti e tanto fantastici avvenimenti dobbiamo riconoscere quello che, secondo verit, fu affermato del Cervantes novelliere e romanziere: che, cio, seguendo il gusto del tempo suo, coltivando generi falsi quali la novella pastorale, la sentimentale, la bizantina di avventure, il senso ingenito ch'egli ebbe del reale lotta contro il prestigio della tradizione letteraria, finch non riusc a trovar la sua via(16). E per questo suo finissimo senso realistico  pi vicino ai tempi nostri di quello che non supporremmo. Perfino in quel postumo fantastico romanzo d'avventure che  il "Persiles y Sigismunda" con cui, gi presso a morire, "puesto ya el pi en el estribo" sulla staffa, vale a dire, del cavallo della morte, come scherzosamente, riferendosi a un verso d'un romance popolare, scriveva nella lettera a don Pedro Fernndez de Castro conte di Lemos, al quale lo dedicava e dal quale come dall'arte e dalla vita prende commovente commiato quasi buon cavaliere, dalla vita fortemente e austeramente sofferta, dopo aver conquistato gli sproni d'oro della gloria; perfino in quell'arruffato romanzo di strane avventure, dico, il C. innesta "inconsciamente trascinato dalla sua natura di scrittore verso la realt" un romanzo di vita reale. "Il romanzo fantastico, nota il Savi-Lopez(17), diventa per lui romanzo di costume. Sicura prova, questa, che al fantastico egli non era tratto, come altri ha creduto, da una aspirazione nostalgica del suo spirito verso un ideal mondo di sogni aleggiante sulle tristezze oscure della vita; pur tra le pi aspre vicende nei lunghi anni di prova, era alla vita che egli amava di guardare, per sorriderne".
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Ricche di avvenimenti fortunosi da sembrare improbabili, di cui il caso  l'autore principale e di cui il caso forma e scioglie il nodo con industria troppo manifesta e intelligente, sono anche altre novelle pi specialmente drammatiche, quale "La spagnola inglese" in cui  narrato come col bottino di guerra dopo la presa di Cadice (30 giugno 1596) e la distruzione per opera degli Inglesi della Grande Armada, essendo stata condotta a Londra una fanciullina di nome Isabella da un Clotaldo comandante di navi, questa innamora di s, pi tardi, Ricaredo, al quale dalla regina d'Inghilterra sono imposte, per ottenerla in isposa, prove di bravura che egli pur compie superando difficili e numerosi contrasti, suscitati dall'amore di che per Isabella s'accende un cavaliere inglese, dalla vendetta della madre di questo, la quale propina alla bella spagnola certo veleno che orribilmente la deturpa; dalla presenza a Londra di certa scozzese con cui un tempo i genitori pensavano ammogliare Ricaredo, e infine dalla nuova creduta vera della morte in paese lontano del valoroso giovine, che invece, insperatamente, riappare e si fa riconoscere sotto l'abito di schiavo redento, mentre Isabella  per prendere il velo monacale, talch si concludono le sospirate nozze.
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E novella di avventura  anche "Las dos doncellas" (Le due fanciulle). Son due nobili andaluse, Teodosia e Leocadia, che abbandonate da Marcantonio, amante di ambedue, senza che l'una sappia dell'altra, s'incontrano a correre, travestite da uomo, sulle sue tracce. E trovano a Barcellona l'infedele, lo soccorrono in una battaglia in cui  impegnato, finch, guarito di una ferita riportata e ritornati tutti in Andalusia avvengono le doppie nozze di Marcantonio con Teodosia, e di Leocadia con don Raffaele, il fratello di Teodosia che si era fin da principio imbattuto nella sorella e accompagnato con lei. L'avvicendarsi dei casi dei quattro protagonisti, costituisce il maggior interesse, pi che il modo con cui  ritratto il conflitto, il contrasto della passione amorosa; una corda che di solito non vibra potentemente nel Cervantes.
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Avvenimenti come quelli narrati in questa novella e in altre di tal genere, ben possono per un lettore moderno peccare d'inverosimiglianza, ma non possono destar meraviglia anche in chi ripensi quanto fino sia il senso della realt nel grande novelliere.  da riferire anche al Cervantes quello che fu giustamente notato riguardo alle molte novelle di avventure di cui  pure autore un altro grande pittore della vita reale, il Boccaccio. N il Boccaccio n il Cervanites scrivevano per noi, s per i loro contemporanei "i quali della verisimiglianza relativa dei casi possibili dovevano di necessit avere un concetto differente parecchio da quello che abbiamo noi. Ch lo spirito d'avventura, cos vivo a quel tempo, e la singolarit degli accidenti di viaggio che le condizioni dell'et comportavano, rendevano allora facilmente credibile e assai interessante quel che al presente non pu essere ammissibile in niuna guisa(18)". Al quale gusto e necessit dei tempi il Cervantes altra volta indulse immaginando eroine in abito virile cavalcanti in cerca del perfido amante: tale  pure Margherita che nella commedia, tutta romanzesca di colorito moresco "El gallardo espaol", corre per terre molte trascinandosi dietro il vecchio parente, Vozmediano, in cerca del suo don Fernando de Saavedra, valoroso soldato, terrore dei Mori, fiamma di ogni cuore femminile.
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Un viluppo di casi strani compone anche il breve ordito della "Signora Cornelia" in cui non sapremmo vedere, come s' accennato di sopra, solo per certe esteriorit di poca importanza, quello spiccato carattere d'italianit, che altri credette vedervi, quale E. Chasles(19). Per quanto sia una citt italiana, Bologna, il luogo dove accade e si svolge l'avventura di Cornelia Bentivoglio, amata e sedotta da Alfonso d'Este duca di Ferrara, e italiani siano alcuni dei personaggi, pure lo spirito animatore della novella  prettamente spagnolo. Pare intesa, innanzi tutto, ad illustrare la cortesia, il carattere cavalleresco, di don Antonio de Isunza e di don Giovanni de Gamboa "caballeros principales" che dalle Fiandre, dove non avevano trovato da farsi onore nelle battaglie, secondo che il sangue giovine e ardente bramava, venuti in Italia e capitati a Bologna, vi s'erano fermati per desiderio di riprendervi e proseguirvi gli studi tralasciati a Salamanca. Inoltre i casi pi bizzarri senza soverchia preoccupazione della verosimiglianza, purch eccitino la curiosit, appunto secondo il gusto spagnolo del tempo, intrecciano le fila del racconto. A don Giovanni che va soletto una notte per Bologna  consegnata, per iscambio, nel mistero pi fitto una creaturina allora nata, avvolta in ricchi pannolini, ch'egli, stupefatto e confuso, porta a casa a una sua fantesca perch n'abbia cura. Torna quindi nel luogo dove gli era accorso il caso e s'impegna con le armi a difendere, senza conoscerlo, un solo, assalito da molti che sono dal suo valore e dalla sua buona fortuna messi in fuga. Caso non meno strano frattanto  accaduto all'amico e compagno suo di dimora, don Antonio, il quale ha dovuto dare ricovero nella lor casa a una ignota giovine dama fuggitiva per proteggerla da grave pericolo. La curiosit  presto soddisfatta. La bella fuggitiva, che riposa tranquilla sulla fede dei due gentiluomini spagnoli,  appunto Cornelia Bentivoglio la quale, temendo l'ira del fratello suo Lorenzo, era fuggita di casa quella stessa notte in cui aveva partorito il bambino ch'ella ritrova ora nella casa dei due giovani: il combattente da solo  appunto Lorenzo Bentivoglio, combattente contro il seduttore Alfonso d'Este e i suoi partigiani. Attraverso poi una sequela di pi altri avvenimenti impensati, in cui campeggia il bell'ardire e la nobilt cavalleresca dei due spagnoli, si giunge al lieto fine delle nozze legittime del duca di Ferrara con la Bentivoglio. Potr, come in qualche altra novella, rimproverarsi al Cervantes la ricerca di troppi casi improbabili, pure abilmente creati, ma anche in questa novella  da ammirare il finissimo senso d'arte con cui lo scrittore scolpisce alcuni tipi dal vero: non tanto il piovano "rico y curioso" presso il quale soleva fare spesso recapito il duca e in casa del quale avviene lo scioglimento dell'azione, quanto la fantesca ciarliera e nemica degli spagnoli, che fu gi al servizio del piovano, il quale per quanto "persona santa e buona" ella sa che per lei far quanto da lui vorr, "perch le ha obblighi pi che da padrone".  comica la maldicenza di questa Perpetua smessa contro i due gentiluomini spagnoli suoi padroni, parlando con Cornelia; alla quale confida che c' da stare in guardia con loro, che non  oro tutto quello che luce in loro, che lei non se n' mai fidata, e che li ha tenuti sempre lontani con la sua durezza, gelosa sempre della sua pudicizia! Artificiosamente voluta  l'avventura di Santostefano, paggio di don Giovanni, con una sgualdrina, nelle tre notti ch'era durata l'assenza del suo signore; ma  pur piacevole e umoristica questa figura di servitore che coglie l'occasione per darsi bel tempo e sollevare lo spirito dalle fatiche del servizio con le fatiche di amore!  un mezzuccio povero, usato evidentemente per complicare un momento l'azione, l'aver voluto chiamare col nome di Cornelia la donnetta che il paggio si teneva serrata in camera, ma il carattere della femmina volgare non potrebbe essere pi veracemente e umoristicamente ritratto. Ell' certo sorella delle male femmine della casa di Monipodio, palpitanti di vita nella loro abiezione morale. Tutti insieme col duca cercano la Bentivoglio, scomparsa dalla casa dei due gentiluomini spagnoli, per aver seguito la fantesca ombrosa, in casa del piovano, dove poi sar ritrovata. Ma intanto  uno sgomento generale:  serena soltanto la bella ragazza, e allegra anzi. S' un po' impermalita quando si  bussato alla porta della camera e le si  gridato di aprire, che fuori l'aspettavano il fratello e il duca suo sposo. Ha creduto che la burlassero: cos ha risposto, di dentro, risentita: - "Eppure non sono di certo tanto brutta n tanto sfortunata che duchi e conti non possano cercare di me: ma questo si merita pur troppo chi s'impaccia con servitori!" - E poco pi sotto, il duca stesso corre a lei credendo avere ritrovata la sua Cornelia: - "Dov' Cornelia? "Dov' la vita della mia vita?" grida l'innamorato Signore. "Cornelia  qui" rispose una donna che era ravvolta in un lenzuolo del letto fino a coprirsi il viso. E seguit a dire. "Che diamine!  stato forse rubato un bove?  una gran novit che una donna dorma con un paggio? Quanti miracoli!" Lorenzo che era l, tir dispettoso e rabbioso, il lenzuolo per una cocca e scopr una donna giovine e non punto spiacevole, che dalla vergogna si copr il viso con le mani e si fece ad afferrare le sue vesti messe a far da capezzale, non avendolo quel letto, e da quelle capirono che si doveva trattare di una donna pubblica. Il duca le domand se era vero si chiamasse Cornelia: ed ella rispose di s e che aveva nella citt parenti molto dabbene; che nessuno per s'arrischi a dire: io non bever di quest'acqua!"
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Ho voluto intrattenermi a dire qualcosa anche delle novelle non comprese nella traduzione, perch il lettore abbia conoscenza di tutta la materia che il Cervantes tratta in queste narrazioni che Fed. Schlegel giudicava non doversi certo posporre a nessuna delle altre opere del grande scrittore. Delle altre novelle dir a suo luogo. Ora piuttosto la gustosa scenetta riprodotta dalla "Signora Cornelia" e non in verit, castigatissima, mi apre naturalmente la via a ricercare se veramente, com'era nell'intenzione dell'autore, si trovino sempre in esse tutti quegli insegnamenti morali che sono ripromessi nel Prologo, e come il titolo stesso di "Ejemplares" vorrebbe dire. La protesta del Cervantes  esplicita: "los requiebros amorosos que en algunas hallars, son tan honestos y tan medidos con la razon y discurso cristiano, que no podrn mover  mal pensamiento al descuidado  cuidadoso que las leyere. Hles dado el nombre de Ejemplares, y si bien lo miras, no hay ninguna de quien no se pueda sacar un ejemplo provechoso..." E, in verit, quasi tutte tendono a dimostrare una tesi morale; ma  pur vero che un moralista, anche di manica larga, troppi luoghi troverebbe da espurgare in "Rinconete y Cortadillo", nel "Coloquio de los perros", nel "Casamiento engaoso" ne "La ilustre fregona" e nel "Celoso extremeo" per conciliare certe arditezze col proposito e con l'altra non meno esplicita protesta del Prologo "que si por algun modo alcanzara que la leccin de estas novelas pudiera inducir  quien las leyere  algun mal deseo  pensamiento, antes me cortaba la mano con que las escrib, que sacarlas en pblico". Di certe arditezze dovette certo farsi scrupolo lo stesso Cervantes quali apparivano, ad esempio, nel "borrador" ossia nel brogliaccio del "Rinconete y Cortadillo" pubblicato da Bosarte, come appare dal testo definitivo della novella.
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In "Rinconete y Cortadillo" la sfacciataggine della Cariharta arrivava nel "borrador" a scoprirsi "hasta los muslos" per far vedere le lividure prodottele dall'amante. Corresse poi il Cervantes con una espressione pi velata, ma forse suscit una visione di nudit femminile pi tentatrice e suggestiva scrivendo che la ragazza si scopr "hasta la rodilla y an poco ms". Cos pure nel testo definitivo questa dice di aver mandato all'amante solo ventiquattro dei trenta reali che egli esigeva, reali che vagamente dice di aver guadagnato con pena e affanno, tanto che spera Dio voglia metterglielo a sconto dei suoi peccati. Nel "borrador" invece racconta per filo e per segno, senza veli, com'era che li aveva guadagnati; con una laboriosa notte di piacere, cio, passata in compagnia di uno straniero che la Correosa, mezzana, le aveva procurato e che puzzava di vino e di pece da rivoltare lo stomaco(20). La quale mezzana stessa due giorni fa l'aveva condotta in un albergo a dormire con un "peruviano", di ritorno dall'India al quale aveva fatto credere che si trattava di una ragazza ritirata e raccolta. Ne aveva avuto sei reali, finiti anch'essi "nelle mani scomunicate di quel maligno che da otto anni non si confessa". E si diffonde la femmina di mondo a narrare le sue avventure e i suoi turpi guadagni senz'ombra di pudore. Certo non sono nelle novelle cervantine le licenziosit della "Celestina" n delle imitazioni molteplici che dalla famosa novella drammatizzata derivarono: ma,  inutile negare che anche il Cervantes, specialmente nel rappresentare il mondo reale dei bricconi, nel dar vita a tipi dei bassi fondi sociali, si compiacesse di scene, espressioni e situazioni di molto discutibile moralit; tanto che non persuade a ritenere per novella non del Cervantes "La Tia fingida" il solo fatto dei particolari che vi si trovano, contrari al buon costume, o a crederla dall'autore soppressa per questo; poich ben altre arditezze sono nelle novelle di assoluta autenticit; arditezze, tuttavia, belle e felici nei rispetti dell'arte sua realistica. Basti ricordare la fregola amorosa delle due serve dell'albergo del Sivigliano nella "Ilustre fregona" e di Marialonso nel "Celoso", i convegni notturni della serva mora col moro, come anche la magnifica, drammatica scena del ricatto fatto dalla Colindres al suo avventore d'una notte nel "Coloquio". L'effetto artistico voluto giustifica pienamente questi e pi altri simili strappi(21) al programma di rigorosa moralit che l'autore s'era prefisso. Or come dunque questo troppo spesso stridente contrasto col titolo di "Istruttive"? Io credo col Tieck che il Cervantes dovette imporselo di necessit. Lascivia, adulterio, seduzione, presentati con arte leggiadra e il pi delle volte senz'alcun sentimento morale, satira e beffa amara della gente di Chiesa erano generalmente il contenuto della novella italiana; cos che quando il Cervantes volle offrire delle novelle ai suoi connazionali, pi morigerati e scrupolosi, dovette aggiungere a questa denominazione scandalosa di "Novelas" l'epiteto di "ejemplares" per significare che non avrebbero seguito la maniera delle italiane. Tuttavia il Cervantes non fece, in realt, che pura opera d'arte. Ma allorch ebbe soverchia preoccupazione del fine etico, la morale voluta  evidentemente posticcia, non discendendo dalla felice narrazione dei fatti, e l'arte ne scapita. N' un esempio la chiusa del "Rinconete" dove il gaio novellatore d incarico a uno dei due bricconcelli, dopo tutto quello che ha fatto, di tirare delle considerazioni morali "circa quella vita di perdizione e di perversit, vita agitata, licenziosa e dissoluta". Ma intanto "seguita a durarci qualche mese, trasportato dalla poca et e dalla poca esperienza" s da offrire argomento e materia per un futuro pi lungo racconto. Preoccupazione ingenua di un fine morale, imposto pi dall'ambiente che dalla tradizione, pi dalla convenienza che da un profondo convincimento di un dovere da compiere, e che fa sorridere; che, come guasta la chiusa del "Rinconete" cos guasta certe superbe creazioni di caratteri, quale quella di Carrizales nel "Geloso dell'Estremadura". Or pertanto, non questa deplorevole morale posticcia, ma l'indulgenza estetica del buon novelliere, ma gli occhi di altissimo poeta con cui  contemplata la vita dei bassi fondi sociali purifica il brutto che  ritratto con tanta verit. Perch di brutture morali dava ben triste spettacolo la Spagna decadente di Filippo III (1598-1621). Lo nota e n' mosso a ira il Cervantes, che la sfoga in amara umoristica mordacit; ma, come il cane Berganza del "Coloquio", frenando prudentemente la lingua quando pur vorrebbe esercitarla, contro le classi superiori "il carattere, i costumi, le leggi delle quali darebbero bella materia a discorrere se buone ragioni non imponessero il silenzio". Son quindi pi specialmente tipi caratteristici delle classi inferiori quelli contro i quali il Cervantes esercita la sua satira pungente: ladri cenciosi, sbirri manutengoli, bricconi vagabondi, dueas ipocrite, femmine di mondo, serve e servitori di albergo che nella sua vita fortunosa ben conobbe e studi da vicino.  la societ equivoca, dei bassi fondi sociali, trista, che rappresenter pi tardi il Quevedo nei Sueos (1627). Essi vivono in una ricca serie di quadri realistici, a dipingere i quali, pi che i maestri italiani e spagnuoli, grandi e piccoli, all'artista glorioso insegn il naturale suo ingegno. Cos egli seppe darci ancora un capolavoro che, quanto allo stile, P. Merime riteneva superiore a quello della prima parte del Quijote(22) e, quanto al valore artistico, il Camerini non dubitava di giudicare degno di altissima lode, scrivendo che se il Cervantes non ha la sapiente parsimonia del Certaldese, nelle lagrime e nel riso, ma piuttosto la prolissit spesso fredda del Bandello, massime quando lascia la parola ai suoi personaggi, " pieno di ammaestramento intorno alle tragedie e alle commedie del cuore, intorno ai costumi ed alle originalit del suo tempo e della sua terra"(23).
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Alfredo Giannini.
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1. CANTUCCIO E SCORCINO (RINCONETE Y CORTADILLO).
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Di questa novella il Cervantes fa menzione nel cap. 47, p. I del Don Quijote, l dove dice che l'oste la d a leggere al curato dopo quella del "Curioso impertinente", trovate tutte e due in certa valigia. Il Clemencn, nel commento a questo passo, inclina a credere che questa novella "sobre toda ponderacin graciosa, la mejor sin duda de Cervantes" fu scritta durante il soggiorno dell'autore a Siviglia. In Siviglia, suppone l'Apriz (op. cit., p. 49), ne dovevano correre manoscritti parecchi esemplari, uno dei quali dovette venire alle mani del Porras, le cui varianti, rispetto all'esemplare ritoccato e stampato nel 1613, son molte. Il Rodrguez-Marn ne ha recentemente pubblicata l'edizione critica, sulla quale  condotta questa traduzione italiana. Il carattere picaresco della novella non  messo in dubbio dall'Apriz, ma da tale opinione generalmente diffusa si discosta nettamente l'illustre M. Menndez y Pelayo il quale, nel Discorso commemorativo del Cervantes (1905) non dubita di asserire che "la novella picaresca  indipendente da lui, si svolse prima di lui, cammina per altre vie"; che il Cervantes "non la imita mai, nemmeno in "Rincorrete y Cortadillo" quadro di genere preso direttamente dal naturale e non una idealizzazione dell'astuzia famelica come "Lazarillo de Tormes" n una profonda psicologia della vita estrasociale come "Guzmn de Alfarache". Corre per le pagine del Rinconete, dice il Maestro della moderna critica letteraria spagnola, una intensa allegria, una gioia luminosa, una specie d'indulgenza estetica che purifica tutto ci che c' di brutto e di criminale nel modello, e, senza torto della morale, lo converte in spettacolo divertente e grazioso. E com' diverso il modo di contemplare la vita della "hampa" (malavita) che il Cervantes guarda con occhi di altissimo poeta e gli altri scrittori con occhi penetranti di satirico e di moralista, cos  differentissimo lo stile, tanto elegante e sciolto in Rinconete, tanto seccamente preciso, tanto duramente sobrio nel Lazarillo, tanto crudo e sfacciato, tanto profondamente amaro nel tetro e pessimista Matteo Alemn, uno degli scrittori pi originali e vigorosi di nostra lingua, ma tanto diverso dal Cervantes nel contenuto e nella forma da non parere suo contemporaneo e neanche prossimo.
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Questa novella cervantina  un quadro magnifico della vita ladronesca spagnuola del tempo, mentre il romanzo e la novella picaresca appaiono veramente tutt'altra cosa. Il pcaro non  il delinquente;  il birbo procacciante, non malvagio, simpatico per le sue trovate inesauribili, l'avventuriere intelligente e ardimentoso che s'ingegna, senza scrupoli, a campar d'industria pi per naturale infingardia che per tristezza d'animo, carattere prettamente spagnolo e prodotto necessario di certo ambiente sociale in determinate condizioni morali ed economiche, quale fu per pi di un secolo la Spagna di Carlo V, di Filippo III e di Filippo IV, quando, secondo il noto verso di Fernando de Acua sognava "un monarca, un imperio y una espada"(24). Ora; nella novella cervantina in questione, di veri pcaros non ce n'. Monipodio, Cichisnacche, il Maniferro, i due santocchi all'aria grave e rispettabile, il Pallottola, lo Storto, Lupetto il malaghese, come le ganze loro e quanti altri, maggiori e minori, fan parte della brigata, sono veri e propri criminali, furfanti organizzati in una societ in mezzo alla quale il Cervantes ci guida per mostrarcene l'organamento, la vita interiore.  una compagnia di ladri, di sicari, di malandrini, che vive ed opera nell'ombra, indisturbata da parte degli alguaciles consapevoli e compiacenti per proprio tornaconto. Quali fossero le condizioni morali e sociali della Spagna al tempo di Cervantes, specialmente in Siviglia, con largo, diligente e paziente corredo di documenti storici  ricercato ed esposto dal Rodrguez-Marn nel discorso preliminare alla su citata edizione critica del Rinconete, nonch da don J. Hazaas y La Rua nello studio preliminare a "Los Rufianes de Cervantes" (Sevilla, 1906, pp. 17-23). Realmente prosperava questa societ di malviventi in Siviglia "lugar tan confuso (dice Don Cleofa nel "Diavolo Zoppo" del Guevara) que no nos allarn, si queremos, todos cuantos hurones tienen Lucifer y Berceb". Oltre che una lettera con cui Porras de la Cmara informa delle condizioni morali e sociali di Siviglia il nuovo vescovo, il cardinale Nio de Guevara, alcuni particolari di un manoscritto di Luigi Zapata, riportati dal Pellicer nella vita che scrisse del Cervantes, confermano l'esattezza della narrazione cervantina. Cos pure don Augustn Garca de Arieta ci parla degli statuti e delle leggi dei ladroni specialmente di Len in "La desordenata codicia de los bienes agenos: Obra apasible e curiosa ecc..." stampata a Parigi nei 1619, e riprodotta nel tomo VIII dei "Libros de antao".
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Un largo soffio di vita all'aperto, in campagna, spira dal bel principio della novella; e il luminoso paesaggio andaluso  animato dalle figure dei due ragazzotti cenciosi e randagi, Cantuccio e Scorcino, incontratisi a caso, spagnolescamente cerimoniosi e pieni di sussiego, in comico contrasto con la loro miseria materiale e morale. La vita della "hampa" sivigliana di cui entrano a far parte dopo imbrogliato al giuoco il mulattiere dell'osteria campestre e derubato destramente uno della brigata che cavalca alla citt e il sacrista studente che viene a spendere al mercato dove i due birichini si sono improvvisati portaceste,  piena di movimento, di scene realistiche, di svariati tipi grotteschi e interessanti che si fissano in mente con i loro tratti caratteristici, individuali.  tutto un artistico gruppo di malviventi, rappresentati umoristicamente sotto la disciplina del signor Monipodio che d'ogni birbonata commessa e da commettere per conto altrui, tiene accurata memoria, la contabilit quasi di un'azienda, in una specie di registro col suo dare e col suo avere, birbonate cui di rado disturbano i ministri maggiori e minori della giustizia. Il "patio" della casa di Monipodio, poveramente arredato ma terso e lindo, si popola delle pi caratteristiche figure. Ecco due giovanotti dall'abito studentesco, due vecchi santocchi pieni d'esperienza nel gettare le basi di un furto, due bravacci di poco inferiori e perci meno cerimoniosi col loro capo, due ragazze spensierate e chiassose, una vecchia pinzochera ricettatrice, impasto di superstizione e di ribalderia, dolente di non aver forse corso abbastanza la cavallina in giovent.  sorella di mona Antonia nella "Pinzochera" del Lasca(25), di donna Alvigia nella "Cortigiana" dell'Aretino e di Macette nella celebre satira di Mathurin Regnier. Tutti costoro, con la Bofficiona, che viene infuriata ad accusare il suo amante sfruttatore da cui  stata zombata ben bene, compongono la casa di Monipodio, la cui figura losca balza su, oltre che da quanto la guida asturiana ha raccontato a Cantuccio e Scorcino al mercato, con profondo senso di ammirazione e di ossequio, anche dal suo stesso abbigliamento, dalla descrizione dei suoi tratti fisici, dei suoi modi di parlare e di fare. Son le figure pi in vista, alle quali, per completare il quadro veramente goyesco, altre se ne aggiungono ad avvivare e ad illustrare sempre meglio l'ambiente, sia che prendano parte all'azione, come il Pallottola, la sentinella Tagarote, il birro benemerito per la sua connivenza; sia che di loro, delle abitudini e imprese loro si discorra soltanto, quali il Nappone, il Rinnegato e il Centopiedi, lo Scapezzato, l'ebreo travestito da prete, il Leardo e il Falco; birri, questi ultimi due, benemeriti anch'essi della bella societ.
Son piene di movimento drammatico certe scene. Tale l'irrompere della Bofficiona nel cortile fra i convenuti, a reclamare vendetta delle battiture datele dal suo protettore;  inviperita contro di lui, ma guai a chi glielo tocca e a chi ne parla senza riguardo! Tale la grossa questione che si accende fra i due bravacci e il Pallottola, il quale si risente delle loro sconce risa, s che corrono fra i tre uomini parole di ferro in cui si sente il sordo rugliare del fuoco che divampa nelle anime torbide. Tale la colazione in comune, l nel cortile, cos piena d'incidenti comici e grotteschi e che raggiunge il pi alto interesse nel festino improvvisato e rallegrato dalla pi strana musica, dai canti allusivi e mordaci, i quali cessano d'un tratto alla notizia che in fondo alla strada si son viste le guardie.  comico lo spavento dei radunati che scappano, chi di qua chi di l, e vano anche perch la pattuglia... tira di lungo. Scena viva e realistica pur quella in cui viene a lamentarsi un cavaliere che si crede mal servito o non del tutto, secondo i patti, nella faccenda d'uno sfregio che aveva commesso e ben pagato, finch la questione si appiana, come fra buoni amici, anzi con un nuovo incarico e lucroso di sfregio che scrupolosamente verr segnato nella Nota di quelli da darsi nella settimana. E ci con grande contentezza di Cichisnacche e di Monipodio, perch veramente, gli affari sono, per il momento, un po' magri: c' da bene sperare per e in Lupetto il malaghese che  tornato come da un corso superiore di perfezionamento alla scuola del barare, e nell'ebreo rigattiere che avr presto nelle sue reti due arricchiti, reduci dal Per; senza dire che promettono bene Cantuccio e Scorcino, tanto che sono stati dispensati a voti unanimi dall'anno di noviziato. Questo senso vivo del reale  la caratteristica dell'arte cervantina. La casa di Monipodio non sar stata, come pur credette di avere stabilito Adolfo de Castro y Rossi, nella Calle de la Cruz in Siviglia (oggi Calle de Troya, n. 4), ma volentieri crederemo col Fitzmaurice-Kelley che in ogni specie di furfante dovette il Cervantes imbattersi in Siviglia, che di molti borsaioli dovette far conoscenza nelle carceri sivigliane, ch'egli vide forse il Pallottola frustare la Bofficiona, e la vecchia Caratello cedere il passo alla Guadagnina, e ud molto sicuramente Cantuccio e Scorcino contendere con Cichisnacche e Maniferro nel Correal de los Olmos, ben comprendendo il loro parlare furbesco.
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Sia che al Cervantes piacesse insistere su quanto, o per la forma in cui era espresso o per altra ragione, gli sembrasse e buono e bello, sia che, attendendo in un medesimo tempo a pi lavori ed esercitando l'ingegno in campi diversi, come suppone l'Hazaas y La Rua, si compiacesse rifoggiare in modo nuovo, far muovere e rivivere di vita varia questa o quella creazione della ricca sua fantasia, chi abbia pratica delle opere del Cervantes sa bene come frequentemente ricorrano e si ripetano d'una in altra opera e nomi propri e espressioni e immagini e pensieri non solo, ma atteggiamenti, caratteri di personaggi, quadri bizzarri, coloriti con sempre nuova finezza. Cos la migliore delle non fortunate commedie cervantine "Pedro de Urdemalas" imitata da Lope de Vega in una sua commedia pur di questo titolo, nonch dal Montalbn e da Jos de Caizares,  ancora una rappresentazione d'ambiente e di carattere estrasociale: quello di Pedro, "nio de doctrina" che ha imparato a rubare per mangiare e a mentire per difendersi, che ha viaggiato da mozzo fino alle Indie, donde  tornato per fare il portaceste al mercato di Siviglia, che ha esperimentato la vita della "hampa" e che a volta a volta, desideroso di variar sempre, sar servo di un cieco e poi di un biscazziere, garzone di una casa colonica, e poi ancora mendicante, eremita, studente, comico. Solo per una parte si ricollega alla vita dei malviventi l'altra commedia del Cervantes "El rufin dichoso" (Il furfante fortunato), in cui protagonista  il famoso peccatore poi convertito Cristbal de Lugo di Siviglia e che appartiene al genere delle commedie cos dette "de Santos" e che, a giudizio di Navarro Ledesma,  una delle prime, se non la pi antica della lunga serie di opere teatrali in cui han le prime parti grandi libertini e scapestrati che poi si pentono e si ritraggono a vivere santamente. Ma fratello gemello della novella di Cantuccio e Scorcino  l'Intermezzo drammatico, pur del Cervantes, "El rufin viudo" (Il furfante vedovo) nel quale rivivono uomini e donne della novella. Monipodio (che con lo stesso nome ricorre anche nel "Coloquio de los perros" dove il cane Berganza descrive a Scipione la sua casa in Triana e riferisce di una succulenta cena fra i componenti la malavita di Siviglia) in questo Intermezzo  il Trappola "el sol hampesco" a detta di un furfante, di nome Cichisnacche come nella novella. E intorno al luminare della malavita che ben presto, comicamente, smette il lamento e butta via il mantello del lutto per la morte della sua druda, la Pericona, col sostituirle, quasi per concorso, la Liscia, si aggirano minori stelle, tutte della risma delle donne della novella. Anche qui, fra le trecche, un battibecco e la minaccia d'una grossa questione fra gli uomini parteggianti per l'una o per l'altra delle aspiranti all'amore del loro capo; anche qui lo scombussolamento e lo sbandarsi dei convenuti all'avviso del solito incaricato a far da "palo", che in fondo alla strada s' visto il birro, anche questo per sicuro e fidato "porque est untado"; anche qui, fra altri minori riscontri, il festino improvvisato con canti e suoni di chitarra che accompagnano i pi famosi balli popolari, per celebrare in chiassosa allegria le nuove sbrigative nozze del Trappola, in bel contrasto con l'aria di funerale che da principio grava sulla scena; anche qui infine la stessa miseria che nella casa di Monipodio com' descritta nella novella: una panca zoppa, una stuoia, un cntero messo a rovescio per sedervi, una mezzina e un boccale sbreccati fan le veci delle comode suppellettili che il Trappola sogna di possedere; persino una tazza da bere manca, n potrebbe farne le veci se non il vaso da notte! Quadro bizzarro come la novella; e tutti e due come le acqueforti dell'ultimo grande pittore spagnuolo, Francesco Goya, satiriche, grottesche, vivaci; quadri tutti e due realistici come le incisioni di Giacomo Callot che appunto in quel tempo, in aspro contrasto con la pittura aulica predominante, ritraeva "matamoros" burbanzosi e affamati, la vita miserabile degli accattoni e dei bricconi, errando in compagnia di zingari per la Francia e per l'Italia. Il Quevedo parve avere avuto conoscenza di questo caratteristico mondo cervantino, ritraendolo con amara satira di misantropo, nelle "Capitulaciones de la vida de la Corte"(26).
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RINCONETE E CORTADIGLIO. (CANTUCCIO E SCORCINO).
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Nella locanda del Mulinello(27), che  al confine della gran bella pianura di Alcudia sulla strada che dalla Castiglia va in Andalusia, un ardente giorno d'estate si trovarono, per caso, due ragazzotti tra i quattordici e i quindici anni al massimo, non pi di diciassette n l'uno n l'altro; tutti e due di bello aspetto, ma nelle vesti molto sdruciti, sbrindellati e logori. Cappa, neppur per idea; i calzoni di tela e le calze di ciccia. C'erano per, in compenso, le scarpe: di sparto quelle dell'uno, rifinite dal portarle; traforate(28) quelle dell'altro, senza suola; cos che lo impacciavano pi che lo calzassero. L'uno aveva in capo una berretta verde da cacciatore, l'altro un cappello senza nastro, basso di forma e a falde larghe. Sulla spalla, l'uno portava una camicia di color camoscio(29), insaldata e tutta insaccata in una manica, a tracolla; l'altro camminava disimpacciato, senza bisacce; quantunque dal petto sporgesse un gran fagotto che, come si vide poi, era un collare di quelli che chiamano "alla vallona" inamidato ma di grasso, trapunto e ragnato che pareva tutto filacce. C'era involto e serbato un mazzo di carte da gioco, di figura ovale; giacch, con l'uso, gli angoli si erano sgualciti, ma, perch durassero di pi, erano stati ritagliati ed erano state lasciate in quella forma.
Erano i due brucicchiati dal sole, con l'unghie listate a lutto e le mani non molto pulite. L'uno cingeva una mezza spada e l'altro un coltellaccio da beccai col manico d'osso giallo, chiamati, di solito, "vaqueros"(30). Uscirono i due a meriggiare sotto un porticato o riparo, come ce n' davanti alle osterie; e, sedendosi l'uno di fronte all'altro, quegli che sembrava di pi et disse al pi piccolo: - "Di che paese  vossignoria, signor gentiluomo, e dov' diretta?".
- Il mio paese, signor cavaliere, rispose il domandato, non lo so, e dove sono diretto neanche.
- Veramente, disse il maggiore, da quanto pare, n vossignoria,  venuto dal cielo n questo  luogo da stabilircisi, ma s'ha da andar oltre.
- Cos , rispose il pi giovane; tuttavia  vero quel che ho detto, perch non  mio il paese dove altro non ho che un padre il quale non mi tiene come un figlio e una matrigna che mi tratta da figliastro. Cammino alla ventura; e l farei punto dove trovassi chi mi desse il necessario per tirare avanti questa miserabile vita.
- E sa vossignoria qualche mestiere? domand il grande.
- Non so che questo: rispose il minore; corro come un lepre, salto come un daino e taglio di forbici con molto garbo.
- Tutto ci va benone;  mestiere utile, lucroso; in quanto che ben ci sar sacrestano che di sicuro dia a vossignoria l'offerta di Ognissanti(31) perch il Gioved Santo gli ritagli rosoni per il Sepolcro.
- Il tagliare ch'io so, rispose il minore, non  questo. Mio padre  per la grazia di Dio, sarto e calzettaio, e m'ha insegnato a tagliar ghette che, come vossignoria sa bene, son delle mezze calze col collo del piede attaccato; le quali si sogliono chiamare propriamente "uose". Ed io le taglio cos bene che, in verit, mi si potrebbe dir maestro; ma  che la mala sorte mi tiene cos in un canto...
- Tutto questo, e peggio, accade alle persone dabbene, rispose quello grande; e ho sempre sentito dire che chi pi vale, meno  ricercato; ma vossignoria ha ancora tempo da migliorar la sua sorte. E se non erro, se non travedo, ha in serbo altre doti che non vuol dare a divedere.
- S, rispose il piccolo; ma esse non sono da metterle in mostra, come vossignoria ha molto bene osservato.
Gli replic il grande: - Io le so dire per che sono uno dei pi segreti giovani che si possan mai trovare. E per obbligare vossignoria ad aprirmi l'animo suo e a riposare su me, voglio per primo aprirle il mio, perch suppongo che non a caso la sorte ci ha fatto incontrar qui, e penso che dovremo esser da oggi all'ultimo giorno della nostra vita, amici veri. Io signor fidalgo(32), sono nato a Fuentefrida, luogo ben noto, famoso per gli illustri personaggi che vi passano(33). Il mio nome  Pietro del Cantone: mio padre  persona di riguardo, poich  ministro della Santa Crociata(34), voglio dire che  "bollaro" o "bollista" come li chiamano volgarmente. Per un po' di giorni lo aiutai in quell'ufficio, e l'imparai cos bene che nessuno, per quanto si ritenesse capace, potrebbe superarmi nel metter fuori bolle. Un giorno per, invaghito pi del denaro che fruttavano le bolle, anzich delle bolle stesse, mi serrai sul cuore un sacchetto e me la battei a Madrid, dove con le occasioni che l, d'ordinario, si dnno, in pochi giorni lo vuotai delle interiora e lo lasciai con pi grinze che il fazzoletto di uno sposo novello(35). Corse dietro a me l'economo: mi presero ed ebbi poca fortuna. Sebbene, i signori della Giustizia, vedendo la mia poca et, si contentarono di legarmi a un picchiotto(36) e l di scacciarmi un po' le mosche di su le spalle e di mandarmi poi in bando per quattro anni. Ebbi pazienza, strinsi le spalle, sopportai le giravolte sotto allo scacciamosche e me n'andai a scontare il mio bando, cos di furia che non ebbi neanche il tempo per provvedermi di cavalcatura. Delle mie robe presi quelle che potei e che mi parevano pi necessarie; tra cui queste carte da gioco (e frattanto mise fuori quelle che, come s' detto, portava nel collare) con le quali ho guadagnato da vivere per le locande e per le osterie che sono da Madrid a qui, giocando "alla ventuna". Vossignoria le vede tanto sporche e sgualcite, ma sono di una meravigliosa virt per chi le conosce; perch, non c' caso che, alzando, sotto non ci sia un asso. E se vossignoria  pratico di questo gioco, capir il gran vantaggio che ha chi sa di avere sicuramente un asso per prima carta, che gli pu servire e per un punto e per undici; col quale vantaggio, puntando sul ventuno, il denaro rimane dov'era. Oltre a ci imparai da un cuoco di un ambasciatore certe astuzie a rovescino e zecchinetto, che  anche chiamato "andaboba"(37). Cos che, come vossignoria pu addottorarsi nel tagliar le sue ghette, io posso essere dottore in questa scienza del Vilhn(38). Con ci son sicuro di non morir di fame, perch, anche a giungere ad un casale, c' sempre chi desidera passare il tempo giocando un po'. E ne faremo subito esperienza noi due. Rizziamo le reti e vediamo se non ci casca qualche merlotto fra questi mulattieri che sono per qui; voglio dire, giochiamo tutti e due "alla ventuna" come se si facesse sul serio; e se qualcuno vorr esser terzo, sar il primo a lasciarci il denaro.
- Alla buon'ora! disse l'altro. Ritengo per segnalato favore quello che vossignoria m'ha fatto dandomi conto della sua vita: con che mi ha obbligato a non nasconderle la mia che, a dirla pi in breve,  questa. Io nacqui nella caritatevole localit che  fra Salamanca e Medina del Campo(39). Mio padre  sarto; m'insegn il suo mestiere, e io, dal tagliar di forbici, col mio buon talento, d'un balzo divenni tagliaborse. La vita ristretta del villaggio e la matrigna disamorata di me mi seccarono: cos lasciai il mio villaggio e venni a Toledo ad esercitar la mia professione; nella quale ho fatto cose meravigliose perch da acconciatura di capo non pende reliquiario, n c' tasca cos segreta che le mie dita non la visitino o non la taglino le mie forbici, anche se ne fossero a guardia gli occhi d'Argo(40). E in quattro mesi che stetti in Toledo, mai fui stretto fra due gambe(41), mai sorpreso, mai rincorso da cagnotti(42) mai che mi denunziasse qualche soffione. Ben  vero che un otto giorni fa un fintaccio di spione fece sapere la mia valentia al Governatore, il quale, avendo preso interesse alle mie belle doti, avrebbe desiderato conoscermi; ma io che sono umile e non voglio trattare con persone cos di riguardo, feci di tutto per non inciamparlo, e cos andai via da Toledo, con tanta fretta che non ebbi neanche il tempo per provvedermi n di cavalcatura, n di denaro, n di una carozza di ritorno, o di un barroccio almeno.
- Su questi nostri ricordi tiriamoci un frego, disse Cantone; e giacch ormai ci conosciamo, non c' da stare su queste grandezze, n da darsi queste arie. Confessiamo senz'altro che non avevamo un quattrino e neanche scarpe.
- E sia! rispose Diego Scorciato (cos disse di chiamarsi il minore) e poich la nostra amicizia, come vossignoria ha detto, signor Cantone, deve essere per sempre, cominciamola con sante e lodevoli cerimonie. - E alzandosi, Diego Scorciato abbracci Cantone e Cantone abbracci lui teneramente e strettamente; poi subito si misero tutti e due a giocare "alla ventuna" con le carte che s' detto, ripulite dalla polvere, dal tritume della paglia, ma sempre bisunte e imbroglione; e dopo poche mani alzava, quanto all'asso, altrettanto bene Scorciato quanto Cantone suo maestro. Nel frattempo usc fuori a prendere aria nel porticato un mulattiere che chiese di poter fare il terzo. Essi lo accolsero di buona voglia, e in meno di mezz'ora gli guadagnarono dodici reali(43) e ventidue "maraveds" che fu quanto dargli dodici stilettate e ventiduemila dispiaceri. Il mulattiere credendo che, per essere ragazzi, i quattrini non avrebbero potuto difenderseli, si prov a portarli via, ma quelli ponendo mano, l'uno alla sua mezza spada e l'altro al suo coltello dal manico giallo, gli dettero tanto da fare che, se non fossero usciti fuori i suoi compagni, di certo l'avrebbe passata brutta.
In questo mentre pass, a caso, da quella strada una comitiva di gente a cavallo che andava a meriggiare alla locanda dell'Alcalde, una mezza lega pi avanti di l(44). Vedendo la baruffa sorta fra il mulattiere e i due ragazzi, misero pace e dissero a questi che se mai fossero diretti a Siviglia si accompagnassero pure con loro.
- Appunto l andiamo, disse Cantone; anzi lor signori, in quanto vorranno comandarci, saran serviti. - E, senza indugiare, saltati sul davanti delle mule, se n'andarono con quella gente, lasciando mortificato e arrovellato il mulattiere e l'ostessa, stupita del loro bel tratto, poich aveva colto i loro discorsi senza che se ne fossero avvisti. E quando disse al mulattiere che li aveva sentiti dire che le carte che portavano eran false, egli si mise a strapparsi la barba: avrebbe voluto rincorrerli alla locanda per ricuperare il suo, perch, diceva, era proprio un grande affronto, uno smacco che avessero imbrogliato un uomo grande e grosso come lui due ragazzi! Lo trattennero i suoi compagni e lo consigliarono di non andare, se non altro per non mettere in piazza la sua dabbenaggine e la sua minchioneria. Infine tanto gli dissero che, pur non riuscendo a consolarlo, l'obbligarono a rimanere.
Frattanto Scorciato e Cantone mostrarono tanto bella maniera nel servire i viandanti che questi seguitarono a portarli in groppa alle mule loro per quasi tutta la strada. E sebbene pi d'un'occasione l'invitasse a dare una tastatina alle valigie di quei loro quasi padroni, non la colsero per non perdere cos comoda occasione di viaggiare fino a Siviglia, dove desideravano tanto di trovarsi. Tuttavia, all'entrare sull'Avemmaria in citt, dalla parte della Dogana, per via di registrarsi e pagare la tassa d'ingresso, Scorciato non si pot tenere dal fare un taglio alla valigia o sacca da viaggio che portava in groppa al cavallo un francese della comitiva. Col suo coltello dal manico giallo le fece cos larga e profonda ferita che la sbudell, e destramente ne tir fuori due belle camicie, una meridiana e un taccuino: roba di cui non furono, al vederla, gran cosa contenti. E pensando che, se il francese portava in groppa quella sacca, non aveva dovuto riempirla con roba di tanto poco valore come quel tesoro l, avrebbero desiderato di tornare a fare un altro assaggio, ma non lo fecero, riflettendo che la brigata si doveva ormai esser accorta del furto e aveva dovuto mettere in salvo il rimanente. Gi prima di fare il colpo i due si erano congedati da coloro che li avevano portati fin l; e il giorno dopo vendettero le camicie ai rigattieri manutengoli che son fuori della porta dell'Arenal(45) e ne ricavarono venti reali. Fatto ci, se ne andarono a veder la citt. Ammirarono la grandezza e la ricchezza della cattedrale, il gran concorso di gente sulla riva, poich era in giorno che si caricava la flotta. C'erano sei galere; ed essi sospirarono, al vederle, dal timore che una volta o l'altra le loro pecche li dovessero trascinare a prendervi posto per tutta la vita! Si dettero poi ad osservare i molti ragazzi portaceste che passavano di l, e da uno di loro s'informarono che mestiere era quello, se era di molta fatica e quanto si guadagnava. Un ragazzo asturiano, al quale si erano rivolti, rispose che il mestiere era agevole, un mestiere su cui non c'era tassa; che a giorni ne usciva con cinque o sei reali di guadagno con cui mangiava, beveva e si dava bel tempo come un re, senza il pensiero di cercarsi un padrone, al quale dover dare referenze di s; sicuro poi di mangiare all'ora che volesse, dal momento che a tutte l'ore ne trovava, fosse pure l'infima osteria di tutta la citt che n'aveva tante e di cos buone.
Ai due amici l'informazione dell'asturianello non parve cattiva, n il mestiere dispiacque: pareva anzi fatto a bella posta per loro che cos potevano praticare copertamente e con sicurezza il proprio, data la comodit che esso offriva di entrare per tutte le case (col portare i carichi e la roba che loro si affidasse). Subito decisero di comprare quello che occorreva per esercitar quel mestiere, poi che si poteva esercitarlo senza nessun esame. E, domandando all'asturiano cosa dovevano comprare, egli rispose loro che dovevano acquistare ciascuno una piccola bisaccia pulita o nuova; e ciascuno poi tre sporte di palma, due grandi ed una piccola, per riporvi carne, pesce, frutta, e nella bisaccia il pane. Lui stesso li condusse dove si vendeva questo. Col denaro del bottino francese essi comprarono tutto quanto, e in capo a due ore avrebbero potuto essere dottori nel nuovo ufficio, tanto le sporte e le bisacce li avevano fatti pratici e disinvolti a portarle. Li avvert il loro duce dei posti che dovevano bazzicare: la mattina nella via dei beccai e in piazza S. Salvatore; i giorni di pesca alla Pescheria e al Poggio; ogni sera sulla riva e il gioved alla Fiera. Impararono bene a mente tutta questa lezione, e il giorno dopo, di buon mattino, si piantarono in piazza S. Salvatore. V'erano appena giunti che furono loro d'intorno altri ragazzi di quel mestiere, i quali, a quelle bisacce e a quelle sporte nuove fiammanti, capirono che i due dovevano essere nuovi venuti nella piazza. Fecero loro mille domande e a tutte essi risposero con bel garbo e appuntino. Arrivarono frattanto, uno che dal vestire pareva scolaro, e un soldato: i quali, attratti dalla pulitezza delle sporte dei due novizi, quello che pareva essere scolaro chiam Scorciato, e il soldato Cantone.
- Sia in nome di Dio! dissero tutti e due.
- Che ben si cominci il mestiere! disse Cantone: vossignoria per il primo me l'avvia.
A cui rispose il soldato: - Non sar di cattivo augurio l'avviamento, perch sono in quattrini e innamorato; e oggi do un banchetto a certe amiche della mia dama.
- Epper vossignoria mi carichi pure a suo piacere. Mi basta l'animo e la forza di mettermi sulle spalle tutta questa piazza; e anche occorresse ch'io aiutassi in cucina, lo farei ben volentieri.
Lieto il soldato del fare garbato del ragazzo gli disse che se voleva mettersi a servizio, l'avrebbe levato da quell'umile mestiere. Gli rispose Cantone che, siccome quello era il primo giorno che l'esercitava, voleva almeno vedere, prima di lasciarlo cos presto, quel che aveva in s di male e di bene; quando non gli andasse, s'impegnava di mettersi a servizio da lui a preferenza che da un canonico. Rise il soldato, lo caric ben bene, gli indic la casa della sua dama, s che potesse saperla di l in avanti da s, ed egli non avesse bisogno, quando un'altra volta ce lo mandasse, di accompagnarlo. Cantone promise di servirlo fedelmente e a dovere: il soldato gli dette tre "cuartos"(46) e torn il ragazzo alla piazza per non perdere occasioni, in un volo; perch di aver quest'accortezza li avvert l'asturiano, come pure che quando portassero pesce minuto, vale a dire, lasche o sardine o lime, bene era il caso di prenderne qualcuna per assaggiarla e almeno per mangiare quel giorno; ma che questo era da farsi con la maggior astuzia e precauzione, per non perdere il credito, la cosa pi importante in quel mestiere. Per quanto presto tornasse Cantone, trov gi al suo posto Scorciato; il quale gli si avvicin e gli domand come gli era andata. Cantone apr la mano e gli mostr i tre "cuartos". Scorciato cacci la sua in petto e ne cav un borsellino di cuoio che un tempo pareva aver avuto profumo d'ambra(47) e che era discretamente rigonfio.
- Con questo e con due "cuartos" per giunta, disse, mi ha pagato sua riverenza lo studente; ma, per ogni buon fine, prendetelo voi, Cantone.
Gliel'aveva appena dato di nascosto che eccoti lo studente tutto trafelato e smorto. Come vide Scorciato gli domand se a caso avesse visto una borsa cos e cos, che, con quindici scudi d'oro in oro(48) e con tre reali di due "cuartos" e altrettanti "maraveds" in "cuartos" e in "ochavos"(49) gli mancava; gli dicesse se gliela aveva presa nel frattempo che con lui faceva le compere. Al quale con mirabile dissimulazione, senza alterarsi n mutarsi per nulla, rispose Scorciato:
- Quello che vi posso dir io di questa borsa  che perduta non dev'essere; se pure vossignoria non la mise male al sicuro.
- Quest', me peccatore! rispose lo studente, che dovetti metterla male al sicuro, tanto che me l'hanno rubata.
-  quel che dico io, disse Scorciato: ma a tutto c' rimedio meno che alla morte; e il rimedio primo e principale, che vossignoria potr metterci,  d'aver pazienza. Dio ci d e Dio ci toglie. E tutti i giorni non son compagni, e dietro il monte c' la china. Potrebbe anch'essere che col tempo chi l'ha presa venisse a pentirsene e gliela restituisse profumata.
- Il profumamento glielo lascerei! rispose lo studente.
- Tanto pi prosegu Scorciato, che ci sono lettere di scomunica e "paoline"(50) e la buona diligenza di fortuna  la semenza. Sebbene, in verit, non vorrei essere io il ladro di una tal borsa, perch, se vossignoria ha qualche ordine sacro, parrebbe a me di aver commesso qualche grande incesto o sacrilegio.
- Sacrilegio, e come! disse a ci, addolorato, lo studente. Perch, sebbene io non sia sacerdote, ma sagrestano di certe monache, il denaro della borsa era il quadrimestre di una cappellania; e me l'aveva dato a riscuotere un sacerdote mio amico; denaro sacro e benedetto dunque.
- Lasciategli pur mangiare di questo pane, disse a questo punto Cantone. Io non glielo invidio. C' il giorno del giudizio e tutti i nodi, come si dice, verranno al pettine: ed allora si faranno i conti e si sapr chi fu l'audace che os prendere, sottrarre, scialacquare il quadrimestre della cappellania. E quanto rende all'anno? mi dica, signor sagrestano, di grazia.
- La troia di mamma, rende! Son io qui ora per dire cosa rende? rispose il sagrestano con un po' di mal misurata ira. - Ditemi, fratello, se sapete qualcosa; se no rimanete con Dio; che io voglio far mettere il bando.
- Una buon'idea, mi pare, disse Scorciato; ma badi di non dimenticare i segni della borsa, n quanto denaro c' precisamente dentro, perch se c' anche differenza di poco la borsa non ritorner finch dura il mondo; glielo prevengo.
- Non c' pericolo; rispose il sagrestano, perch me la ricordo meglio che sonar le campane; non sbaglier d'un ette -. In questo mentre lev di tasca una pezzola orlata di merletto per asciugarsi il sudore che gli gocciolava gi dal viso come da un lambicco. Vedutala, Scorciato la segn subito per sua, s che, essendosene andato il sagrestano, gli tenne dietro e lo raggiunge alle Rampe(51). Lo chiam, lo tir da una parte e l gli cominci ad infilare tante pastocchie di quelle che chiamano "bernardine"(52) circa il rubamento e il ritrovamento della sua borsa, dandogli buone speranze, senza mai concludere un discorso cominciato, che il povero sagrestano stava a sentirlo intontito. E siccome non arrivava a capire quel che diceva, gli faceva ripetere il discorso due o tre volte. Scorciato lo guardava attentamente in faccia senza distogliere gli occhi dai suoi, e cos il sagrestano, attento com'era alle sue parole, guardava lui. Questo cos grande sbalordimento dette luogo a Scorciato di venire a capo del suo disegno: accortamente gli cav fuori la pezzola di tasca e, accomiatandosi da lui, gli disse che verso sera cercasse di farsi vedere in quello stesso posto, perch aveva un qualche sospetto che un ragazzo del suo stesso mestiere e della sua stessa statura, un po' ladroncello, gli avesse preso la borsa; gli dava parola che un giorno o l'altro l'avrebbe saputo. Con ci si confort alquanto il sagrestano e si conged da Scorciato, che se ne and da Cantone, il quale aveva notato tutto standosene un po' in disparte. Ora, un po' pi gi c'era un altro ragazzo portaceste che aveva visto quanto era avvenuto e come Scorciato avesse dato la pezzola a Cantone. Accostandosi a loro disse:
- Mi dicano, signori belli; si caccia di frodo?(53).
- Non si capisce cotesto discorso, signore bello, rispose Cantone.
- Che non v'entra, signori di Murcia?(54).
- Noi non siamo n di Tebe(55) n di Murcia: disse Scorciato; se vuol altro dica; se no, vada con Dio.
- Non capite? disse il ragazzo. Allora ve lo far intendere e ve lo dir in punta di forchetta(56): voglio dire, signori, se lor signori son ladri. Non si vede, del resto, il perch ve lo domando, dal momento che lo so gi. Mi dicano piuttosto: com' che non sono andati alla dogana del signor Monipodio?
- Ma in questo paese, per essere ladri, si paga tassa d'ingresso, signore bello? disse Cantone.
- Se non si paga, rispose il ragazzo, si va per ad annotarsi davanti al signor Monipodio che dei ladri  padre, maestro e protettore. Li consiglio quindi di venire con me a dargli l'obbedienza; se no, non s'arrischino a rubare senza il suo permesso, che la paghereste cara.
- Io pensavo, disse Scorciato, che il rubare fosse mestiere libero, esente da tasse e da dazio, e che se si paga, si paga tutto insieme dando per malleveria la gola e la schiena(57); ma poich  cos, e paese che vai usanza che trovi, ci uniformiamo a quella di questo paese che per essere il pi importante del mondo(58) questa sar anche di tutto il mondo l'usanza pi giusta. Perci vossignoria pu guidarci da questo cavaliere che dice, ch gi m'immagino, secondo ho sentito dire, persona di qualit e dabbene; e oltre a ci esperto del mestiere.
- E come! rispose il ragazzo.  tanto esperto che in quattro anni dacch ha la carica di nostro superiore e padre, soli quattro di noi sono andati in Piccardia(59), e una trentina elessi all'arrovescio(60) e un sessantadue messi in corsina(61).
- Veramente, signore, disse Cantone, noi intendiamo questi termini come sappiamo volare.
- Incamminiamoci, che ve li andr spiegando per via, rispose il ragazzo, insieme con certi altri che v'occorre aver famigliari come il pane in bocca.
E cos prese a dire e a spiegare loro altri nomi, di quelli che chiamano "germaneschi" o di "germana" nel corso della conversazione, che non fu breve, essendo lunga la strada. E conversando, Cantone disse alla sua guida:
- Per caso, e vossignoria  ladro?
- S, rispose, a servizio di Dio e della gente dabbene(62) quantunque non sia dei pi pratici, giacch sono ancora nell'anno del noviziato.
- Quest' nuova per me, rispose Scorciato, che nel mondo ci sian ladri per servire Dio e la gente dabbene!
- Io, signore, rispose il ragazzo, non so di "tologia"(63); quel che so  che ognuno nel suo mestiere pu glorificare Dio, e specie sotto la regola che Monipodio ha dato a tutti i suoi affiliati.
- Senza dubbio, disse Cantone, dev'essere buona e santa, poich fa che i ladri servano a Dio.
-  regola cos santa e buona, replic il ragazzo, che io non so se la possa andar meglio nella professione nostra. Egli ha ordinato che di quel che accada di rubare si rilasci qualche cosa, ossia un'elemosina, per l'olio della lampada di un immagine veneratissima di questa citt; e davvero che s' visto di grandi effetti da questa devota usanza. Per esempio nei giorni scorsi i magistrati dettero tre margherite(64) a un carpione che aveva fiorito due mizzi, ed egli, sebbene debole e malato di febbre quartana, li sopport senza cantare come se nulla fosse. E questo noi dell'arte lo attribuiamo alla sua gran devozione, giacch le sue forze non bastavano a sopportare neanche il primo strattone del boia. E poich so che mi domanderete il significato di qualcuna delle parole che ho dette, voglio alla bonora servirvi prima che me ne domandiate. Sappiano lor signori che carpione significa "ladro di animali" margherita vuol dire "corda" e mizzi "asini" (con rispetto parlando) e "il primo strattone"  il primo tratto di corda che d il boia. C' di pi: noi recitiamo un nostro rosario diviso per tutta la settimana, e nessuno di noi ruba il venerd; n di sabato ha da fare con donna che si chiami Maria.
- Tutto questo, a meraviglia, mi pare, disse Scorciato; ma, mi dica vossignoria, si fa altra restituzione o ammenda oltre questa?
- Quanto al restituire, neanche a parlarne, rispose il ragazzo, essendo cosa impossibile a causa delle tante parti in cui si divide la ruberia; giacch ciascuno dei maggiorenti e degli operatori prende la sua, cos che il primo ladro non pu restituir nulla; tanto pi che nessuno c'impone quest'obbligo, non confessandoci mai noi; n se mettono fuori lettere di scomunica ne sappiamo mai nulla, perch non andiamo mai in chiesa quando vi se ne fa la lettura, se pure non sia nei giorni d'indulgenza, per il guadagno che ci d il concorso di tanta gente.
- Non c' altro che questo, disse Scorciato, e questi signori affermano che la loro vita  santa e buona?
- Ma cos'ha di male? replic il ragazzo. Non  peggio essere eretico o rinnegato, uccidere il padre o la madre, o essere "solomito?"
- Sodomita, vorr dire vossignoria, rispose Cantone.
- Gi! disse il ragazzo.
- Ci  male, replic Scorciato; ma poich la nostra sorte ha voluto che si entri in questa congrega, allunghi il passo vossignoria, che muoio dalla voglia di trovarmi col signor Monipodio, di cui si dicono tante meraviglie.
- Presto sar soddisfatta, disse il ragazzo, che di qui gi si scorge la sua casa. Lor signori rimangano alla porti mentre io vado a vedere se  libero; giacch son queste le ore in che suole dare udienza.
- Sta bene, disse Cantone. - E il ragazzo, andando un po' avanti, entr in una casa di non molto buono, anzi di molto cattivo aspetto; e i due rimasero alla porta ad attendere. Presto rivenne fuori il ragazzo; li chiam. Essi entrarono e la loro guida comand loro di aspettare in un cortile piccolino a mattonelle che, tutto lindo e lucido, pareva che scorresse del pi bel carminio(65). Da un lato c'era uno sgabello a tre piedi, dall'altro una mezzina sbreccata con su un boccaletto non meno sbreccato della mezzina. In un'altra parte era una stuoia di vimini e, nel mezzo, un gran vaso di basilico, di quelli che a Siviglia chiamano "maceta"(66). I due ragazzi guardavano attentamente l'arredamento della casa intanto che scendesse il signor Monipodio. Vedendo che tardava, Cantone si arrischi a entrare in una delle due stanzette a pianterreno nel cortile e dentro ci vide due spade da scherma e due targhe di sughero, attaccate a quattro chiodi, un cassone senza coperchio o altro che lo coprisse, e altre tre stoie di vimini stese a terra. Alla parete di fronte all'entratura era appiccicata al muro un'immagine della Madonna, di rozza stampa; pi sotto pendeva una sportina di palma, e, incassata nella parete, una piletta bianca; per il che Cantone suppose che la sportina serviva da cassetta per l'elemosine e la piletta per l'acqua santa; e cos era infatti.
In questo mentre entrarono nella casa due giovanotti di circa vent'anni ciascuno, vestiti da studenti, e di l a poco due portaceste e un cieco, che, senza dir parola, si misero a passeggiare per il cortile. Non molto dopo entrarono due vecchi in baietta(67), in occhiali, che davano loro un'aria grave e rispettabile, con in mano parecchi rosari dai grossi chicchi risonanti(68). Dopo di loro entr una vecchia, con un vestito a larghe falde, la quale, senza dir nulla, infil la stanza; e avendo attinta l'acqua benedetta con grandissima compunzione, si mise in ginocchio davanti all'immagine. Dopo un bel po', avendo prima baciato tre volte la terra e altrettante levate le braccia e gli occhi al cielo, si alz, gett la sua elemosina nella sportina e usc nel cortile in compagnia degli altri. Insomma in poco tempo si radunarono nel cortile circa quattordici persone di diverso vestire e mestiere. Giunsero pure, fra gli ultimi, due giovanotti dall'aria ardita e spaccona, dai larghi mustacchi, coi cappelli a larghe falde, collare alla vallona, calze di colore, nastri vistosi e pomposi, spade fuor di misura, con un pistolone ciascuno in luogo di pugnale e, appesa alla cintola di cuoio, la targa. I quali, appena entrati, guardarono di traverso Cantone e Scorciato, come meravigliati della loro presenza e del non conoscerli. Avvicinatisi, li richiesero se erano della fratellanza. Cantone rispose di s, servi umilissimi delle lor signorie.
Giunse frattanto l'ora e il momento che il signor Monipodio discese, aspettato e ben ricevuto da tutta quella degna societ. D'et forse tra i quarantacinque e i quarantasei anni, era alto della persona, bruno di faccia, unite le sopracciglia, nera e folta la barba, penetrante lo sguardo. Scamiciato, dall'apertura sul davanti mostrava tutto un bosco, tanto era il pelo che aveva sul petto. Vestiva un camice di baietta lungo fin quasi ai piedi, calzati d'un paio di scarpe diventate ciabatte; brache di tela larghe e lunghe gli coprivano le gambe fino alle caviglia; il cappello era di quelli della mala vita, a pan di zucchero e largo di falde: il dorso e il petto gli attraversava una cinghia da cui pendeva una spada larga e corta, come quelle col canino(69). Le mani erano tozze e pelose, le dita grasse e le unghie piatte e adunche. Le gambe non gli si vedevano, ma i piedi erano di non comune larghezza, e sporgenti nelle nocche. In una parola, era il pi zotico e brutto ceffo del mondo. Scese con lui la guida di Cantone e Scorciato, che, presili per mano, li present a Monipodio, dicendogli: - Questi sono i due bravi ragazzi di cui ho parlato a vossignoria, mio sor Monipodio. Vossignoria li esamini e vedr che son degni di entrare nella nostra fratellanza
- Ci che far molto volentieri, rispose Monipodio.
Dimenticavo di dire che quando Monipodio scese gi, tutti quelli che lo aspettavano gli strisciarono una profonda e larga riverenza, meno i due bravi che si levarono il cappello, cos alla sbadata, come si dice(70), e senz'altro tornarono a passeggiare da un lato del cortile; dall'altro passeggiava Monipodio, il quale domand ai nuovi venuti la loro professione, la patria, i genitori. A cui rispose Cantone:
- Della professione  bell'e detto dal momento che siamo qui davanti a vossignoria. La patria non mi pare cosa di molta importanza dire qual', e neanche i genitori; ch qui non s'ha da dare informazioni per avere a vestire qualche onoranda divisa cavalleresca(71).
- Voi, figlio mio, avete ragione, rispose Monipodio; ed  cosa bene indovinata nascondere quanto dite; perch, caso mai la sorte non corresse come deve, non sta bene che rimanga, sotto la firma dell'attuario o nel registro delle entrate(72) annotato: "Tal di tale, nato nel tal luogo, il giorno tale l'impiccarono" oppure lo "frustarono" o qualcosa di simile che, per lo meno, agli orecchi delicati suona male. E cos, torno a dire,  una buona precauzione di tacere la patria, nascondere la nascita e mutarsi nome. Fra noi tuttavia non ci dev'esser nulla di nascosto, cos che desidero per ora sapere i nomi di voi due. Cantone disse il suo e lo stesso fece Scorciato.
- Di qui in avanti per, rispose Monipodio, desidero e voglio che voi, Cantone, vi chiamiate Cantuccio; e voi, Scorciato, vi chiamiate Scorcino; nomi che vi calzano a pennello per la vostra et e per le nostre regole, sotto le quali  necessario che si sappiano i nomi dei genitori dei nostri confratelli, perch noi si usa di far dire ogni anno delle messe per le anime dei nostri defunti e benefattori, ricavando lo "stupendo"(73) dell'elemosina, per il prete che le dice, da una parte di quel che si grancia(74). E queste tali messe, cos dette e pagate, si dice che vanno a beneficio di quelle tali anime per via di "naufragio". Rientrano poi nel numero dei nostri benefattori l'avvocato che ci difende, il "pevere" che ci avvisa, il boia che ci compiange; chi, quando qualcuno di noi scappa per la strada e la gente gli corre dietro gridando "al ladro! al ladro! fermatelo! fermatelo!" si butta in mezzo e para la fiumana degli inseguitori dicendo: "lasciatelo il poveretto che  gi troppo sventurato; tal sia di lui; pena gli sia il suo peccato!" Sono pure benefattrici le nostre generose(75) che col sudore ci soccorrono tanto in cavagna quanto in corsina; e lo sono anche i nostri padri e le nostri madri che ci misero al mondo, e l'attuario, che se vuole, non c' delitto che sia colpa, n colpa che incorra in pena grave. Ora per tutti questi che ho detto la nostra congrega fa ogni anno il "loro anversario" con la maggior "poppa e solent" che si pu(76).
- Per certo, disse Cantuccio (ormai gli restava questo nome), quest'opera  degna dell'altissimo e profondissimo ingegno che di vossignoria, signor Monipodio, ci han detto. Per i nostri genitori son sempre vivi e verdi; ma se noi s'avesse a campar pi di loro ne informeremo subito questa felicissima e stimatissima congrega, perch si faccia per le loro anime questo "naufragio" o tempesta, o questo "anversario" che dice vossignoria, con la solennit e pompa d'uso; se pure non  che meglio si faccia con "poppa e solent" come appunto osservava discorrendo vossignoria.
- Cos sar o non rimarr di me un brindello, rispose Monipodio. E, chiamando la guida, gli disse: - Vieni qui, Gancetto:  montata la guardia?
- S, disse la guida - che Gancetto si chiamava - tre sentinelle rimangono in vedetta, e non c' paura che ci si colga alla sprovvista.
- Tornando, poi, al nostro discorso, disse Monipodio, vorrei sapere, figliuoli, quel che sapete fare, per assegnarvi l'ufficio e il mestiere adatto alla vostra inclinazione e alla vostra capacit.
- Io, rispose Cantuccio, so un pochino l'arte del Vilhn, m'intendo della riserva, ho buona vista per il fumo, gioco bene con un asso con quattro e con otto; nei giuochetti della raspatura, della verruchetta, del dente canino non ci inciampo, entro nella bocca del lupo come in casa mia e sarei capace di giuocare "un terzo da burla"(77) meglio che un terzo(78) di Napoli e di dare un colpo di sverza meglio che prestar due reali(79).
- Sono i principii, disse Monipodio; per son tutti fiori(80) da nulla, vizzi e cos triti che non c' principiante il quale non li sappia; buoni solo per qualcuno che sia cos merlotto da lasciarsi spennacchiare dopo mezzanotte(81). Per altro, passer tempo e ce ne riparleremo, perch con una mezza dozzina di lezioni su queste vostre basi, spero in Dio che riuscirete un operatore di cartello e fors'anche maestro.
- Faremo di tutto per servire vossignoria e i signori confratelli, rispose Cantuccio.
- E voi, Scorcino, cosa sapete fare? domand Monipodio.
- Io, rispose Scorcino, so il tiro che chiamano "metti due e cava cinque"(82) e so frugare una tasca con molta diligenza e sveltezza.
- Sapete altro? disse Monipodio.
- No; colpa i miei gran peccatacci! rispose Scorcino.
- Non vi addolorate, figliuolo, replic Monipodio, poich siete giunto a tal porto dove non affogherete e a tale scuola di dove non mancherete di uscire ben perfezionato in tutto quello che pi vi possa convenire. E a coraggio, come si sta, figliuoli?
- Come si deve stare, se non benone? rispose Cantuccio. Abbiamo fegato di tentare qualsiasi impresa che il mestiere e il compito nostro richieda.
- Sta bene, soggiunse Monipodio; ma vorrei anche che ne aveste per sopportare, all'occorrenza, una mezza dozzina di "margherite" se vi doveste, per caso, ritrovare a questo, senza aprir bocca, senza dire: n ai n bai.
- Gi sappiamo, signor Monipodio, disse Scorcino, cosa significa "margherita". Siamo pronti a tutto noi, perch non siamo tanto ignoranti da non capire che quel che dice la lingua lo paga poi il collo. E un bel favore rende il cielo all'uomo arrischiato (per chiamarlo cos soltanto) col rimettere alla lingua la sua vita o la sua morte; come un "no" avesse pi lettere di un "s"(83).
- Basta, non occorre altro; disse a questo punto Monipodio. Dico che questo solo argomento mi convince, mi persuade, m'induce, mi forza a che da ora in poi prendiate subito posto fra i fratelli anziani e che vi si dispensi dall'anno di noviziato(84).
- Sono anch'io di questo parere, disse uno dei bravi.
Assentirono a una voce quanti eran li, i quali erano stati attenti a tutto l'interrogatorio, e chiesero a Monipodio che fin d'allora concedesse e permettesse loro di godere delle immunit della fratellanza, poich assolutamente lo meritavano il loro piacevole aspetto e il bel parlare. Rispose Monipodio che per fare cosa grata a tutti gliele concedeva da quel momento e avvert i due che ne facessero gran conto, perch ci voleva dire dispensa dalla met (del tributo) sul primo furto che facessero; non avere uffici minori in tutto l'anno, cio, non portare ambasciate di alcun fratello anziano alla prigione o alla casa sociale da parte dei tributari; voleva dire poter bere vino non battezzato, banchettare quando, come e dove volessero senza domandare licenza al loro caporale; di ci che i fratelli anziani portassero alla massa, entrarne a parte fin da allora come uno di loro; e altre cose che essi tennero per segnalatissimo favore e di cui inoltre, con parole molto gentili e cortesi, si mostrarono riconoscenti e obbligati.
In questo mentre entr un ragazzo, di corsa, ansimando, e disse:
- Il birro dei vagabondi  diretto qua, ma  senza "bracchi"(85).
- Non si turbi, non si sgomenti nessuno, disse Monipodio;  un amico, e non viene mai per farci del male. Calma, che uscir a parlarci io.
Tutti si tranquillarono, che gi erano un po' sconcertati, e Monipodio usc sulla porta, dove incontr il birro, col quale stette a parlare un poco; poi subito ritorn dentro e domand:
- A chi  toccata oggi la piazza di S. Salvatore?
- A me, disse colui che aveva fatto da guida.
- Allora com', disse Monipodio, che non mi si  denunziata una borsetta ambrata che stamane, appunto in quei paraggi, fu smarrita con quindici scudi d'oro e due reali di due, e non so quanti "cuartos"?
-  vero, disse la guida; oggi  mancata questa borsa, ma io non l'ho presa, n posso pensare chi sia stato.
- Trappole con me, no! replic Monipodio; la borsa deve venir fuori, perch la reclama la guardia che  un amico e ci fa mille piaceri durante l'anno.
Il ragazzo torn a giurare che non ne sapeva nulla. Monipodio cominci a andare in collera, tanto che pareva schizzar fuoco dagli occhi e disse:
- Che nessuno scherzi con infrangere la pi piccola prescrizione del nostro ordine, perch gli coster la vita! Fuori il granchio dalla buca! Se chi l'ha presa si nasconde per non pagare i diritti, io gli dar per intero quello che gli spetta e aggiunger il resto di mio, giacch la guardia dev'essere contentata ad ogni costo.
Il ragazzo, da capo a giurare e a spergiurare che lui non aveva preso tale borsa, che non l'aveva veduta; il che fu tutto un aggiungere esca alla collera di Monipodio, e dar motivo di scompiglio a tutta la radunanza, vedendo che si trasgredivano gli statuti e le buone regole loro. Cantuccio, vedendo allora tanto litigio e tanto chiasso, pens che sarebbe stato bene metter pace e far contento il suo capo, il quale scoppiava di rabbia; perci, consigliandosi col suo amico Scorcino, mise fuori, d'accordo, la borsa del sagrestano e disse:
- Finiamola, signori miei. Questa  la borsa; non ci manca nulla di quel che la guardia dichiara. Oggi l'ha agguantata il mio collega Scorcino insieme a un fazzoletto che ha preso allo stesso padrone per giunta. Subito Scorcino tir fuori il fazzoletto e lo mostr. Al vederlo, Monipodio disse:
- Scorcino il Valoroso (nome e soprannome che gli deve restare da oggi in poi) si tenga il fazzoletto e si addebiti a me il suo compenso per questo servizio. La borsa se la porti la guardia, perch  di un sagrestano parente suo: bisogna che si avveri quel proverbio che dice: chi ti d tutta intera la gallina tu dagliene almeno una coscina! Questa buona guardia passa sopra a pi cose, in un giorno, di quello che noi gli possiamo e soliamo dare in cento.
Tatti unanimi approvarono i buoni sentimenti dei due nuovi venuti, la sentenza e il parere del loro capo, il quale usc a dar la borsa alla guardia. Per Scorcino rimase stabilito il soprannome di valoroso come se si trattasse di Don Alfonso Prez de Guzmn il Valoroso, che al di l delle mura di Tarifa gett al nemico il coltello, perch gli sgozzasse pure l'unico figlio(86).
Quando Monipodio torn, entrarono con lui due ragazze dal viso imbellettato, le labbra tutte dipinte e il seno imbiaccato, vestite con la mantelletta di saia(87), con un fare sciolto e impudente; indizi sicuri da cui, vedendole, Cantuccio e Scorcino capirono che erano di casino e non s'ingannarono punto. Come entrarono, a braccia aperte si butt l'una al collo di Cichisnacche e l'altra di Maniferro, che cos si chiamavano i due bravi. Questo si chiamava cos perch aveva una mano di ferro in luogo dell'altra che gli avevano mozzato per giustizia(88). Essi le abbracciarono con gran trasporto e chiesero loro se portavano qualcosa da poter mettere il becco in molle.
- Ma poteva mancare, mio paladino? rispose l'una che si chiamava la Guadagnina(89): presto verr Fischietto(90), il tuo "moretto"(91) con la cesta per il bucato colma di quel che Dio ci ha favorito -. E fu cos davvero, perch subito entr un ragazzo con una canestra da bucato coperta d'un lenzuolo. All'entrar di Fischietto tutti fecero festa. Subito Monipodio comand di andare a prendere una delle stoie di vimini che erano nella stanza e di stenderla in mezzo al cortile: come pure ordin che tutti si sedessero in giro, perch, mettendo a posto lo stomaco, si sarebbe trattato di quel che pi conveniva. A questo la vecchia che aveva fatto orazione davanti all'immagine disse:
- Monipodio, figlio mio, io non me la sento di far baldoria, perch  da due giorni che mi gira il capo da impazzire; per di pi devo, prima di mezzogiorno, andare a terminare le mie devozioni, a accendere le candeline alla Madonna delle Acque(92) e al Santo Crocifisso di S. Agostino(93) cosa che non lascerei di fare se anche nevicasse o bufasse. Il motivo che m'ha fatto venir qui  che la notte scorsa il Rinnegato e il Centopiedi portarono a casa mia una canestra da bucato, un po' pi grande di questa, piena di biancheria. Su Dio e sull'anima mia, era ancora col cenerone e tutto, poich i poveretti non dovettero aver tempo di toglierlo; grondavano dal sudore che era una piet a vederli entrare trafelati e colare gi dal viso che parevano angioletti. Mi dissero che pedinavano un negoziante di ovini, il quale aveva pesato certi montoni al macello, per vedere se riuscivano a fare un colpo sopra una grossa borsa di pelle di gatto che portava in dosso, gonfia di reali. Essi non sbarazzarono la canestra, n ripassarono la biancheria, riposando tranquilli sulla integrit della mia coscienza; e cos voglia Dio appagare i miei onesti desideri e ci liberi tutti dalle grinfie della giustizia, com' vero che non ho toccato la canestra, intatta come quando fu messa insieme.
- Vi crediamo in tutto e per tutto, signora madre, rispose Monipodio. La canestra rimanga come e dove sta, ch'io andr l a buio, conter e riscontrer ci che contiene e dar a ciascuno ci che gli spetta, appuntino e fedelmente come sempre.
- Sia come volete, figlio, rispose la vecchia. Ma poi che mi si fa sera, datemi se n'avete, un sorsetto di qualcosa che mi rimetta questo stomaco che me lo sento languire.
- Da bere? ma sicuro madre mia! disse a questo punto Scalamuro(94), che cos si chiamava la compagna della Guadagnina. E scoprendo la cesta apparve un botticino fatto a otre, di cuoio, di quasi due "arrobas"(95) e un pcchero di sughero che poteva comodamente, senza farlo raso, contenere circa due litri. Lo riemp la Scalamuro e lo porse alla vecchia pinzochera che, presolo con tutte e due le mani e, soffiata via un po' di schiuma, disse:
- Troppo ne hai mesciuto, figlia mia Scalamuro, ma Dio mi dar di poterlo bere tutto. E, messoselo alle labbra, in un sorso, e senza riprender fiato, lo travas dal pecchero nello stomaco fino a un gocciolo, dicendo:
-  Guadalcanal(96); e c' anche un tantino di gesso nel "signorino". Dio consoli te, figliuola, che hai consolato me cos; temo per che m'abbia a far male, perch sono ancora digiuna.
- Impossibile, disse Monipodio:  vin vecchio di due anni.
- Speriamo nella Vergine benedetta, rispose la vecchia, e aggiunse: - Guardate, ragazze, se per caso vi trovaste qualche "cuarto" per comprar le candeline per la mia devozione; perch, con la furia e il desiderio di venire a informare della cesta, ho dimenticato a casa il borsellino.
- Ne ho io, mamma Caratello (si chiamava cos la buona vecchia), rispose la Guadagnina; prendete; ecco qui due "cuartos". Con uno vi prego di comprare una candelina per me e accenderla a ser S. Michele; che se ne potete comprar due accendete l'altra a ser S. Biagio; tutti e due miei patroni(97). Desidererei che ne poteste accendere un'altra a monna S. Lucia, ch, per via degli occhi, anche di lei son devota; ma non ho spiccioli. Un altro giorno per ci sar da disobbligarsi con tutti.
- Farai molto bene, figliuola, e guarda di non essere spilorcia. Vuol dir tanto portare le candele da s, prima di morire, e non aspettare che gli eredi le mettano o l'esecutore testamentario.
- Dice bene, mamma Caratello, disse la Scalamuro; e mettendo mano alla borsa, le diede un altro "cuarto" incaricandola di accendere altre due candeline ai santi che, a suo credere, erano dei pi giovevoli e dei pi riconoscenti. Con ci se ne and la Caratello dicendo loro:
- Divertitevi, figliuoli, ora che siete in tempo, perch verr la vecchiaia e piangerete allora il tempo perduto in giovent, come lo piango io. Raccomandatemi a Dio nelle vostre orazioni, che io vado a far lo stesso per me e per voi altri perch ci liberi e preservi in questa nostra vita rischiosa, sicuri dalla giustizia. E quindi se ne and.
Partita la vecchia, si sedettero tutti torno torno alla stoia, e la Guadagnina vi stese su un lenzuolo per tovaglia. La prima cosa che cav fuori dalla cesta fu un gran mazzo di ravanelli, circa due dozzine di aranci e limoni e poi subito un gran tegame pieno di fette di baccal fritto; poi mise fuori mezza forma di cacio di Fiandra, una pentola di bellissime ulive, un piatto di granchiolini, e grossi gamberi a iosa con la loro salsa stuzzicante di bei capperi infarciti di pepe(98) e tre focacce bianchissime di Gandul(99). I radunati a colazione saranno stati un quattordici: nessuno di loro manc di metter fuori il suo coltello dal manico giallo, meno Cantuccio che brand la sua mezza spada. Ai due vecchi in baietta e alla guida tocc l'ufficio di distribuire il vino col pecchero di sughero. Avevano per appena cominciato a dar sotto agli aranci, che tutti trasalirono a certi picchi dati alla porta. Monipodio comand di stare calmi, entr nella stanza a terreno a staccare una targa e, con la mano alla spada, arrivato alla porta domand con voce cavernosa ed aspra:
- Chi picchia?
Di fuori fu risposto:
- Son io: nulla! nulla! signor Monipodio, son Tagarete(100) la sentinella di stamani, e vengo a dire che vien qui Giuliana la Bofficiona(101) tutta scarmigliata e piangente che pare le sia accaduta qualche disgrazia.
Nel frattempo giunse singhiozzando la donna che egli diceva. Monipodio, sentendola, apr la porta e comand a Tagarete che tornasse al suo posto e che d'ora innanzi avvisasse di quel che notava, ma con meno chiasso e scompiglio. Egli disse che avrebbe obbedito.
Entr la Bofficiona, che era una ragazza del genere delle altre e dello stesso mestiere. Scapigliata e col viso pieno di ammaccature, come entr nel cortile cadde a terra svenuta. Corsero a soccorrerla la Guadagnina e la Scalamuro e, slacciandole il petto, la trovarono tutta livida, pesta. Le spruzzarono acqua in faccia ed essa torn in s strillando:
- La giustizia di Dio e del Re piombi su quel furfante sfacciato, su quel vile mariolo, quel briccone pidocchioso che io ho salvato dalla forca pi volte ch'egli non abbia peli nella barba. Me disgraziata! Guardate per chi ho perduto, per chi ho sciupato la mia giovinezza, il fior dei miei anni; per un malvagio carognone, malvivente, perverso!
- Calmati, Bofficiona, disse a questo punto Monipodio, che son qui io e ti far giustizia. Raccontaci cosa t'han fatto, che starai pi tu a raccontarlo che io a vendicarti. Dimmi se hai avuto a dire col tuo protettore; e se cos , e vuoi vendetta, non hai che a dire una parola.
- Che protettore! rispose Giuliana. Protetta possa io vedermi all'inferno, se pi abbia a esserlo con quel leone con le pecore e agnellino con gli uomini! Con lui tornare io a mangiar pane alla stessa tavola e coricarmi? Prima possa io vedermi divorate le carni dagli sciacalli, poi che mi ha conciato come ora vi faccio vedere.
E alzandosi d'un tratto le gonnelle fino al ginocchio e un po' pi su, mostr le gambe piene di lividure.
- Cos mi ha conciato, prosegu, quell'ingrato del Pallottola(102), mentre aveva pi obblighi con me che con la madre che l'ha partorito. E per cosa credete l'abbia fatto? Gi! Che gli abbia dato motivo io! No, davvero. L'ha fatto sol perch, stando a giuocare e perdendo, mi mand a chiedere per mezzo di Vescichetta(103), il nuovo moretto, trenta reali. Io non glie ne mandai che ventiquattro; e la fatica che m'erano costati prego Dio che possa andare in isconto dei miei peccati. In pagamento di questa gentilezza, di questo buon servizio, credendo che io facessi l'agresto su quello che secondo i suoi conti, io potevo avere, stamane m'ha in campagna, dietro il Parco del Re(104), e l, in un uliveto, m'ha denudato e con la cinghia, senza neanche badare a scansar la fibbia di ferro (cos possa io vederlo messo ai ferri e ammanettato) me n'ha date tante che mi ha lasciato mezza morta. E che questa  la verit, buona prova ne siano quest'ammaccature che vedete.
Qui di nuovo a strillare, di nuovo a chiedere giustizia, e di nuovo a promettergliela Monipodio con tutti i bravi ch'eran l. La Guadagnina le prese una mano per confortarla, dicendole che lei avrebbe dato ben volentieri uno di quei gioielli pi preziosi che aveva perch le fosse accaduto altrettanto col suo damo: - Perch, disse, sorella mia Bofficiona, voglio che tu sappia, se non lo sai, che chi ama bene castiga bene; e quando questi birboni ci picchiano, ci frustano, ci calpestano, allora  che ci adorano. Confessami, se non  cos, la verit sul tuo onore. Dopo che ti ebbe il Pallottola picchiato e zombato, non ti fece qualche carezza?
- Qualche carezza? rispose la piangente; ma cento mila me ne fece; e avrebbe dato un dito della mano perch fossi andata con lui a casa sua. E anche mi pare che gli vennero le lacrime agli occhi dopo che m'ebbe pettinato.
- Non c' da dubitarne, replic la Guadagnina. Piangerebbe dalla pena a vedere come t'aveva ridotto; perch uomini di questa sorta, in casi simili, non hanno finito di commettere la colpa che subito se ne pentono. E tu vedrai, sorella, se non viene a chiederti perdono di quanto  accaduto, sottomettendotisi come un agnellino.
- Per, rispose Monipodio, non entrer qui dentro lo spaccone sonato da rovescio(105) se prima non fa penitenza aperta della birbonata commessa. Farsi ardito di mettere le mani sul viso e addosso alla Bofficiona? Una ragazza che, per garbatezza e per utilit, pu dar dei punti alla stessa Guadagnina qui presente? Che  tutto dire!
- Ah! disse a questo la Giuliana: vossignoria, signor Monipodio, non dica male di quel maledetto: per quanto tristo, voglio pi bene a lui che agli occhi miei. Le ragioni che mi ha detto in suo favore la Guadagnina mi hanno risollevato; e in verit che sono per andare a cercarlo.
- Tu non devi far questo, secondo me, replic la Guadagnina; perch lui n'andr gonfio e tronfio e tirer su di te come su di un fantoccio. Stai tranquilla, sorella, che fra poco tu lo vedrai venir tutto pentito come t'ho detto; e se non dovesse venire gli scriveremo una lettera in rima che sputer amaro.
- S, s, disse la Bofficiona; che ho mille cose da scrivergli.
- Io far da segretario, se occorre; disse Monipodio. E sebbene non sia niente affatto poeta, nondimeno se questo qui(106) ci si mette(107), risica di buttarne gi due migliaia di strofe in quattro e quattr'otto. Che se non venissero come si deve, ci ho un amico barbiere, poeta di vaglia, sempre pronto a far tornare la misura. Per ora intanto finiamo di far colazione, che poi tutto s'accomoder.
Giuliana fece di buon grado a modo del suo capo, e cos tutti quanti tornarono al loro "gaudeamus" che in breve videro il fondo della cesta e la posatura dell'otre. I vecchi bevvero a non finire, i giovani a pi non posso(108) e le dame a ripetizione(109). I vecchi domandarono licenza di andarsene, e Monipodio subito gliela dette, incaricandoli di venir a dare puntuale notizia di quanto vedessero essere utile e conveniente alla societ come alla sicurezza, e all'incremento della fratellanza. Risposero che ben se ne sarebbero dato pensiero, e se ne andarono.
Cantuccio che era, di suo, molto curioso, chiesto prima scusa e licenza, domand a Monipodio di che utile potevano essere alla fratellanza due individui cos vecchi, cos gravi e di tanta presenza. Gli rispose Monipodio che costoro, in gergo, si chiamavano "ronzoni"(110); e loro ufficio era girare di giorno per tutta la citt, spiando in quale casa si poteva fare un colpo la notte; tener dietro a quelli che intascavano denaro dalla Banca(111) o dalla Zecca per vedere dove lo portavano e anche dove lo depositavano. Saputolo, scandagliavano la grossezza del muro di quella tal casa e stabilivano il posto pi adatto per le "gattaiole"(112), ci  a dire, buchi di dove poter entrare facilmente. Insomma disse che erano le persone di cui maggiormente, o ugualmente come gli altri, si avvantaggiava la sua corporazione; che di quanto veniva rubato per loro industria, prendevano il quinto, come fa sua Maest quando si trova un tesoro; che erano, per di pi, uomini sinceri e molto rispettati, di buoni costumi e di buon nome, timorati di Dio e coscienziosi; che ogni giorno sentivano la Messa con particolare devozione. E fra loro, seguit, ce n' di tanto discreti, sopra tutto quei due che se ne vanno ora, che si contentano di molto meno di quanto, stando alla tariffa della societ, spetterebbe loro. Altri due, disse, sono "bastagi" i quali, poich talvolta si trovano agli sgomberi, sanno gl'ingressi e le uscite di tutte le case della citt; quelle che possono essere utili e quelle che no.
- Tutto va d'incanto, disse Cantuccio, e io vorrei essere di qualche utilit a cos bella corporazione.
- Iddio favorisce sempre i buoni desideri, disse Monipodio. - Mentre si era in questi discorsi, picchiarono alla porta. Usc Monipodio a veder chi era e, alla domanda, fu risposto:
- Apra vossignoria, sor Monipodio; io sono il Pallottola.
Sent la voce la Bofficiona, e, levando al cielo la sua, disse:
- Non gli apra vossignoria, signor Monipodio; non gli apra a questo "marinaro di Tarpeia"(113) a questa "tigre di Ocagna"(114).
Ci non pertanto apr Monipodio al Pallottola; ma la Bofficiona, vedendo che gli apriva, si lev di corsa, infil la stanza delle targhe e, serrandosi la porta dietro, diceva berciando di dentro:
- Levatemelo davanti questo figuro(115), questo carnefice d'innocenti, questo terrore di pacifiche colombe!
Il Maniferro e Cichisnacche rattenevano il Pallottola che, a tutti i costi, voleva entrare dalla Bofficiona; e siccome non lo lasciavano, diceva di l fuori.
- Basta, rapinosa mia! calmati per il tuo bene; cos tu ti veda maritata.
- Maritata io, eh? tristaccio! - rispose la Bofficiona: - guardate che tasto tocca! E tu vorresti che lo fossi con te, eh? Ma piuttosto con una carcassa di morto che con te.
- Via, sciocca! replic il Pallottola: finiamola che  tardi e guarda di non ti gonfiare vedendo che parlo cos pacifico e che vengo cos sottomesso; perch, perdinci, se mi salta la mosca al naso, se prima sono state briscole ora le vorranno essere nespole! Riconosci il torto, riconosciamolo tutti e due, e non facciamo ridere il diavolo(116).
- Ma che anche ballasse vorrei, disse la Bofficiona, purch ti portasse dove mai pi t'avessi a vedere.
- Ve lo dicevo io? disse il Pallottola. Per Dio che comincia a puzzare, signora Molleggia(117) e io metto in piazza tutto a un prezzo, e chi le vuole son sue(118).
A quest'uscita disse Monipodio:
- In presenza mia non si trasmoda. La Bofficiona verr fuori, non perch minacciata, ma per riguardo a me e tutto andr bene; perch i litigi fra coloro che si vogliono bene dnno pi gusto quando s' fatta la pace. Ah, Giuliana! bambina! Bofficiona mia! vieni fuori per amor mio. Io far che il Pallottola ti domandi perdono in ginocchio.
- Se lui far questo, disse la Scalamuro, saremo tutte per lui a pregare Giuliana di venir fuori.
- Se questo dev'esser, a patto di una resa che vada a scapito della mia dignit io non mi arrender a un esercito di Svizzeri schierato; ma se  a patto che la Bofficiona n'abbia piacere, io, non che buttarmi in ginocchio, mi pianter un chiodo in testa per lei(119).
Avendo riso di questo Cichisnacche e il Maniferro, se n'ebbe a male il Pallottola, tanto che, credendo che si prendessero gioco di lui, disse con segni di gran collera:
- Chiunque ridesse o pensasse di ridere per quello che io e la Bofficiona ci siamo detto o ci diremo, sostengo che mentisce e mentir ogni qual volta ridesse, o pensasse di ridere, come gi ho detto.
Si guardarono Cichisnacche e il Maniferro cos di traverso che Monipodio cap che la faccenda finiva molto male se non ci rimediava lui. Perci, mettendosi subito di mezzo, disse:
- Basta! signori. Fine alle parole gravi e si disperdano dentro i denti. E poich quelle che sono state dette non arrivano alla pelle nessuno le prenda per s.
- Di certo, rispose Cichisnacche, non sono stati dati n si potran dare simili avvertimenti per noi, perch, se avessimo pensato che erano per noi, in tali mani era il tamburello che avrebbero saputo ben sonarlo.
- E anche qui s'ha un tamburello, signor Cichisnacche, replic il Pallottola; e, all'occorrenza, si saprebbe sonare anche le castagnole. Gi ho detto che chi ci si spassa mentisce; e se c' chi la pensa diversamente, venga fuori; e bench io con un palmo di spada meno, trover chi fa un detto e un fatto.
E, dicendo cos, era per uscir fuori della porta. Stava ad ascoltarlo di dentro la Bofficiona, la quale quando cap che se ne andava infuriato, usc fuori dicendo:
- Tenetelo che non scappi; ne far delle sue! Non vedete che  sulle furie?  un Giuda Macarello(120) per prodezza. Vieni qui, campione del mondo e degli occhi miei! - E, stringendoglisi addosso, l'afferr per il mantello. Accorse anche Monipodio e fu trattenuto il Pallottola. Cichisnacche e il Maniferro non sapevano se adirarsi o no: perci se ne stettero tranquilli aspettando quello che avrebbe fatto il Pallottola. Il quale, vedendosi scongiurare dalla Bofficiona e da Monipodio, si volt a dire:
- Mai gli amici devono molestare gli amici, n prendere in corbellatura gli amici e sopratutto quando vedono che gli amici si stizziscono.
- Qui, rispose il Maniferro, non c' amico che voglia molestare n prendere in corbellatura gli amici: qui siamo tutti amici; perci si diano da amici la mano.
Disse a questo Monipodio:
- Lor signorie hanno parlato tutti da buoni amici, e come tali si diano la mano da amici(121).
Se la dettero subito; e la Scalamuro, levandosi una pianella cominci a darci su con le nocche delle dita come su un tamburello. La Guadagnina prese una granata di palma novella, che era l per caso, e, sfregandola, ne cav un suono che, per quanto roco ed aspro, si accordava con quello della pianella. Monipodio ruppe un piatto e ne fece due ciottoli che, messi fra due dita e percossi molto leggermente, battevano il tempo alla pianella e alla granata. Per Cantuccio e Scorcino fu una meraviglia la trovata nuova della granata; una cosa che non avevano visto fino allora. Se ne accorse il Maniferro e disse loro:
- Vi fa meraviglia la granata? Avete ragione; poich musica pi spicciativa, che meno preoccupi e pi a buon mercato non si d nel mondo. L'altro giorno, in verit, sentii dire da uno studente che n il Negrofeo il quale liber Arauce dall'inferno, n Marione il quale sal sopra il delfino e venne fuori dal mare come se cavalcasse una mula da nolo; n quell'altro gran musico che fece una citt dalle cento porte e altrettante porticine, non inventarono mai un genere di musica migliore, cos facile ad imparare, cos agevole a suonarsi, cos senza tasti, senza cavicchi e corde, senza bisogno di accordi. E giuro anche che la invent uno zerbinotto di questa citt il quale si picca di essere un Ettore nella musica(122).
- Lo credo benissimo, rispose Cantuccio; ma stiamo a sentire cosa vogliono cantare i nostri musici, perch pare che la Guadagnina abbia scracchiato; segno che vuol cantare.
E cos era infatti, poich Monipodio l'aveva pregata di cantare qualche "seguidillas" di quelle in uso(123). Ma quella che cominci prima fu la Scalamuro che con voce sottile e trillante cant quel che segue:
-  di Siviglia un bel giovanottino
Che il cor m'ha rosolato, un bel biondino.
E attacc la Guadagnina:
- E per un morettin, bocciol di rosa,
La testa se ne va di chi  focosa.
E subito Monipodio, agitando lesto lesto i suoi cocci:
Bisticciarsi due amanti e pace far!
Se l'ira  grande il gusto  senza par.
La Bofficiona non si pot tenere dall'esprimere la sua contentezza. Perci, prendendo un'altra pianella, si mise a ballare e accompagn gli altri dicendo:
- Guarda, rabbioso, di non mi dar pi;
Perch, se badi ben, la paghi tu.
- Cantiamo per benino! disse a questo punto il Pallottola, e non riattacchiamola con le storie vecchie, che non ce n' ragione. Quel che  stato  stato: mutiamo strada e basta! Non pareva che costoro intendessero di finire cos presto il cantare che avevano incominciato, se non avessero sentito che si picchiava di furia alla porta. Di furia Monipodio usc a veder chi era; e la sentinella gli disse che s'era veduto in fondo alla strada il capo della Polizia e che lo precedevano il Leard e il Falco(124), bracchi indifferenti.
Sentirono quei di dentro e tutti furono sconvolti; tanto che la Bofficiona e la Calderona, ricalzando le pianelle, se le scambiarono, la Guadagnina lasci andare le granate, Monipodio i suoi cocci, e rimase in un silenzio affannoso tutta l'orchestra. Ammutol Cichisnacche, allib il Pallottola e impietr il Maniferro; tutti, chi da una parte chi dall'altra, si squagliarono, arrampicandosi su per le soffitte, su per i tetti per battersela, e di l poi riuscir per altra via. Mai una fucilata all'improvviso, n scoppio inaspettato di fulmine atterr cos uno stormo di colombe tranquille, come la notizia che arrivava il capo della Polizia con la sua muta dei bracchi mise in subbuglio e in spavento tutta quella radunata di brava gente. I due novizi, Cantuccio e Scorcino, non sapevano cosa si fare. Se ne stettero cheti, stando a vedere come andava a finire quella subitanea bufera; la quale, fin soltanto col ritornare della sentinella a dire che il capo della Polizia aveva tirato di lungo, senza far mostra o dare indizio di sospettar male.
E mentre stava dicendo questo a Monipodio, giunse un giovane cavaliere alla porta, vestito, come si suol dire, dimesso. Monipodio lo accompagn dentro e ordin di chiamare Cichisnacche, il Maniferro e il Pallottola; proibito agli altri di scendere. Poich Cantuccio e Scorcino erano rimasti nel cortile poterono sentir tutto il discorso che fecero Monipodio e il cavaliere test arrivato, il quale domand a Monipodio perch era stata eseguita cos male la commissione che gli aveva affidato. Monipodio rispose di non sapere ancora quel che s'era fatto, ma che l'ufficiale incaricato del suo affare era l e che darebbe ben conto di s. Scese in questo frattempo Cichisnacche, e Monipodio gli domand se aveva compiuto la commissione datagli dello sfregio da quattordici punti di sutura.
- Quale? rispose Cichisnacche. Quella del mercante al crocicchio?
- Appunto - disse il cavaliere.
- Ecco qui allora cosa n' stato, rispose Cichisnacche. Io lo aspettai la notte scorsa alla porta di casa sua, ed egli infatti venne prima dell'avemmaria. Me gli avvicinai, gli misurai d'un'occhiata il viso e vidi che l'aveva cos piccino che era impossibile, impossibilissimo che c'entrasse uno sfregio di quattordici punti. Cos, nella impossibilit di poter eseguire la promessa e di fare ci che importava la destruizione...
- Istruzione, vorrete dire, non destruizione, disse il cavaliere.
- Cos volevo dire, rispose Cichisnacche. Dico che vedendo che nella ristrettezza e nella miseria di quella faccia i punti fissati non c'entravano, per non aver fatto la gita inutilmente, sfregiai un suo servitore, e vi posso assicurare che gli detti anche la buona misura.
- Avrei desiderato meglio, disse il cavaliere, che ne fosse stata data al padrone una di sette, anzi che quella di quattordici al servitore. Effettivamente, non si sono mantenuti con me i patti come di dovere. Non importa: poco danno i trenta scudi che lasciai in conto. Bacio le mani a lor signori.
E cos dicendo, si lev il cappello e volse le spalle per andarsene; ma Monipodio lo afferr per la cappa che portava addosso di panno variegato, dicendogli:
- Vossignoria si fermi e mantenga la sua parola, poich noi abbiamo mantenuto la nostra lealmente e avvantaggiata. Venti ducati mancano, e non uscir di qui senza sborsar questi o un pegno che equivalga.
- Come! rispose il cavaliere, vossignoria chiama mantenere la parola dare il taglio al servo dovendo darlo al padrone?
- Ma come ragiona bene il signore! disse Cichisnacche. Si vede bene che non si ricorda del proverbio che dice: chi vuol bene a madonna, vuol bene a messere.
- E cosa c'entra questo proverbio? replic il cavaliere.
- O non  lo stesso, continu Cichisnacche, dire: "chi vuol male a madonna, vuol male a messere?" Ora, madonna  il mercante, vossignoria gli vuol male, e messere  il servo; dando a messere si d a madonna, e il mio debito  liquidato, vale a dire la commissione  stata eseguita. Perci non c' che da pagar subito senza notificazione del termine(125).
- Giuro che  cos, soggiunse Monipodio; e tu, amico Cichisnacche, me l'hai levato di bocca con quanto hai detto ora. Cosicch, bel signore, non voglia piccarsi con i suoi servitori ed amici, ma ascolti il mio consiglio di pagar subito il lavoro eseguito. Che se per caso desidera che un altro sdrucio abbia il padrone, per quel che possa entrarcene sul viso, faccia conto che gi glielo stiano medicando.
- Purch sia cos, rispose lo zerbinotto, molto volentieri, con piacere pagher l'uno e l'altro per intero.
- Non dubiti di questo, disse Monipodio, pi che d'esser cristiano. Cichisnacche glielo dipinger cos naturale sul viso da sembrar che ci sia nato.
- Dopo questa assicurazione e questa promessa, rispose il cavaliere: "Si prenda questa catena in pegno dei venti ducati rimasti a dare e di quaranta che offro per lo sfregio da darsi. Pesa mille reali e potrebb'essere che dovesse rimanere liberata a voi, perch ho alle viste che saranno necessari altri quattordici punti fra non molto.
E cos dicendo si lev dal collo una catena a piccoli anelli e la consegn a Monipodio che al colore e al peso ben vide che non era gi similoro. La prese egli molto volentieri e garbatamente, giacch era persona quanto mai compita. Incaric dell'esecuzione Cichisnacche che prese tempo solo quella notte. Se n'and contentone il cavaliere e subito Monipodio chiam a raccolta gli sbandati impauriti. Tutti discesero e, ponendosi Monipodio in mezzo a loro cav fuori un libro di note che portava nel cappuccio della cappa e lo dette a Cantuccio che leggesse, non sapendo lui leggere.
L'apr Cantuccio, e nel primo foglio vide che diceva:
Nota degli sfregi da darsi questa settimana. "Il primo al mercante al trebbio: vale 50 scudi: ricevuti 30 in acconto. Esecutore, Cichisnacche(126).
- Non credo che ce ne siano altri, figliuolo, disse Monipodio; andate avanti e guardate dove dice: Nota di legnate(127). Cantuccio volt il foglio e vide che nell'altra pagina c'era scritto "Nota di legnate". E pi gi diceva: "Al tavernaio del Trifoglio 12 legnate di prima qualit 1 scudo l'una; dati 8 in acconto. Termine, sei giorni. Esecutore, il Maniferro.
- Si potrebbe anche cancellare questa partita, disse il Maniferro, poich stanotte ne porter il saldo.
- Ce n' pi, figliolo? disse Monipodio.
- S, un'altra, rispose Cantuccio, che dice cos:
"Al sarto gobbo malamente chiamato "il cardellino"(128) 6 legnate di prima qualit a richiesta della dama che lasci la collana. Esecutore, lo Scapezzato(129).
- Mi stupisce, disse Monipodio, che questa partita sia ancora aperta. Senza dubbio lo Scapezzato dev'essere indisposto, perch il termine  passato di due giorni e ancora non ha dato un passo in questa faccenda.
- L'incontrai ieri, disse il Maniferro, e mi disse che, per essere il Gobbo dovuto rimanere in casa ammalato, non aveva potuto far l'obbligo suo.
- Lo credo bene, disse Monipodio. Lo Scapezzato  per me tanto buon ufficiale che se non fosse stato per cos legittimo impedimento, gi avrebbe condotto a fine imprese di pi importanza. Ce n' pi, ragazzino?
- No, signore, rispose Cantuccio.
- Allora passate avanti, disse Monipodio, e guardate dove dice: "Nota di offese ordinarie".
Pass avanti Cantuccio e nell'altra pagina trov scritto:
"Nota di offese ordinarie", ci : gettate di caraffa(130), unzioni di ragia(131), inchiodature di"sambenitos"(132) e di corna, motteggi in rima(133), spaventi, scompigli e finti accoltellamenti, pubblicazioni di libelli, ecc.
- Che dice pi gi? disse Monipodio.
- Dice, disse Cantuccio: "unzione di ragia in casa di...
- Non leggete la casa, perch so io gi dov', rispose Monipodio, e io sono il "tautem" ossia l'esecutore di questa ragazzata. Sono stati dati in conto quattro scudi sull'intero importo di otto.
- Cos , disse Cantuccio; e tutto cotesto  scritto qui. Ancora pi gi dice: "conficcamento di corna".
- Neppure questa casa si legga n dove, disse Monipodio. Basta che l'offesa venga fatta senza che sia messa in piazza, che sarebbe un grosso peso sulla coscienza. Io almeno vorrei piuttosto conficcare a una porta cento corna e altrettanti "sambenitos" purch mi si pagasse il lavoro, che farne una sola parola, fosse pure alla madre che mi partor.
- L'esecutore di questo, disse Cantuccio,  il Nappone(134).
- Gi fatto e pagato, disse Monipodio. Guardate se c' altro, perch, se ben ricordo, qui ci dovrebb'essere uno "spavento" di venti scudi. N' stata data la met, e la societ tutta ne ha l'esecuzione. Il termine  tutto questo mese, e sar compiuto a puntino che non mancher un ette. Sar una delle cose pi belle che siano avvenute in questa citt da molto tempo in qua. Datemi il libro, ragazzo; so che non c' altro e anche che c' un po' di fiacca negli affari; ma in seguito butter meglio e avremo da fare pi di quel che vorremmo; ch non si muove foglia che Dio non voglia. E noi non dobbiamo forzare nessuno a vendicarsi; tanto pi, che ognuno nelle cose sue suole riuscirci e non vuole pagare il compimento di un'impresa che pu eseguire da s.
- Cos , disse a questo punto il Pallottola. Veda perci vossignoria, signor Monipodio, se ha da darci ordini e comandi, perch si fa tardi e il caldo vien pi che di passo.
- Quel che c' da fare, rispose Monipodio,  che tutti vadano ai loro posti e che nessuno lo cambi fino a domenica che ci raduneremo in questo medesimo luogo per ripartire quello che avranno fruttato gli affari, senza far torto a nessuno. A Cantuccio il valoroso e a Scorcino  assegnata per loro zona, fino a domenica, dalla Torre dell'Oro(135) fuori della citt, fino alla porticella dell'Alczar, dove, seduti per l, potranno lavorare con i loro giochi di carte; ch io ho visto altri, meno abili di loro, tornare ogni giorno con pi di venti reali in ispiccioli, senza dell'argento, con un solo mazzo ed anche con quattro carte di meno. Vi indicher, questa zona lo Storto(136). E anche che vi stendiate fino a S. Sebastiano e a S. Telmo(137) poco monta. Per, anche si tratti di condominio, che nessuno invada la pertinenza di nessuno(138).
I due gli baciarono la mano per il favore che loro si faceva, obbligandosi a disimpegnare il loro ufficio bene e fedelmente, con ogni diligenza e con ogni prudenza.
A questo, Monipodio cav fuori dal cappuccio della cappa un foglio ripiegato, in cui era la lista dei confratelli, e disse a Cantuccio che ci segnasse il nome suo e quello di Scorcino; ma, siccome non aveva calamaio, gli dette la carta perch se la portasse e nella bottega pi vicina ce li scrivesse, mettendo "Cantuccio e Scorcino, confratelli: noviziato, nessuno. Cantuccio, giocatore di vantaggio; Scorcino, quadro(139); pi il giorno, il mese, l'anno; nulla genitori e patria.
Entr in questo uno dei vecchi "ronzoni" e disse:
- Vengo a dire a lor signori che or ora alle Rampe ho incontrato Lupetto il malaghese: mi dice che torna tanto maestro nel suo mestiere che con un mazzo di carte sincero(140) saprebbe portar via il denaro a Satana stesso; e che, per essere arrivato male in arnese, non viene subito a mettersi in nota e a dar l'obbedienza d'uso; ma che domenica sar qui senza fallo.
- Ho sempre avuto in testa, disse Monipodio, che questo Lupetto sarebbe riuscito unico nell'arte sua, perch ha per questa le migliori mani e le pi adatte che si possa desiderare. Perch, a voler riuscire bravi nel proprio mestiere, occorrono tanto i buoni strumenti con cui esercitarlo, quanto l'ingegno per impararlo.
Ho incontrato pure, disse il vecchio, da un affittacamere in via de' Tintori, l'ebreo vestito da prete, che  andato ad alloggiare l perch aveva saputo che l appunto abitano due peruviani(141); e vorrebbe vedere se potesse intavolare una partita con loro, magari di poco, per poi di l venire al molto. Dice pure che domenica non mancher all'adunanza e dar conto di s.
- Anche quest'ebreo, disse Monipodio,  un gran gheppio e molto se n'intende.  qualche giorno che non l'ho visto, e non fa bene. Se per non si corregge, in fede mia lo schierico: giacch di ordini sacri quel furfante non ne ha pi che il Turco, e di latino non ne sa pi di mia madre. C' altro di nuovo?
- No, ch'io sappia, disse il vecchio(142).
- Allora, buona fortuna! disse Monipodio. Lor signori prendano questa miseria (e ripart fra tutti un quaranta reali) e domenica non manchi nessuno, che nulla mancher dell'arretrato.
Tutti lo ringraziarono. Si riabbracciarono il Pallottola e la Bofficiona, la Scalamuro e il Maniferro, la Guadagnina e Cichisnacche, rimanendo d'intesa che la sera, dopo finite le faccende nella casa sociale, si sarebbero ritrovati in casa della Caratello dove anche Monipodio disse che si sarebbe recato a riscontrare la cesta del bucato; e che subito doveva andare a eseguire e a liquidare la partita dell'unzione di ragia. Abbracci Cantuccio e Scorcino, li benedisse e li conged, prescrivendo loro di non aver mai locanda o stanza fissa, ci richiedendo l'interesse di tutti. Lo Storto li accompagn fino a mostrar loro qual era il loro campo d'operazione, ricordando loro di non mancare per domenica, giacch, secondo che pensava e credeva, Monipodio avrebbe tenuto cattedra circa le cose attinenti al mestiere.
Con ci se n'and, lasciando i due compagni stupiti di quanto avevano veduto. Era Cantuccio, per quanto ragazzo, d'ingegno svegliato e di buon'indole. Poich con suo padre si era andato esercitando con le bolle, sapeva un po' di buona lingua, e gli veniva da ridere pensando ai vocaboli che aveva sentito dire a Monipodio e agli altri della compagnia e della onorata societ. Specialmente rideva di quando per dire "per modum suffragii" aveva detto "per modo di naufragio"; di quando disse che cavavano lo "stupendo" invece di "stipendio" da ci che si gramignava (rubava); e di quando la Bofficiona disse che il Pallottola era come un "marinaio di Tarpea" e una tigre di "Ocagna" invece di dire Ircania; e altri mille sfarfalloni simili e peggio. Uno spasso speciale fu per lui quando disse che la fatica durata per guadagnare i ventiquattro reali, Dio glie la mettesse in isconto de' suoi peccati; e sopratutto poi era strabiliato della sicurezza e della fiducia che avevano di andare in paradiso col non venir meno alle loro pratiche devote, mentre avevan sull'anima tanti furti, tanti omicidi, tante offese a Dio. E rideva dentro di s di quell'altra buona vecchia della Caratello che ricettava in casa sua la canestra del bucato rubata e che andava ad accenderne le candeline davanti alle sante immagini, credendo con questo di andarsene in paradiso in carrozza. N lo sorprendeva meno l'obbedienza e il rispetto che tutti avevano per Monipodio, ignorantone com'era, zotico e senza umanit. Ripensava a quello che aveva letto in quel suo libro di annotazioni e agli affari in che tutti erano impegnati. Infine, gli parve enorme la trascuraggine della Polizia nella tanto famosa Siviglia, dal momento che, quasi sotto i suoi occhi, ci viveva gente tanto dannosa e avversa alla natura stessa; e si propose di consigliare il suo compagno a non durarla a lungo in quella vita di perdizione e di perversit; cos agitata, licenziosa e dissoluta. Ci nonostante per, trasportato dalla poca et e dalla poca esperienza, ci dur qualche mese; nel qual tempo gli successero cose che richiedono pi lungo racconto. Quindi si lascia a un'altra volta di raccontare vita e miracoli di lui, con quelli del suo maestro Monipodio e delle altre avventure degli ascritti all'infame accademia; che saranno tutti di grande importanza e potranno servire di esempio e di ammonimento a chi li legger(143).
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2. LA POTENZA DEL SANGUE.
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Il ratto di una fanciulla toledana, Leocadia, e la violenza usatale da un ricco giovane scapestrato, Rodolfo, con la conseguente nascita di un bambino che un caso provvidenziale fa essere, dopo alcuni anni, la giusta ragione delle legittime nozze dei suoi genitori, formano l'intreccio di questa novella, la quale pur piace, sebbene non possa gareggiare con pi altre del Cervantes in pregio e bellezza artistica. Nonostante qualche passo scabrosetto,  evidente qui la preoccupazione d'un fine morale, come anche il modo riguardoso con cui l'autore tratta le classi privilegiate, potenti e autorevoli della societ del suo tempo. Vi sono dichiarati severissimi princip a vituperio del vizio con la sola attenuante della sconsideratezza giovanile, e tutto si conclude col trionfo della virt ricompensata, col vieto mezzo di una specie di agnizione per via di un crocifisso e dei compagni di Rodolfo, opportunamente consapevoli dell'audace attentato. Non risaltano nel fondo del quadro, dalle tinte un po' monotone e grigie, figure di gran vita e caratteri particolarmente importanti; come anche le situazioni, pur drammatiche di per s, dnno luogo a scene piuttosto di maniera, quale quella in cui  sedotta Leocadia che, nel doloroso momento in cui naufraga il suo onore, trova pur modo di fare lunghe considerazioni e rettoriche esortazioni al suo seduttore, perfino usando di qualche sottigliezza di parole, d'immagini, di concetti secondo il gusto del tempo. N pi felice  la scena finale, pi coreografica che vera e commovente, come vorrebbe essere, in cui appare Leocadia al banchetto e si viene allo scoprimento di ogni mistero e alla risoluzione di tutto l'intreccio con le nozze riparatrici di Leocadia e di Rodolfo. Questa figura di Leocadia, ritratta e imitata dal Florian, del quale  degno di nota il giudizio che non ci aspetteremmo circa tutta la novella, in quanto, mettendola allo stesso livello del "Rinconete" e del "Coloquio" la ritiene anche per la pi interessante e la meglio svolta fra tutte(144),  italiana, secondo la Chasles, che vi ravvisa "il tipo magnificamente bello, ma troppo generale e troppo simile a se stesso, dell'eroina delle novelle italiane", e conclude con dire che, come per "Las dos doncellas", il Cervantes prende s in Ispagna il quadro, i personaggi secondari e gli espedienti morali dell'azione, ma, nonostante queste precauzioni, si sente ch'egli copia un genere, che non si lascia andare alla sua propria originalit e che insomma l'arte straniera ch'egli imita domina in lui l'osservazione personale(145). Ma anche in questa novella, sebbene in grado minore, sono quei pregi che contradistinguono l'arte del Cervantes fra quanti novellarono nel suo tempo, e che noi, pur di gusto pi raffinato ma forse non sempre ugualmente sano, non possiamo sconoscere. "Senza perdersi in osservazioni troppo minute, scriveva gi l'Andres, tocca pur tutte quelle circostanze che dnno ai fatti pi chiaro lume e che servono a preparare gli accidenti; le avventure si succedono spontaneamente e secondo l'ordine naturale delle umane faccende: le narrazioni sono chiare e precise, e si rendono verosimili colla distinzione de' tempi, de' luoghi e delle persone, colla sposizione delle cagioni e degli effetti, e con quelle opportune riflessioni che fanno vedere la connessione delle cose e dnno maggior peso, energia ed interesse a' racconti: le persone che vi s'introducono, parlano ed agiscono come corrisponde al loro carattere adattatamente alla loro sfera e condizione"(146). Rodolfo ha pi rilievo di Leocadia, e il Cervantes non manca di farlo viaggiare in Italia, come vi viagger il dottor Vetriera. Eran di moda le Fiandre e l'Italia per gli spagnoli del secolo XVII, specie per quelli di buona famiglia. C'era anche una ragione che fa amaramente sorridere noi italiani e ci richiama a quei tristi tempi di ingordi dominatori, i quali trovavano bella, tanto bella l'Italia perch vi si mangiava e beveva allegramente, senza pagare scotto. Vi erano attratti da quello appunto che Rodolfo "aveva sentito da certi soldati dell'abbondanza delle osterie... e della libert che vi godevano gli spagnoli negli alloggiamenti. Gli sonava bene quel: Ecco i buoni pollastri, i piccioni, il prosciutto e le salsiccie! con altri nomi somiglianti di cibi di cui i soldati si ricordano quando da quelle parti tornano alle nostre e son costretti alla miseria e ai disagi delle osterie e degli alberghi di Spagna".
Riferendomi alla traduzione italiana, gi accennata, che di alcune novelle cervantine, fra cui questa, fece Ulderico Belloni nel secolo scorso, non sar inutile darne qui, di questa della "Fuerza", un saggio per tutti, da cui possa vedersi come raffazzonato a capriccio e guasto ne uscisse il Cervantes. Ecco un primo brano del principio: "Un cavaliere di quella citt dell'apparente et di ventidue anni al quale la ricchezza, la nobilt della prosapia, la torta inclinazione, una libert senza freno e le cattive compagnie gli facevano commettere azioni che non convenivano allo stato sociale al quale apparteneva, gli acquistarono il soprannome di audace. Egli era assiduo frequentatore dei teatri e quando sulle scene compariva qualche attrice che per la sua bellezza gli andava a genio, egli tutto ad un tratto lasciava la platea, s'introduceva nel palcoscenico frammezzo le quinte motteggiando con frasi sfacciate le attrici il cui volto lo avevano ferito ma quelle che a preferenza egli attaccava erano le ballerine ed in ispecie le italiane. Questo cavaliere adunque che per ora per buone considerazioni nasconderemo il di lui nome e chiameremo Rodolfo ecc...".
Errori, come si vede, di grammatica e amplificazioni stupefacenti, non essendo proprio nulla di tutto ci nel testo. Valga un secondo saggio: "Gi da parecchi giorni Rodolfo aveva determinato d'intraprendere un viaggio per l'Italia ed il di lui padre che per alquanti anni vi aveva dimorato lo consigliava d'intraprenderlo insegnandogli che non era signore solo colui che lo era in sua patria, ma che bisognava essere signore eziandio negli stati esteri e che un vero patrizio doveva visitare l'Italia che pi d'ogni altra nazione aveva contribuito alla formazione della moderna lingua spagnola poich anticamente Cesare colle sue legioni avendo conquistata la Spagna ed essendovi stabilite alcune colonie latine coll'andar dei secoli le razze s'incrocicchiarono e dalla mischia dell'antico Celtibero coll'idioma del Lazio ci era nata la moderna lingua spagnola: che faceva d'uopo visitare Roma memorabile per essere stata una volta la capitale del pi esteso impero che mai si fosse conosciuto nella storia dei popoli, ecc...". E torna poi, per il Belloni, Rodolfo in Italia in viaggio di nozze "come costumavano i signori spagnoli", e visita Genova, Milano, Pavia, dove un cicerone racconta la storia delle guerre fra Carlo V e Francesco I ai due sposi che in fine tornano in Ispagna!
LA POTENZA DEL SANGUE
Una calda notte d'estate tornavano dal prendere il fresco sulla riva del fiume, a Toledo, un nobile d'antica data insieme alla moglie, un bambino, una figlia di sedici anni e una serva. La notte era serena, l'ora le undici, solitaria la strada. Camminavano adagio per non scontare, straccandosi, il diletto che s'accompagna allo svago preso sulle sponde del fiume o sul prato a Toledo. Con la tranquillit che inspira il buon governo e la buona indole della gente di quella citt, se ne veniva il nobile valentuomo con la sua onorata famiglia, lontano col pensiero da una disgrazia che potesse succedere loro. Ma poich la pi parte delle sventure che capitano non si pensano, contro ogni previsione ne accadde loro una che sconvolse il piacere e di loro da piangere per molto tempo. Un ventidue anni poteva avere un cavaliere di quella citt, cui la ricchezza, la nobilt del sangue, l'indole guasta, la libert eccessiva, i compagni dissoluti inducevano a fare cose e a commettere violenze che non convenivano alla sua qualit e che lo facevano ritenere uno scapestrato. Codesto cavaliere pertanto (che, tacendone ora, per degni rispetti, il nome, chiameremo Rodolfo) con altri quattro amici, tutti giovani, tutti allegri, screanzati tutti, scendeva appunto quella costa che il nobiluomo saliva. S'incontrarono le due comitive, quella delle agnelle con quella dei lupi. Con sfrontata impudenza Rodolfo e i suoi compagni, a viso coperto, piantarono gli occhi in faccia e alla madre e alla figlia e alla serva. Si risent il vecchio che li rimprover biasimando il loro ardire; al che essi risposero con versacci e beffe passando avanti senza far altro chiasso. La gran bellezza per che Rodolfo aveva veduto di Leocadia (che cos si vuole che si chiamasse la figlia del gentiluomo) prese a fissarglisi in modo nella mente che non fu pi padrone di s e risvegli in lui desiderio di goderla a costo di qualunque spiacevole conseguenza. E come manifest il suo divisamento ai compagni, cos questi subito risolsero di tornare indietro a rapir la ragazza per far piacere a Rodolfo; giacch i ricchi che si dnno a esser liberali trovan sempre chi giustifica le loro ingiustizie e approva le loro voglie malsane. Cos il sorgere del torbido proponimento, comunicarlo, approvarlo, risolversi di rapir Leocadia e il rapirla fu quasi un punto solo. Bendatisi il viso con i fazzoletti, tornarono addietro con le spade sguainate, e dopo pochi passi raggiunsero la comitiva che non aveva ancor finito di ringraziare Dio dell'averli salvati dalle mani di quegli sfacciati. Rodolfo si lanci su Leocadia e, levatasela sulle braccia, si dette alla fuga con lei che non ebbe forza di difendersi: lo sbigottimento le tolse la voce per gridare e la vista; quindi, svenuta, perduti i sensi, non vide chi la portava via n dove la portavano. Il padre a urlare, a gridare la madre, a piangere il fratellino, a graffiarsi la faccia la domestica, ma n gli urli furono sentiti, n ascoltate le grida, n il pianto commosse, n i graffi in viso giovarono a nulla, perch tutto nascondeva la solitudine del luogo, il profondo silenzio della notte, il cuore spietato dei malfattori. Finalmente contenti disparvero gli uni, desolati rimasero gli altri. Senza intoppi arriv Rodolfo a casa sua, e i genitori di Leocadia, gemendo, sconsolati e disperati, alla loro; ciechi, perch la figlia perduta era la luce degli occhi loro; soli, perch Leocadia era la compagnia dolce e diletta; impacciati, non sapendo se era bene far sapere la loro disgrazia alla Giustizia, temendo di essere proprio loro il tramite primo per cui si sarebbe propalato il loro disonore. Famiglia di gentiluomini povera, si vedevano privi di appoggi, n sapevano con chi prendersela se non con la mala ventura. Rodolfo frattanto, sagace e astuto, aveva gi in casa e nella sua camera Leocadia a cui, ancorch nel portarla s'accorgesse che sveniva, aveva bendato gli occhi con un fazzoletto perch non potesse vedere le strade per cui la portava n la casa dove si sarebbe trovata n la stanza. Nella quale, senza esser veduto da alcuno, poich egli aveva un appartamento separato nella casa del padre ancor vivente, e della sua stanza come di tutto l'appartamento aveva le chiavi (imprudenza dei genitori che intendono tenere riguardati i figliuoli) aveva sfogato la sua voglia prima che Leocadia si fosse riavuta; giacch la foga impudica dei giovani raramente, o mai, guarda a comodi e preparazioni che pi la stimolino e accendano. Privo della luce dell'intendimento, al buio, rub il maggior tesoro di Leocadia, e poich le colpe della sensualit, per la maggior parte, non mirano oltre il soddisfacimento, Rodolfo avrebbe subito desiderato che Leocadia gli si fosse dileguata di l. Cos pens di metterla sulla strada, svenuta com'era. Mentre stava per mettere ad effetto questo pensiero, sent ch'ella tornava in s dicendo: - Dove sono, me disgraziata? Cos' questo buio? Quali tenebre mi circondano? Sono nel limbo della mia innocenza o nell'inferno delle mie colpe? Ges! Chi mi tocca? Sono a letto, me sconsolata? Mi ascolti tu, madre e signora mia? Mi odi, padre caro? Ah, sventurata! ben me n'avvedo che i miei genitori non mi sentono e che mi toccano persone nemiche. Gran fortuna se questa oscurit durasse sempre, senza che i miei occhi tornassero a vedere la luce del mondo e che questo luogo dove ora sono, qualunque esso sia, servisse di sepoltura al mio onore, poich meglio il disonore ignorato che l'onore sospettato dalla gente. Or mi ricordo (cos non me lo ricordassi!) che poco fa me ne venivo in compagnia dei miei genitori; or mi ricordo d'essere stata aggredita; ora intendo e vedo che non  bene che la gente mi veda! O tu, chiunque tu sia, che sei qui con me (e in cos dire teneva stretto per le mani Rodolfo), se l'animo tuo accoglie qualche supplicazione, ti supplico, or che hai trionfato del mio buon nome, a voler trionfare anche della mia vita. Toglimela all'istante, perch non  bene che la conservi chi non conserva l'onore. Considera che la rigida crudelt che mi hai usato offendendomi, sar attenuata dalla piet che userai uccidendomi; e cos a un tempo stesso verrai ad essere crudele e pietoso".
Rimase turbato alle parole di Leocadia Rodolfo, che, come giovane di poca esperienza, non sapeva n cosa fare n cosa dire. Il suo silenzio pi meravigliava Leocadia che, palpando, cercava di sincerarsi se era fantasma o ombra chi era l con lei. Ma sentendo di toccare un corpo e ricordandosi della forza che l'era stata usata mentre se ne veniva con i suoi genitori, comprendeva che era vero il fatto della sua disgrazia. E con questo pensiero torn a riattaccare gli argomenti che i singhiozzi incessanti e i sospiri avevano interrotto, dicendo: - Giovane temerario, che dal tuo comportamento io debbo ritenere di poca et, io ti perdono l'affronto che mi hai fatto, purch tu mi prometta e mi giuri che come tu l'hai nascosto con questo buio, tu lo terrai nascosto in perpetuo silenzio non parlandone ad alcuno. Di cos grande oltraggio poca riparazione ti chiedo, ma per me  la maggiore che io sapessi chiederti e che tu volessi darmi. Pensa che io mai ho veduto la tua faccia, n voglio vederla, perch, con l'offesa che mi torni a mente, non voglio ricordarmi dell'offensore, n conservare nella memoria l'immagine di chi mi fece il danno. Fra me e Dio passeranno i miei lamenti, n vorr che li oda il mondo, il quale non giudica le cose da come sono andate, ma si fissa nel preconcetto che n'ha. Non so com' ch'io ti dico queste verit le quali, di solito, son frutto dell'esperienza di molti casi e dell'esser trascorsi anni molti, mentre i miei non giungono a diciassette. Perci mi d a credere che ad un modo lega e dislega la lingua dell'afflitto il dolore, il quale talvolta esagera il suo affanno perch se gli creda; tal altra lo tace perch non ci  luogo a soccorso. Comunque, taccia io o parli, credo che ti indurr a credermi o a soccorrermi; poich il non credermi sar rozzezza e il soccorrermi non giover a confortare punto il dolore. Non voglio disperarmi, perch poco ti coster darmi questo conforto: guarda di non sperare o confidare che col passare del tempo si moderi il giusto risentimento che ho contro di te, n voler accrescere le ingiurie. Meno mi godrai, avendomi gi goduto, meno incentivo avranno i tuoi desideri. Tu fa conto che mi hai oltraggiato per caso, senza che abbi avuto agio di saggiamente riflettere; e io far conto di non essere nata al mondo, o che, se vi nacqui,  stato per essere disgraziata. Fammi subito scendere sulla via, o almeno vicino alla cattedrale, ch di l sapr ben tornare a casa mia. Mi devi giurare per di non seguirmi, di non volerla sapere la casa, n di domandarmi il nome dei miei genitori, n il mio, n quello dei miei parenti, che se fossero altrettanto ricchi quanto nobili non avrebbero in me tanta disgrazia. Rispondimi a questo, e se temi che ti possa conoscere dal parlare, ti faccio sapere che all'infuori di mio padre e del mio confessore, non ho parlato in vita mia con uomo alcuno e che poche persone io ho sentito parlare cos da vicino da potere distinguerle al suono della voce.
La risposta di Rodolfo al giudizioso discorso della misera Leocadia altro non fu che abbracciarla; segno che avrebbe voluto rinnovare il piacere per s, il disonore per lei. Il che veduto Leocadia, con una forza che la tenera et sua non avrebbe fatto supporre, si difese con i piedi, le mani, i denti e la lingua, dicendogli: -Traditore e senza cuore! chiunque tu sia, il trofeo che hai riportato su di me fai conto sia quello che hai potuto riportare da un ciocco o da una colonna insensibile; vittoria, trionfo che t'ha da rendere infame e spregevole; quello per che vuoi riportare ora non devi ottenerlo se non con la mia morte. Nello svenimento hai potuto schiacciarmi e vincermi; ma ora che ho ripreso forza, potrai prima ammazzarmi, perch se ora, risvegliata, acconsentissi, senza resistere, alla tua turpe voglia, potresti credere che, quando ardisti di rovinarmi, il mio svenimento fosse una finzione.
Insomma, cos fieramente e accanitamente Leocadia si difese che si fiacc la forza e la voglia di Rodolfo. E siccome l'oltraggio usato a Leocadia non era dipeso che da un desiderio lascivo, da cui non nasce mai l'amor vero che dura, cos in luogo del capriccio passeggero, rimase tutt'al pi una tiepida volont di soddisfarlo, se non il rimorso. Freddo quindi e stancato, Rodolfo, senza dire una parola lasci Leocadia nel suo letto, in casa sua, e serrando la stanza, and in cerca dei suoi compagni per consigliarsi con loro su quel che doveva fare. Capito Leocadia ch'era sola e chiusa di dentro, levandosi dal letto, gir tutta la camera tentoni tentoni per vedere se trovava o porta di dove uscire, o finestra di dove saltar gi. Trov la porta, ma ben chiusa a chiave, e intopp una finestra che pot aprire, per la quale entr il chiarore della luna cos vivo che Leocadia pot distinguere i colori di certi damaschi che adornavano la stanza. Vide che dorato era il letto e cos riccamente guarnito da parere piuttosto letto di principe che d'alcun privato signore. Cont le sedie e gli scrigni, not da che parte era la porta, e, quantunque avesse veduto appesi alle pareti alcuni quadri, non riusc per a vedere che pitture fossero. La finestra era grande, abbellita e riparata da una grossa inferriata, e dava su un giardino pure recinto da un alto muro: ostacoli questi che si frapponevano all'intenzione sua di saltar gi in istrada. Quanto vide e osserv dell'ampiezza e dei ricchi addobbi di quella stanza le fece comprendere che il padrone di essa doveva essere persona ragguardevole e ricca, e non gi un ricco qualunque, ma uno straricco. Su uno scrittoio accanto alla finestra vide un piccolo crocifisso d'argento massiccio: lo prese e se lo mise nella manica del vestito, non per devozione o per rubare, ma perch indotta da certo suo assennato disegno. Fatto questo, richiuse la finestra e torn a letto ad aspettare qual fine avrebbe avuto il suo malaugurato caso.
Non doveva essere passata, a suo credere, mezz'ora quando sent aprir la porta della camera, avvicinarlesi qualcuno che, senza far parole, le bend con un fazzoletto gli occhi e che, prendendola per un braccio, la fece uscir dalla stanza; poi sent che richiuse la porta. Era Rodolfo, il quale, sebbene fosse andato per trovare i compagni, non volle cercarli pi sembrandogli sconveniente metterli a parte di quel che era seguito tra lui e quella fanciulla. Risolvette anzi di dir loro che, pentito del male fatto e commosso dal suo piangere, l'aveva lasciata a met strada. Cos stabilito, ritorn subito per posare Leocadia accosto alla Cattedrale, com'ella gli aveva chiesto, prima che facesse giorno, e la luce del giorno, impedendogli di trarla fuori, lo costringesse a tenerla in casa sua fino alla notte seguente; nel quale frattempo n voleva usarle violenza di nuovo n darle occasione di conoscerlo. La port quindi fino alla piazza detta del Consiglio, e l con voce contraffatta e parlando tra portoghese e castigliano le disse che poteva andarsene sicura a casa sua, dacch nessuno le avrebbe tenuto dietro. E prima che ella avesse potuto levarsi il fazzoletto, egli s'era gi riparato in luogo dove non poteva esser visto. Leocadia rimase sola, si tolse la benda, riconobbe il luogo dove era stata lasciata, guard da tutte le parti, ma non vide nessuno. Sospettando tuttavia di essere seguita di lontano, si fermava ad ogni passo, diretta a casa sua, che non era molto lontana di l. Anzi, per trarre in inganno le spie, se mai le tenessero dietro, infil l'uscio di una casa che trov aperto e di l a poco fu a casa sua, dove trov i genitori che, accasciati, eran sempre in piedi, n pensavano punto di prendere un po' di riposo. Come la videro, le corsero incontro a braccia aperte e l'accolsero piangendo. Leocadia, tutta sbigottita e agitata, volle che i suoi genitori si ritirassero con lei in disparte, com'essi fecero, e l in breve raccont loro con ogni particolare il suo caso disgraziato e come non avesse alcuna conoscenza del suo assalitore, del ladro dell'onor suo. Disse loro quel che aveva visto nel luogo dove s'era svolta la tragedia della sua sventura: la finestra, il giardino, l'inferriata, gli scrigni, il letto, i damaschi, e in fine mostr loro il crocifisso che aveva preso con s, davanti all'immagine del quale si rinnovarono i pianti, si levarono supplicazioni, fu gridata vendetta e chiesto castighi esemplari. Disse pure che, quantunque lei non desiderasse di venire a conoscere chi l'aveva oltraggiata, se ai suoi genitori fosse sembrato bene saperlo, avrebbero potuto saperlo per mezzo di quell'immagine, facendo ai ministri delle chiese annunziare dai pulpiti di tutte le parrocchie della citt che chi avesse perduta tale immagine l'avrebbe ritrovata presso quel tale religioso che avessero indicato. Cos, conosciutone il padrone, si sarebbe conosciuta la casa e anche chi era il loro nemico.
- Ben avresti detto, o figlia - soggiunse a questo il padre - se la malizia, al solito, non avversasse il tuo giudizioso ragionamento.  chiaro infatti che quest'immagine dovr, da oggi, mancare nella casa che tu dici, e colui a cui appartiene riterr per certo che gliel'ha portata via chi fu con lui; or venendo a sapere che l'ha in consegna il tale religioso, gli premer pi sapere chi l'ha data a colui presso il quale , che non di far noto il padrone che l'ha perduta. Perci pu fare che si presenti a chiederla persona diversa, a cui il padrone abbia indicato i contrassegni. E stando cos le cose, noi rimarremo ingannati piuttosto che ragguagliati, anche dato che noi si possa, consegnando l'immagine al religioso per mezzo di terza persona, usare la medesima astuzia, di cui abbiamo sospetto. Quel che devi fare, figliola,  conservarla e raccomandartici; come fu testimone della tua sventura, cos ti conceder che un giudice si trovi il quale ti renda giustizia. Pensa, figliola, che pi nuoce un'oncia di disonore in pubblico che venticinque libbre di disonore nascosto. E dal momento che puoi davanti a Dio vivere onorata in pubblico, non ti affligga il saperti in segreto davanti a te stessa disonorata. Il vero disonore sta nel peccato ed il vero onore nella virt. Con le parole, col desiderio, con l'opera si offende Dio, e poich n in parole, n in pensiero, n in opera tu l'hai offeso, abbiti per onorata, ch'io per onorata ti terr senza mai cessare di riguardarti da vero padre tuo. - Con questi saggi discorsi il padre confort Leocadia; e anche la madre abbracciandola nuovamente, procur confortarla. Gemette e pianse ancora la fanciulla e si ridusse, come si dice, a nascondere la faccia e a vivere ritirata sotto la protezione dei genitori, vestita di onesti ed umili panni.
Rodolfo frattanto tornato a casa, trovando che mancava l'immagine del crocifisso, ben suppose chi poteva averlo portato via, ma non disse nulla e, ricco com'era, non ne fece alcun conto. E neanche gliene chiesero i suoi genitori quando di l a tre giorni che egli part per l'Italia, consegn la nota di ci che lasciava nella stanza a una cameriera di sua madre. Era un pezzo che Rodolfo si era proposto un viaggio in Italia, e suo padre, che c'era stato, glielo consigliava, dicendogli che non eran signori quelli che tali erano soltanto in patria, ma che bisognava esser tali anche fuori. Per queste e simili ragioni si dispose Rodolfo a eseguire il volere del padre, il quale lo accredit per grosse somme su Barcellona, Genova, Roma e Napoli; cos egli con due suoi compagni subito part attratto da quel che aveva sentito dire da certi soldati circa l'abbondanza delle osterie d'Italia e di Francia e della libert che vi godevano gli spagnoli negli alloggiamenti. Gli sonava bene quel: "Ecco i buoni pollastri, i piccioni, il prosciutto e le salsicce!" con altri nomi somiglianti di cibi, di cui i soldati si ricordano quando da quelle parti tornano alle nostre e son costretti alla miseria e ai disagi delle osterie e degli alberghi di Spagna. Finalmente se n'and, ricordandosi tanto poco dell'avventura con Leocadia come se mai fosse accaduta.
Ella frattanto passava i suoi giorni in casa dei genitori nel raccoglimento pi rigoroso senza farsi vedere da persona viva, temendo che le si dovesse leggere in fronte la sua disgrazia. Dopo qualche mese per vide essere necessario di fare per forza quel che finora faceva di buon grado; che bisognava vivere ritirata e nascosta, perch sent d'essere incinta; fatto, che fece rifluire agli occhi le lacrime per alcun tempo dimenticate; e i sospiri e i lamenti ricominciarono a ferir l'aria, nulla valendo a confortarla i consigli della buona madre. Il tempo vol e giunse il momento del parto; parto cos segreto che perfino si temette fidarsi della levatrice. Facendone le veci la madre, Leocadia dette alla luce un bambino dei pi belli che si potessero immaginare. Con la stessa circospezione e segretezza usata per la nascita fu portato in un villaggio dove crebbe per quattro anni, in capo ai quali, il nonno sotto il nome di nepote se lo port a casa dove venne allevato, se non molto signorilmente, per lo meno molto virtuosamente. Il bambino (a cui fu messo nome Luigi, chiamandosi cos il nonno) era bello di faccia, di carattere docile, d'ingegno svegliato, e in tutto quanto poteva fare a cos tenera et mostrava di essere nato da nobile padre; per modo che i nonni tanto furono presi dalla grazia, dalla bellezza, dal suo giudizio che finirono col ritenere una grazia la disgrazia della figliola poi che aveva regalato loro un tal nepotino. Quando andava per la via piovevano a migliaia su di lui le benedizioni: chi benediceva la sua bellezza, altri la madre che l'aveva partorito, questi il padre che l'aveva generato, quelli chi lo cresceva cos bene. Tra queste lodi e di chi lo conosceva e di chi no, il bambino giunse a sette anni che gi sapeva legger latino e volgare e scriveva con molto bel carattere, poich intenzione dei suoi nonni, non potendo farlo ricco, era di educarlo virtuoso ed istruito, per essere il sapere e la virt ricchezze su cui nulla possono i ladri n quella che chiamano fortuna.
Un giorno pertanto che il bambino and per una commissione della nonna da una parente di lei, avvenne che si trov a passare per una strada dove si faceva una corsa di cavalli. Essendosi fermato a guardare, a fine di avere un posto meglio travers la strada non facendo per in tempo a evitare d'esser travolto da un cavallo che, nella furia della corsa, il cavaliere non pot frenare; cos gli pass sopra e lo lasci come morto steso a terra, mentre dalla testa gli sgorgava sangue in gran copia. Era appena accaduto questo, che un cavaliere attempato, il quale stava a guardare la corsa, con straordinaria sveltezza salt gi da cavallo, corse al bambino, e, prendendolo dalle braccia di uno che l'aveva gi raccolto, se l'ebbe fra le sue e, senza punto badare ai bianchi capelli e alla molta sua autorit, di passo lesto si rec a casa, ordinando ai servi di lasciar lui e di andare in cerca di un chirurgo che curasse il bambino. Molti signori gli tennero dietro afflitti della disgrazia di cos bel ragazzino, e subito si sparse la voce che il travolto dal cavallo era Luigino, il nepote del tale signore; e si fece il nome del nonno. Corse la notizia di bocca in bocca, finch giunse agli orecchi dei nonni e di colei che dissimulava esserne la madre; i quali, avuta certezza del caso, come fuor di s e stravolti, corsero a cercare il loro caro; e poi che era cos conosciuto e ragguardevole il signore che l'aveva portato seco, pi d'uno di quelli che incontrarono gliene indicarono la casa, dove giunsero in punto che il bambino era nelle mani del chirurgo. Il cavaliere e la moglie, signori della casa, pregarono quelli che essi pensarono essere i genitori, di non piangere, di non levare grida di dolore, che tanto non avrebbero giovato per nulla al bambino. Il chirurgo, che era molto rinomato, dopo averlo medicato con la pi grande diligenza e abilit, dichiar che la ferita non era cos grave come aveva temuto dapprima. A mezzo della medicatura Luigi riprese i sensi, che fino allora aveva smarrito, e si rallegr al vedere gli zii i quali, piangendo gli domandavano come si sentisse. Rispose che si sentiva bene: soltanto che per tutto il corpo e alla testa aveva molto dolore. Il medico ordin che non lo facessero parlare, ma che lo lasciassero riposare. Cos fu fatto e il nonno cominci a ringraziare il signore della casa per la carit fiorita usata a suo nepote. Gli rispose il cavaliere che non c'era di che ringraziarlo, perch, doveva sapere che quando vide caduto il bambino e calpesto, gli parve di vedere le sembianze di un figlio suo che amava teneramente, e che ci lo aveva sollecitato a prenderselo sulle braccia e a portarlo a casa, dove sarebbe stato tutto il tempo che fosse durata la cura, con gli aiuti possibili del caso. La moglie, che era una nobildonna, afferm lo stesso e fece anche pi larghe promesse. Rimasero ammirati i nonni di tanto cristiano comportamento; ma pi rimase ammirata la madre perch, essendosi alle dichiarazioni del chirurgo calmato alquanto lo scompiglio dell'animo, guard attentamente la camera dove suo figlio giaceva e a pi segni conobbe chiaramente essere la stanza dove era finito il suo onore e principiata la sua sventura. E sebbene ora non fosse adorna dei damaschi come allora, ne riconobbe l'assetto, vide la finestra con l'inferriata che dava sul giardino; e, poich era chiusa per via del ferito, domand se mai quella finestra rispondesse su qualche giardino. Le fu risposto di s. Quel che per riconobbe meglio fu che quello era lo stesso letto, pietra sepolcrale per lei della sua sepoltura, tanto pi che lo scrittoio appunto sul quale era l'immagine che aveva portato via, stava al medesimo posto. Finalmente chiarirono tutti i suoi dubbi gli scalini ch'ella aveva contato quando fu tratta fuori della stanza con gli occhi bendati; gli scalini, cio, che c'erano di l fino in istrada e che lei accortamente aveva avuto l'avvertenza di contare, e che quando, lasciato il figlio, torn a casa, volle ricontare riscontrandone esatto il numero. Confrontando pertanto i contrassegni l'uno con l'altro, fu sicura, punto per punto, della verit dei suoi sospetti. La qual cosa rifer estesamente a sua madre che, da donna prudente, s'inform se il cavaliere presso il quale era il nepotino suo aveva avuto o aveva qualche figlio, e trov che tale gli era colui che noi chiamiamo Rodolfo e che era in Italia. Calcolando il tempo da che, secondo le dissero, egli mancava dalla Spagna, vide che coincideva proprio con i sette anni che il nepote aveva. Tutto questo fece noto al marito; e fra loro due e la figliuola rimasero d'accordo di aspettare quel che Dio volesse fare del ferito. Il quale in quindici giorni fu fuori di pericolo e al trentesimo si lev; in tutto il qual tempo ebbe le visite della madre e della nonna e fu accudito dai signori della casa come se fosse stato il figlio loro. Talvolta, parlando con Leocadia, donna Stefania (che cos si chiamava la moglie del cavaliere) le diceva che quel bambino somigliava tanto un suo figlio che era in Italia da non lo poter mai guardare senza che gli sembrasse di averlo davanti. Da questi ragionamenti Leocadia prese occasione, una volta che si trov sola con lei, per dirle quanto per accordo preso con i suoi genitori aveva stabilito di dirle, che fu questo o presso a poco questo: - Il giorno, signora, che i miei genitori sentirono dire che il loro nepote era cos malconcio, credettero e pensarono che si fosse chiuso per loro il cielo e fosse cascato loro addosso il mondo intiero. Ebbero l'impressione che ormai, venendo a mancare questo nepote che amano di tale amore da superare di molto quello che gli altri genitori sogliono avere ai figli, venisse a mancare la luce degli occhi loro e il bastone della loro vecchiaia. Ma, come si suol dire che Dio manda il male e poi il rimedio, il bambino trov il rimedio in questa casa, dove io ho trovato la concordanza di certi ricordi che non potr dimenticare finch vivr. Io, signora, son nobildonna, nobili essendo stati i miei genitori e i miei antenati, i quali, mediocremente agiati, hanno ben sostenuto il loro onore dovunque siano stati.
Stava donna Stefania tutta compresa di meraviglia e perplessa ascoltando il discorso di Leocadia, n, pur vedendolo, poteva credere che in lei tanto giovane (le dava, poco pi poco meno, un vent'anni) potesse essere tanto senno. Senza dire, senza soggiunger parola lasci ch'ella parlasse quanto volesse e fu quanto bast perch Leocadia le raccontasse la sregolatezza del figlio, il suo disonore, il ratto, come le bend gli occhi, come la port in quella stanza, quali fossero i contrassegni a cui riconobbe quello appunto che sospettava. A conferma della qual cosa si cav di seno l'immagine del crocifisso che aveva portato seco e a cui disse: - Tu, o Signore, che fosti testimone della violenza usatami, giudica della riparazione dovutami. Ti presi di sopra a quello scrittoio al fine di ricordarti sempre l'offesa patita, non per chiedertene vendetta, che non la pretendo, ma perch mi dessi un po' di conforto a sopportare pazientemente la mia sventura. Questo bambino, signora, al quale avete dato le pi alte prove del vostro spirito di carit,  veramente nepote vostro. Iddio permise che fosse calpesto, perch, portato in casa vostra, io vi trovassi, come spero, se non il rimedio pi adatto alla mia sventura, il mezzo almeno di sopportarla. - Cos dicendo, abbracciandosi il crocifisso, cadde svenuta fra le braccia di Stefania, la quale finalmente, da donna e gentildonna in cui la compassione e la commiserazione  di solito altrettanto naturale quanto la crudelt nell'uomo, come ebbe visto svenire Leocadia accost il suo al volto di lei cospargendolo di tante lacrime che non ci fu bisogno spruzzarvi su altra acqua perch Leocadia ritornasse in s. Stando cos tutte e due si trov ad entrare il cavaliere, marito di Stefania che conduceva per mano Luigino e che, al veder piangere Stefania e Leocadia svenuta, si affrett a chiedere che gli se ne dicesse il motivo. Il fanciullo abbracciava la madre quale cugina sua e la nonna quale sua benefattrice, ed anche lui domandava perch piangevano. - Di gran cose, o signore, c' da dirvi, rispose Stefania al marito, e sar in sostanza tutto detto con dirvi di far conto che questa misera svenuta  vostra figlia e questo fanciullo  vostro nepote. Tale verit ch'io vi dico l'ho saputa da questa figliola e l'hanno confermata e la confermano le fattezze di questo fanciullo nelle quali abbiamo tutti e due noi riveduto quelle del figlio nostro. - Se non vi spiegate meglio, o signora, soggiunse il cavaliere, io non v'intendo. - In questo mentre torn in s Leocadia che, abbracciata al crocifisso, pareva trasformata in un mare di pianto. Tutto ci teneva il cavaliere in grande impaccio, da cui usc col raccontargli la moglie tutta la storia che le aveva narrato Leocadia e che egli, come Dio volle, credette, quasi gliel'avessero provata con molte e veritiere testimonianze. Confort ed abbracci Leocadia, baci il nepote, e quel medesimo giorno fu spedito un corriere a Napoli per avvertire il figlio che venisse subito, poich gli avevano concluso un matrimonio con una donna di straordinaria bellezza e quale conveniva per lui. Non vollero che n Leocadia, n suo figlio tornassero pi alla casa dei lor vecchi, i quali, tutti contenti della buona fortuna della figliola, ne ringraziavano senza fine Iddio. Giunse a Napoli il corriere, e Rodolfo, con l'uzzolo di godere cos bella moglie come gli scriveva il padre, due giorni dopo ricevuta la lettera, presentandoglisi l'occasione di quattro galere che stavano per venire in Ispagna, s'imbarc con i due compagni che non l'avevano ancora lasciato. Dopo un prospero viaggio di dodici giorni arriv a Barcellona, di dove, per le poste, dopo altri sette smont a Toledo. Entr quindi in casa del padre cos galante e gioviale come se fosse raccolto in lui il sommo della galanteria e del brio. I genitori gioirono della buona salute e del felice arrivo del figlio. Leocadia che l'osservava da un nascondiglio, per non trasgredire le istruzioni e l'ordine che donna Stefania le aveva dato, se ne stava in grande trepidazione. I compagni di Rodolfo avrebbero voluto andarsene subito a casa, ma non lo permise Stefania avendo bisogno di loro per certo suo disegno. Era per annottare quando arriv Rodolfo. Or, mentre si allestiva la cena, Stefania chiam da parte i compagni di suo figlio, non dubitando punto che essi dovevano essere i due dei tre che Leocadia aveva detto essere con Rodolfo la notte in cui fu rapita, e vivamente li preg di dirle se si rammentavano che suo figlio avesse la tal notte, un tanti anni fa, rapito una donna; perch, dal sapere la verit di questo fatto dipendeva l'onore e la tranquillit di tutta la parentela. E tali e tante insistenze seppe usare, pregandoli e rassicurandoli cos bene che dallo svelare questo ratto non avrebbe potuto venir loro alcun danno che essi credettero bene di confessare esser vero che una notte d'estate, quella appunto da lei indicata, essendo loro due e un altro amico in compagnia di Rodolfo, avevano rapito una ragazza e che Rodolfo se l'era portata via mentre essi tenevan ferme le persone della famiglia di lei, le quali avrebbero voluto difenderla, e che il giorno dipoi Rodolfo aveva detto loro d'averla portata a casa sua. Questo era quanto potevano rispondere a ci che loro si domandava. La confessione di questi due fu la luce che dirad tutti i dubbi che in un caso come quello avrebbero potuto presentarsi, e perci Stefania risolse di condurre a termine il suo buon divisamento. Poco prima che si sedessero a cena, entr sola sola con Rodolfo in una stanza, e, mettendogli in mano un ritratto, gli disse: - Voglio, caro Rodolfo, renderti gustosa la cena facendoti vedere la tua sposa. Questo n' il fedele ritratto; ma voglio farti osservare che quel che possa mancarle in bellezza le sovrabbonda in virt.  nobile,  di giudizio, e discretamente ricca; e poich te l'abbiamo scelta io e tuo padre, ti assicuro che  quella che ci vuole per te -. Guard Rodolfo attentamente il ritratto e poi disse: - Se i pittori che d'ordinario son soliti largheggiare in far belle le sembianze che ritraggono, hanno largheggiato anche qui, credo che l'originale debba essere la bruttezza in persona senza dubbio. In verit, madre e signora mia,  cosa giusta e buona che i figli obbediscano ai genitori in tutto quello che loro abbiano a comandare; ma  altrettanto giusto, e anche pi, che i genitori diano ai figli quello stato che a questi sia pi gradito. E poich la faccenda del matrimonio  un nodo che non lo scioglie se non la morte, ben converr che i lacci di esso siano uguali e tessuti degli stessi fili. La virt, la nobilt, il senno, i beni di fortuna ben possono rallegrare l'animo di colui al quale toccarono in sorte con la sposa; ma che la bruttezza di questa rallegri gli occhi dello sposo, mi pare impossibile. Son giovane; tuttavia bene intendo che col sacramento del matrimonio vada unito il legittimo e debito piacere che gli ammogliati godono; mancando il quale il matrimonio zoppica e vien meno al suo secondo scopo, giacch pensare che un brutto muso che s'abbia a tener tutti i momenti davanti agli occhi in salotto, a tavola e a letto possa piacere, torno a dire che mi par quasi impossibile. Voi, madre mia (ve ne supplico) datemi una compagna attraente e non gi ributtante, affinch senza piegare di qua o di l, di pari e per dritta via, si possa tutti e due portare il giogo che Dio vorr imporci. Se questa dama  nobile, intelligente e ricca, come voi dite, non le mancher uno sposo di indole differente dalla mia. C' chi cerca la nobilt, chi l'intelligenza, chi i denari, chi la bellezza; e io son di questi ultimi. Perch, quanto a nobilt, grazie al cielo, ai miei maggiori e ai miei genitori, me l'hanno lasciata in eredit; quanto a intelligenza, purch una donna non sia n ignorante n balorda n scimunita, basta che, a volere esser fina non finisca con dare in ispropositi, n per esser sciocca si faccia danno. Quanto alle ricchezze, pur quelle dei miei genitori non mi fanno temere d'impoverire. Lo splendore io cerco, la bellezza io desidero con non altra dote se non quella dell'onest e dei buoni costumi; che se questo ha con s la mia sposa servir Dio con piacere e far lieta la vecchiaia dei miei genitori -.
Rimase molto contenta la madre delle parole di Rodolfo, avendo capito da queste che era per riuscir bene nel suo disegno. Gli rispose che avrebbe cercato di ammogliarlo secondo il suo desiderio, che non si desse pensiero, perch sarebbe stato facile disfare gli accordi ch'erano stati presi di ammogliarlo con quella tal signora. Di ci ebbe molto piacere Rodolfo. Giunta l'ora della cena andarono a tavola, ed essendovisi gi seduti il padre e la madre, Rodolfo e i suoi due compagni, donna Stefania facendo da smemorata disse:
- Trista me! Come tratto male la mia ospite! Andate, ordin a un servo, e dite alla signora donna Leocadia che metta da parte la sua gran soggezione e ci venga a onorare a tavola, che quanti son qui tutti son figli miei e suoi servi -. Tutto ci era un suo piano e Leocadia n'era stata avvisata, come anche informata di quanto doveva fare. Poco stette ella a venire e a fare di s la pi inaspettata e splendida apparizione che mai pot fare la bellezza pi amabile e semplice. Era vestita, essendo inverno, di un lungo manto di velluto nero cosparso di borchie di oro e di gemme, la cintola e il collaretto di brillanti. I suoi stessi capelli, lunghi e non troppo biondi, le erano di ornamento o di acconciatura del capo, e la disposizione dei nastri e dei riccioli e i riflessi dei brillanti che vi si insinuavano, abbagliavano la vista di chi li guardava. Aveva Leocadia bel personale e bel portamento; teneva per mano il figlio e la precedevano due fanciulle che le facevano lume con due candele di cera in due candelieri d'argento. Tutti si levarono in piedi in atto di riverenza, come se fosse stata l miracolosa apparizione del cielo. Di quanti erano l a guardarla incantati, nessuno, pare, trasecolati com'erano, trov da dirle una parola. Leocadia con graziosa disinvoltura s'inchin a tutti, e Stefania, prendendola per mano, la fece sedere vicino a s dirimpetto a Rodolfo. Il bambino lo misero a sedere accanto al nonno. Rodolfo, che ora pi da vicino contemplava la bellezza incomparabile di Leocadia, diceva fra s: - Se quella che mia madre ha scelto per mia sposa possedesse la met di questa bellezza, mi riterrei l'uomo pi fortunato del mondo. Dio aiutatemi! Che vedo io mai?  forse un angelo in forma umana quello che io contemplo? -. E frattanto la vaga immagine di Leocadia per gli occhi gli andava penetrando nel cuore per impossessarsene. La quale, mentre si apprestava la cena, vedendosi pure cos vicino colui che ormai ella amava pi della pupilla degli occhi, di tanto in tanto, guardandolo di soppiatto, cominci a ripensare a quello che tra lei e Rodolfo c'era stato. La speranza, che la madre di lui le aveva infuso, ch'egli sarebbe suo sposo, principi a illanguidirglisi nell'animo presa dal timore che tali liete promesse dovessero proporzionarsi alla miseria del suo destino. Considerava quanto era vicina ad essere per sempre felice o infelice; e tanta fu l'oppressione di queste riflessioni e tanto lo scompiglio dei pensieri da averne tale una stretta al cuore che, d'un tratto, cominci a sudare e a impallidire, colta da uno svenimento che la forz a ripiegare il capo tra le braccia di donna Stefania, la quale, al vederla tramortita cos, la sorresse piena di sgomento. Tutti ne furono spaventati e si levarono da tavola per affrettarsi a soccorrerla. Ma chi di segno d'esserne pi commosso fu Rodolfo, ch per giungerle presto vicino inciamp e cadde due volte. Per quanto la slacciassero e le spruzzassero acqua sul viso ella non tornava in s; anzi, e l'ansare del petto e il polso che non batteva parevano chiari indizi della sua morte, tanto che le serve e i servi di casa, come meno prudenti, si misero a gridare e la spacciarono per morta. Giunse tale amara notizia agli orecchi dei genitori di Leocadia che donna Stefania aveva fatto nascondere perch, al momento opportuno, fosse maggiore l'allegria, e che insieme col parroco, il quale era pure l con loro, rompendo la consegna di Stefania, corsero nella sala. Subito le si appress il curato per vedere se da qualche segno facesse intendere che si pentiva dei suoi peccati e quindi assolverla; ma dove pens di trovare tramortita una persona sola, due ce ne trov, in quanto che Rodolfo gi aveva abbandonato il volto sul seno di Leocadia. Sua madre aveva lasciato che a lei si avvicinasse come a cosa che doveva esser sua, ma quando vide ch'egli pure aveva perduto i sensi, stette a un punto di tramortire anche lei; e sarebbe tramortita se non avesse visto che Rodolfo si riaveva, come si riebbe infatti, confuso d'essere stato colto a far vedere cos smisurato dolore. Sua madre per, quasi ne indovinasse i sentimenti, gli disse: - Non ti vergognare, figlio mio, della esagerata commozione che hai avuto, ma vergognati di quella che non avresti avuto, quando tu sappia ci che non voglio nasconderti pi a lungo, giacch pensavo di rimetterlo a momento pi lieto. Hai da sapere, figlio dell'anima mia, che questa che sorreggo tramortita fra le braccia  la tua sposa vera; e dico vera, perch  quella che ti avevamo scelto io e tuo padre mentre l'altra del ritratto era falsa -. Quando Rodolfo sent ci, trasportato dall'amoroso e ardente desiderio, poich il nome di sposo gli toglieva via ogni impedimento che il decoro e il rispetto del luogo avrebbero potuto imporgli, si butt sul viso di Leocadia e, con la bocca sulla bocca di lei, stava come ad aspettare che ne spirasse l'anima per accoglierla dentro della sua. Ma quando per cresceva, per la commiserazione, il pianger di tutti, e pel dolore si levavano pi alte le grida, e, con lo strapparsi i capelli e la barba, la madre e il padre di Leocadia si dipelavano e gli strepiti del figliolino ferivano il cielo, Leocadia si riebbe, e, col riaversi, ritorn anche la gioia e la festa che era sparita dagli animi dei circostanti. Si trov ella fra le braccia di Rodolfo e avrebbe voluto, con dolce violenza sciogliersene, ma egli le disse: - No, o signora, ci non dev'essere; non conviene che lottiate per staccarvi dalle braccia di colui che vi ha nell'anima.
A queste parole fin Leocadia di recuperare intieramente i sensi e donna Stefania d'insistere nel suo primo divisamento, invitando il curato a sposare subito il figlio con Leocadia. Ed egli cos fece, perch, essendo questo caso avvenuto in un tempo quando la sola volont dei contraenti, senza le ricerche e le formalit giuste e sante di adesso, bastava a far legittimo il matrimonio, non ci fu difficolt che impedisse le nozze(147). Celebratesi le quali, lascio ad altra penna e ad altro ingegno pi sottile del mio raccontare la comune allegria di tutti quelli che vi furono presenti; come i genitori di Leocadia abbracciarono Rodolfo, come ringraziarono Iddio e i genitori di lui, le promesse scambievoli, lo stupore dei compagni di Rodolfo i quali cos impensatamente videro tanto begli sponsali la notte stessa del loro arrivo, e pi quando, dal racconto di donna Stefania davanti a tutti, seppero che Leocadia era la fanciulla che in compagnia loro il figlio suo aveva rapito, del che non meno fu sorpreso Rodolfo. Il quale, per accertarsi meglio della verit, domand a Leocadia che gli dicesse di qualche contrassegno da cui venisse a sapere per intero quello di cui non dubitava, dal momento che l'avevano ben verificato i suoi genitori. Rispose: - Quando io mi risvegliai e tornai in me dall'altro smarrimento, mi trovai, o signore, fra le vostre braccia disonorata; pure non ne sono scontenta, giacch, riavendomi da questo di ora, mi sono ugualmente ritrovata fra le braccia dello stesso di allora, ma onorata. Che se questo contrassegno non basta, basti quello di un'immagine di crocifisso che nessuno vi poteva rubare se non io, se mai la mattina ne notaste la mancanza, se mai  quello appunto che ha la mia signora -. Voi siete l'immagine impressa nella anima mia, e la sarete, o mio bene, per tutti gli anni che Dio vorr -. E abbracciandola daccapo furono rinnovate su di essi gli auguri e le congratulazioni. Fu servita la cena e vennero i musici che a questo scopo erano stati gi avvisati. Rodolfo vide se stesso, come in uno specchio, nel volto del figlio suo, del quale piansero di contentezza i quattro nonni. In tutta la casa non rimase angolo che non fosse visitato dalla gioia, dalla contentezza, dall'allegria. E sebbene la notte volasse con le sue ali leggere e nere, a Rodolfo pareva che se ne andasse pel suo cammino non con le ali, ma con le stampelle, tanto era grande il desiderio di essere solo con la cara sposa. E venne finalmente l'ora desiderata, poich di tutto arriva la fine. Tutti andarono a coricarsi e la casa rest sepolta nel silenzio. Nel quale per non rester questo veritiero racconto, che non lo permetteranno i molti figli e l'illustre discendenza lasciata in Toledo, dove ancor vive la fortunata coppia, la quale molti anni felici godette nella unione e in compagnia dei figli e dei nepoti; che tutto permise il cielo e "La potenza del sangue" cui il valoroso, illustre e cristiano avo di Luigino vide propagato sulla terra.
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3. IL DOTTOR VETRIERA.
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Dinanzi alle difficolt che questa novella presenta, difficolt molte e taluna insuperabile per ben rendere certi motti e lazzi che vi abbondano, pi traduttori han preferito rimaneggiarla e adattarla anzich tradurla fedelmente. Cos il Cotolendi (Paris, 1678) e lo stesso diligentissimo Viardot, che, dopo avere rinunziato a questa nel pubblicare la sua traduzione delle novelle cervantine nell'edizione del 1838, ne fece, dice egli stesso, nella edizione del 1858, una specie d'abito d'arlecchino, cucendovi di suo una lunga serie di proverbi spagnoli e mutando perfino il titolo della novella in quello di "Le Petit-fils de Sancho Panza". Ne venne fuori quello che il Foulch-Delbosc chiam meritamente "un mauvais pastiche". Segu tuttavia il rifacimento del Viardot Eugenio Camerini ripubblicando il Clavelli che aveva peggiorato il testo; e credette far bene parendogli per noi "inintelligibile e senza diletto questa novella ove ogni lazzo spagnolo non fosse stato corredato di un lungo commento"(148). Che di qualche nota abbiano bisogno, per esser comprese, certe arguzie del malizioso dottore,  vero, ma, che tutta la novella sia inintelligibile e senza diletto,  affermazione piuttosto gratuita.  per noi intanto particolarmente interessante tutta una prima parte della novella, pervasa da quello spirito erratico e d'avventure, caratteristico degli spagnoli dei secoli XVI e XVII, nella quale si narra del viaggio del dottor Vetriera in Italia e delle impressioni riportatene; impressioni del Cervantes stesso che in Italia, effettuando un vivo suo desiderio, aveva soggiornato tra il 1572 e il 1575, come ha accertato Benedetto Croce(149) pi a lungo dimorando a Napoli, e visitando Palermo, la Sardegna, Genova da povero soldato. Di Napoli fu sopratutto entusiasta, e sempre gliene tornava alla mente il caro ricordo. La celebra anche nel Viaje del Parnaso dicendola
De Italia gloria y aun del mondo ilustre,
Pues de cuantas ciudades l encierra,
Ninguna puede haber que as le ilustre;
Apacible en la paz, dura en la. guerra,
Madre de la abundancia y la nobleza
De elseos campos y agradable serra.
La seconda parte della novella, dopo avere raccontato come per un filtro amoroso, il dottor Vetriera diventasse matto di una singolare mattia, in quanto credeva d'essere divenuto di vetro e temeva che, accostandoglisi la gente, l'avesse a rompere, riferisce le tante e svariate occasioni che al povero matto, pur pieno di buon senso, si dnno per rispondere sottilmente e mordacemente a chi lo interrogava per dileggio e curiosit, finch, guarito da un frate, torna alla ragione, ma non meno perseguitato della gente, s che, amareggiato e vergognoso, ricorre nelle Fiandre a riprendere la vita delle armi. Pi d'uno studioso del Cervantes, ben consapevole come questi soglia nelle novelle ricopiare dalla natura e dalla vita, volle ricercare se mai avesse avuto presente qualche modello di pazzo, malato della pazzia del dottor Vetriera, e credette riscontrarlo nel primo ispanofilo tedesco del '600 e grande umanista Gaspard de Barth, che sulla fine della sua vita veramente fu stranamente turbato nello spirito. Ma il Foulch-Delbosc gi dimostr in modo evidente che non poteva trattarsi di lui, il quale viaggiava per la Spagna solo poco prima del 1613, l'anno in cui venivano pubblicate dal Cervantes le Novelle(150). Il geniale protagonista della novella cervantina  un paranoico; e casi d'idea delirante identici e consimili potrebbero facilmente essere ritrovati in annali di psichiatria. In tale forma clinica della paranoia, pur non essendo offuscata la coscienza n turbato il corso dei processi intellettivi,  falsata l'interpretazione del mondo esterno prevalendo una comprensione eminentemente subiettiva e personale. Lo stesso Foulch-Delbosc riferisce che in un manicomio di Parigi c'era appunto un tale che si credeva di vetro e che, rimanendo sempre coricato, supplicava fra le grida che nessuno gli si avvicinasse. Noi potremmo ricordare il castellano di Castel S. Angelo, di cui ci dice il Cellini nella sua autobiografia (I, cap. 107) e al quale veniva ogni anno questa o quella pazzia, tra cui quella di credersi orcio da olio. La pazzia in questa novella spagnola, dice l'eminente critico citato, non  che un pretesto; un pretesto che poteva, senza inconvenienti, essere sostituito con un altro ugualmente ingegnoso. Aveva proprio bisogno d'un modello il Cervantes per fingere il suo pazzo? Del resto,  interessante, a illustrazione di questa novella, leggere quello che Tommaso Garzoni da Bagnacavallo scriveva, nel sec. XVII, "De' Pazzi maninconici, e salvatici"(151) riportando casi di paranoici consimili a questo del dottor Vetriera. Cos ricorda quello di un tale che, "havendo pensiero d'esser diventato tutto testa, cedeva a qualunque persona l'incontrava, per non urtare in essa, et farsi male"; di un Nicoletto da Gatia, "il quale patendo questa indisposizione del cerebro s'imagin un giorno d'esser diventato un stoppino da lucerna, et perci voleva, che ognuno gli soffiasse dinanzi, et di dietro, et dalle bande, temendo di non arder tanto, che tutto si dileguasse"; di un Toniolo da Marostica "il quale, intrato in fantasia d'esser diventato un taccone da scarpa, camin fino a Vicenza con le natiche per terra, et con le mani a' piedi"; di un Petruccio da Prato che s'era dato a credere d'essere diventato un granello di senapa s che si gett in un mastello di mostarda. Ma anche pi s'accosta al caso del dottor Vetriera quello che lo stesso Garzoni racconta altrove(152) "di colui, che, parendogli esser diventato un vetro, and a Murano, per gettarsi dentro a una fornace, et farsi fare in foggia d'una inghistara".
Sotto la forma comica di questa finzione si cela tanta saggezza. Del dottor Vetriera si potrebbe ripetere quello che Polonio dice in "Amleto": "Quanto acume nelle sue risposte! La pazzia ha spesso la felicit di colpire l dove la ragione e la salute non saprebbero mai trovare il bersaglio" (a. I, sc. 2). E del resto ebbe caro il Cervantes rimproverare e riprendere le umane follie, le tristizie, le ipocrisie, la corruzione sociale da cui gli deriv tanto affanno e di cui fu cos profondamente disgustato, per bocca di qualche suo carattere di pazzo, fatto ammalare della pazzia della verit. Nel prologo alla seconda parte del gran romanzo, per sfogo del suo risentimento contro l'indegno contraffattore, si vale degli aneddoti significativi di due folli, il primo dei quali, quello di Siviglia, "di en el ms gracioso disparate y tema que di loco en el mundo" appunto come il dottor Vetriera divenne "loco de la mas e estraa locura que entre las locuras hasta entnces se habia visto". Espressione artistica di quell'umorismo che per cos larga vena fluisce nelle opere del Cervantes, il dottor Vetriera  fratello minore di Don Chisciotte. Se la storia dell'"ingenioso hidalgo" non fosse stata gi pubblicata quando comparvero le Novelle, saremmo tentati di vedere nel folle della novella un abbozzo del generoso eroe della Mancha: non possiamo considerarlo invece, osserv gi Prospero Merime, che come una specie di rifusione fatta con i ritagli d'una grossa verga metallica(153); rifusione tuttavia che ha dato vita ad un'artistica figura presa a imitare, per il teatro, da Agustn Moreto y Cabaas (1618-1669), da D. G. Romero Larraaga e D. F. Gonzlez Filipe (Madrid 1841) in due commedie che s'intitolano ugualmente che la cervantina, e, in Francia dal Montfleury (1640-1685), di cui il Foulch-Delbosc cita un "Le Docteur de Verre" non per mai pubblicato nelle edizioni 1705, 1739, 1775 delle sue commedie. E vive il dottor Vetriera, attesta lo stesso critico, in Ispagna fra il popolo. Anch'oggi l'espressione  d'uso comune: una persona schifiltosa, permalosa o meticolosa  di solito detto un licenciado Vidriera.
IL DOTTOR VETRIERA
Passeggiando due studenti di signorile casata sulle rive del Trmes, vi trovarono a dormire sotto un albero un ragazzo di un undici anni, vestito alla contadina. Ordinato a un servo di svegliarlo, quello lo svegli, ed essi gli domandarono di dov'era e com'era che dormiva in quel luogo solitario. Al che il ragazzo rispose che il nome del suo paese se l'era dimenticato e che andava a Salamanca in cerca di un padrone da servire a patto soltanto che lo facesse studiare. Gli domandarono se sapeva leggere; rispose di s, ed anche scrivere. - Cosicch, disse uno dei gentiluomini, non  per difetto di memoria che ti sei dimenticato il nome del tuo paese. - Sia come si voglia, rispose il ragazzo, nessuno sapr il nome n di esso, n dei miei genitori, finch io non possa far loro onore. - E come pensi tu di onorarli? domand il gentiluomo. - Con lo studio, rispose il ragazzo; facendomi un nome, giacch io ho sentito dire che degli uomini si fanno i vescovi. - Questa risposta risolse i due gentiluomini a raccoglierlo e a condurlo seco. E cos fecero, dandogli modo di studiare come in quella universit si usa di far fare a quelli che servono. Il ragazzetto disse che si chiamava Tommaso Rodaja; e i suoi padroni argomentarono dal nome e dall'abito, che doveva esser figlio di qualche povero contadino. Lo vestirono, dopo alcuni giorni, di nero(154), e Tommaso di l a poche settimane di prova di raro ingegno, servendo i suoi padroni con tanta fedelt, puntualit e diligenza che, senza mancar in nulla allo studio, pareva che non si occupasse d'altro che di servirli. E poich il servir bene del servo muove la volont del padrone a trattarlo bene, cos Tommaso, pi che servo dei suoi padroni, n'era il compagno. Finalmente, in otto anni che stette con loro divenne cos conosciuto nell'universit per il bel talento e la singolare abilit, che tutti lo stimavano ed amavano. Studi principalmente legge; ma quello in cui riusciva meglio erano le lettere. Aveva una memoria cos felice, da fare stupire: e tanto la faceva spiccare con la sua forte intelligenza da non esser men noto per questa che per quella. Giunto pertanto il tempo che i suoi padroni terminarono i loro stud, se ne tornarono al paese loro, una delle migliori citt dell'Andalusia, e condussero seco Tommaso, il quale stette con loro alcuni giorni; ma, come se lo limasse il desiderio di tornare ai suoi stud a Salamanca (la quale alletta a volervi tornare tutti quelli che hanno gustato la dolcezza del suo soggiorno) domand ai padroni licenza di tornarsene, i quali, cortesi e liberali, gliela concedettero, regalandolo per modo, che con quel che gli dettero, avrebbe potuto mantenersi tre anni.
Si conged da loro esprimendo la sua gratitudine e usc di Malaga (che quest'era la patria dei suoi padroni) quando, allo scendere la costa della Zambra sulla via di Antequera s'imbatt in un gentiluomo a cavallo, in magnifica tenuta da campagna con due servi pure a cavallo. Si un a lui e seppe che faceva la sua stessa strada. Fecero lega, ragionarono di diversi argomenti e presto Tommaso ebbe occasione di mettere in mostra l'ingegno non comune e il cavaliere la gentilezza e le maniere signorili. Disse che era capitano di fanteria di Sua Maest e che il suo alfiere era a mettere in ordine la compagnia vicino a Salamanca. Fece le lodi della vita militare, gli dipinse al vivo la bellezza della citt di Napoli, gli spassi di Palermo, l'opulenza di Milano, i conviti di Lombardia, gli splendidi desinari nelle trattorie, gli disse piacevolmente e precisamente di certe espressioni: "Presto, padrone! vieni qui, manigoldo! vengano gli sgombri, i pollastri, i maccaroni!"; esalt la vita libera del soldato, la libert in Italia. Per non gli disse nulla del freddo a far la sentinella, del pericolo negli assalti, del terrore delle battaglie, della fame negli assed, del rovinio delle mine e d'altre cose di simil genere, che certi prendono e ritengono come accessori delle fatiche militari, mentre ne sono il peso principale. Insomma tante cose gli disse e cos bene che il giudizio del nostro Tommaso Rodaja cominci a vacillare, e la volont a trovare bella quella vita, che ha cos vicina la morte. Il capitano che aveva nome Don Diego di Valdivia(155), soddisfattissimo del bell'aspetto, intelligenza e sveltezza di Tommaso, lo preg di andare con lui in Italia, almeno per una curiosit: gli offriva la sua mensa ed anche, se fosse necessario, la sua bandiera, giacch il suo alfiere presto doveva lasciarla. Ci volle poco perch Tommaso accettasse l'invito, avendo, in un tratto, fra s e s fatto un breve ragionamento: che sarebbe bella cosa veder l'Italia e le Fiandre ed altre varie terre e paesi; che le lunghe peregrinazioni fanno gli uomini saggi; che in questo al pi al pi poteva spendere tre o quattro anni, i quali, aggiunti ai pochi che contava non sarebbero stati poi tanti, da impedirgli di tornare ai suoi studi. E come se tutto avesse dovuto succeder secondo il piacer suo, disse al capitano che volentieri andava con lui in Italia: purch per non dovesse arruolarsi sotto una bandiera, n coscritto quale soldato per non essere obbligato a seguire poi quella bandiera. E sebbene il capitano gli dicesse che non importava arruolarsi, che, anche arruolato, avrebbe goduto delle gratificazioni e delle paghe, le quali si sarebbero date alla compagnia e che egli gli avrebbe dato licenza ogni volta l'avesse chiesta: - Ci sarebbe, disse Tommaso, un andar contro alla mia coscienza e contro quella del signor capitano: perci preferisco venire libero che obbligarmi. - Una coscienza cos scrupolosa, disse Don Diego,  pi da frate che da soldato: ma comunque, ormai, siamo camerati.
Giunsero quella sera ad Antequera e a grandi tappe si trovarono in pochi giorni l, dov'era la compagnia, che, ormai, finita di allestire, cominciava a marciare verso Cartagena, prendendo alloggio, essa e altre quattro, nei paesi dove capitavano. E l ebbe a notare Tommaso l'autorit dei commissar, le preferenze di certi capitani, la preoccupazione dei furieri, la scaltrezza dei pagatori nel fare i conti, le lagnanze delle popolazioni, il riscattarsi dei biglietti d'alloggio, l'insolenza dei coscritti, i contrasti con gli albergatori, il chiedere provvigioni pi del necessario, e finalmente la necessit quasi inevitabile di far tutto quello che vedeva e che non gli pareva bene. Tommaso si era vestito di colori pappagalleschi(156) smettendo l'abito studentesco e si mise a sacramentare soldatescamente(157). I molti libri, che aveva li ridusse alle ore della Madonna e a un Garcilaso non commentato, i quali portava nelle due tasche. A Cartagena giunsero pi presto di quel che desiderassero, perch la vita degli alloggiamenti offre piena libert,  variata, ed ogni giorno capitano cose nuove e piacevoli. Imbarcatisi di l su quattro galere napoletane, Tommaso ebbe allora occasione di studiare la singolare vita di quelle case sul mare, dove sono un tormento quasi continuo le cimici, dove i galeotti derubano, i marinai trattan male, rosicchiano i topi e spossano le marette. Lo intimorirono le grandi burrasche e i fortunali, specie nel golfo di Lione, che furon due; l'una li gett sulle coste della Corsica, l'altra li ricacci a Tolone in Francia. Alla fine, stanchi dalle veglie, zuppi e con i calamai agli occhi arrivarono alla bella bellissima citt di Genova. Sbarcati nel suo riparato Mandraccio, dopo visitata una chiesa, il capitano and con tutta la sua brigata in un'osteria, dove scordarono tutte le burrasche passate col gongolare presente. L fecero conoscenza con la soavit del Trebbiano, col pregiato Montefiascone, col bruschetto dell'Asprino, con la generosit dei due vini greci di Candia e di Samos, con la signorilit di quello delle Cinque Vigne, con la dolcezza e la piacevolezza della signora Guarnaccia, la rustichezza della Centola, senza che fra tutti questi signori osasse comparire la miseria del romanesco. E dopo che l'oste ebbe passato la rassegna di tanti e cos differenti vini, si offr di fare apparir l, senza trappole e non gi dipinti sulla carta, ma realmente e veramente, e Madrigal, e Coca, e Alaejos, l'imperiale pi che reale citt, anticamera del dio del riso. Offr Esquivias, Alanis, Cazalla, Guadalcanal e Membrilla, non dimenticando il Ribadavia e il Descargamaria. Insomma pi vini nomin e diede l'oste, che non ne potesse tenere nelle sue cantine lo stesso Bacco. Ebbe pure ad ammirare il buon Tommaso le chiome bionde delle genovesi, la gentilezza e l'ardito portamento degli uomini, l'ammirabile bellezza della citt che su quelle alture pare abbia le case incastonate come diamanti nell'oro.
Il giorno dopo sbarcarono tutte le compagnie che dovevano andare in Piemonte. Tommaso per non volle far questo viaggio, bens di l andare per terra a Roma e a Napoli, riserbandosi di tornare per la gran Venezia e per Loreto a Milano e in Piemonte, dove Don Diego de Valdivia disse che l'avrebbe trovato se non lo avessero mandato in Fiandra, come correva voce. Di l a due giorni si conged Tommaso dal capitano e in cinque giunse a Firenze, avendo prima visto Lucca, citt piccola, ma molto ben costruita e in cui, meglio che nelle altre parti d'Italia, gli spagnoli sono ben visti e bene accolti. Gli piacque sommamente Firenze, sia per la piacevole posizione, come per la sua nettezza, per i suoi palazzi sontuosi, per le fresche rive del fiume e le strade tranquille. Ci stette quattro giorni e poi part subito per Roma, regina delle citt e signora del mondo. Ne visit i templi, ne vener gli avanzi e ne ammir la grandezza. E come dalle unghie si viene a conoscere la grandezza e la fierezza del leone, cos egli argoment quella di Roma dai marmi infranti, dalle statue, quali mutile e quali intere, dai suoi archi trionfali rotti e dalle terme in rovina, dai superbi portici e vasti anfiteatri, dal suo celebre e sacro fiume, che ha le sponde sempre gonfie d'acqua e sante per le infinite reliquie dei corpi dei martiri che nel fiume ebbero sepoltura; dai suoi porti che sembrano guardarsi l'un l'altro, e dalle sue vie che col loro nome soltanto acquistano autorit su tutte quelle delle altre citt del mondo, la via Appia, la Flaminia, la Giulia, con altre consimili. Non minore meraviglia poi gli dest la divisione dei colli, dentro la citt stessa: il Celio, il Quirinale, ed il Vaticano, con gli altri quattro, i nomi dei quali esprimono la grandezza e la maest romana. Osserv pure l'autorit del collegio dei cardinali, la maest del Sommo Pontefice, il concorso e la variet delle genti e delle nazioni. Tutto egli ammir e consider e ritenne appuntino. Fatta la visita delle sette chiese, confessatosi da un penitenziere e baciato il piede a Sua Santit, pieno di agnusdei e di rosar, stabil di andare a Napoli: ma poich era la stagione della malaria, stagione cattiva e dannosa per tutti quelli che vanno a Roma o ne vengono viaggiando per terra, se ne venne a Napoli per mare, dove all'ammirazione riportata dall'aver visto Roma, aggiunse l'altra che gli produsse il vedere Napoli, citt a parer suo e di quanti l'hanno vista, la migliore d'Europa, anzi di tutto il mondo. Di l si rec in Sicilia, dove vide Palermo e quindi Messina. Di Palermo, buona gli parve e bella le posizione, di Messina il porto e di tutta l'isola la fertilit, per la quale  chiamata giustamente il granaio d'Italia. Torn a Napoli e a Roma, e di l and alla Madonna di Loreto, nel cui sacro tempio non vide pareti n muri, coperti com'erano tutti di stampelle, di sudari, di catene, di ceppi, di manette, di capigliature, di figure dimezzate in cera, di pitture e ritratti, che davano prova manifesta delle innumerevoli grazie che tanti avevano ricevuto dalle mani di Dio, per intercessione della sua divina Madre, di cui volle glorificare ed esaltare l'immagine sacrosanta con gran numero di miracoli, in compenso della devozione che le hanno coloro, i quali con simili voti tengono adorni i muri della sua casa. Egli vide la stanza stessa ed il posto dove fu riferita la pi alta ambasciata e pi importante, che mai videro n mai intesero tutti i cieli e tutti gli angeli e tutti gli abitatori delle eterne magioni. Di l, imbarcandosi in Ancona, and a Venezia, citt di cui, se non fosse nato al mondo Colombo, non ce ne sarebbe stata una simile. Grazie al cielo per e al gran Fernando Corts fu conquistato il gran Messico, s che la gran Venezia ebbe in qualche modo chi le si contrappose. Queste due famose citt si somigliano nelle strade, che son tutte di acqua: l'europea, ammirazione del mondo antico: l'americana, stupore del nuovo. Sembr infinita a Tommaso la ricchezza di Venezia, prudente il suo governo, inespugnabile il sito abbondante di tutto, ridenti i suoi dintorni, e infine tutta quanta e in ogni sua parte meritevole della fama che del suo valore si diffonde per tutte le parti del mondo. E tal verit gli era confermata dalla fabbrica del celebre arsenale, che  il luogo dove si costruiscono le galere e altri vascelli senza numero. Per poco non furono quelle di Calipso le attrattive e gli spassi che trov in Venezia il nostro curioso viaggiatore, poich poco manc che non gli facessero dimenticare il suo proposito principale. Essendovi per rimasto un mese, per Ferrara, Parma e Piacenza, si diresse a Milano, officina di Vulcano, invidia del regno di Francia, citt, infine, di cui si dice che pu dire e fare.  splendida per la grandezza sua e del suo tempio, per la meravigliosa abbondanza di quanto occorre alla vita umana. Di l and ad Asti e giunse appena in tempo, ch il giorno dopo la compagnia partiva per la Fiandra. Fu accolto molto gentilmente dal capitano suo amico ed in compagnia e comunanza sua pass in Fiandra ed arriv ad Anvers, citt non meno meravigliosa di quelle che aveva veduto in Italia. Vide Gand e Bruxelles, come pure che tutto il paese si apparecchiava a prender le armi per incominciare la guerra nell'estate prossima. Or, soddisfatto il desiderio che lo aveva stimolato a vedere quel che aveva veduto, determin di tornarsene in Ispagna e a Salamanca per finire i suoi studi. E mise ad effetto il divisamento con grandissimo dispiacere del suo compagno, il quale, al momento del congedarsi, lo preg di dargli poi notizia della sua salute, del suo arrivo e dei suoi prosperi successi. Promise Tommaso quanto quegli chiedeva e per la Francia torn in Ispagna, senza aver veduto Parigi, essendo tutta in armi. Giunse finalmente a Salamanca, dove fu ben accolto dai suoi amici, e dove con gli aiuti che essi gli prestarono continu gli studi fino ad ottenere il grado di Dottore in legge.
Accadde che frattanto giunse in quella citt una dama piena di pompa e scaltra. Subito calarono allo zimbello e al richiamo tutti i merli del luogo: n ci fu scolaretto(158) che non andasse a trovarla. Fu riferito a Tommaso che quella dama diceva di essere stata in Italia ed in Fiandra: ed egli, per vedere se la conosceva, and a visitarla. In conseguenza di che, ella rimase innamorata di Tommaso, mentre egli non si sarebbe neppure accorto di lei, n, se non perch pressato e condotto da altri, sarebbe mai andato da lei. Infine ella gli manifest il suo intendimento e gli offr le sue ricchezze. Ma poich egli badava pi ai suoi libri che ad altri spassi, non corrispondeva punto al piacere della dama, la quale, vedendosi noncurata e a suo credere disprezzata, n con i mezzi ordinar e comuni riuscendole di conquistare la rocca della volont di Tommaso, decise di trovar altri mezzi, a parer suo, pi efficaci e bastevoli, per venire a capo dei suoi desider. Cos, consigliata da una mora, in una mela cotogna candita, di Toledo, fece a Tommaso una di quelle che chiamano fatture, fiduciosa di dargli cosa che gli costringesse la volont a desiderarla, come se nel mondo ci fossero erbe, incantesimi e parole sufficienti a forzare il libero volere(159). E cos quelle che dnno tali beveroni o bocconi amator si chiamano benefiche perch non altro fanno che dar 'u beleno(160) a chi le prende, come l'esperienza ha dimostrato in molti e diversi casi. Mangi Tommaso cos malauguratamente la cotognata, che subito cominci a sferrar calci e pugni, come se fosse epilettico, e stette molte ore senza tornare in s, in capo alle quali si riscosse come intontito. Sconnesso nel parlare e balbettando, disse che l'aveva ucciso una cotogna candita che aveva mangiato, e indic chi era che gliel'aveva data. La Giustizia, che ebbe sentore del fatto, ricerc la maliarda, ma essa, vedendo il malanno che n'era venuto, si era messa al sicuro n si lasci pi vedere. Sei mesi stette a letto Tommaso, durante i quali s'insecch e si ridusse, come si dice, pelle ed ossa; inoltre si vedeva che aveva turbati tutti i sentimenti. E per quanto ricorressero ad ogni possibile rimedio, guar dell'infermit del corpo ma non da quella dell'intelligenza. Sano pertanto rimase, ma pazzo della pi strana pazzia che fra tutte le pazzie si fosse finora veduta. S'immagin l'infelice d'essere tutto di vetro, e con questa fissazione, quando qualcuno gli si avvicinava, mandava urli tremendi, chiedendo e supplicando con parole e con espressioni assennate che non gli si avvicinassero, perch lo avrebbero spezzato, effettivamente e davvero non essendo come gli altri uomini ma tutto di vetro da capo a piedi. Per levargli questa strana fissazione molti, senza badare agli urli e alle preghiere, lo avvicinarono e lo abbracciarono, dicendogli che comprendesse e vedesse che non si spezzava. Quel che se ne ricavava per era che il poveretto si gettava a terra, dando in mille grida; subito gli prendeva uno svenimento, che gli durava pi di quattro ore, e quando tornava in s erano nuove preghiere, nuove suppliche di non avvicinarglisi pi. Diceva che gli si parlasse da lontano e gli domandassero quel che volevano, che a tutto avrebbe risposto con tanto pi senno in quanto che, essendo uomo di vetro e non di carne, ed essendo il vetro materia sottile e delicata, secondava gli atti dello spirito con pi prontezza ed efficacia che non la materia corporea, pesante e terrena. Alcuni vollero far la prova se era vero quel che diceva, e quindi gli domandarono molte e difficili cose alle quali rispose spontaneamente e con grandissima acutezza di pensiero: cosa che fece meravigliare i pi dotti dell'universit e i professori di medicina e di filosofia, vedendo che in un soggetto in cui era tanta strana pazzia, come quella di credersi di vetro, si racchiudeva cos gran senno da rispondere ad ogni domanda con precisione ed acume. Chiese che gli si desse un fodero dove riporre quel fragile vaso del suo corpo, perch non avesse a rompersi se si stringeva in un vestito. Gli dettero perci una veste bigia e una camicia larghissima che egli indoss con molta precauzione e cinse con una corda di bambagia. Non volle saperne di scarpe; e perch gli potessero dare da mangiare senza avvicinarglisi, us di mettere sulla punta di un bastone un orinalino dove gli mettevano qualche po' di frutta, secondo la stagione. N carne n pesce voleva, non beveva altro che alla fonte o al fiume e con le mani. Camminando per le vie si teneva nel mezzo, guardando in su, per la paura che non gli cadesse qualche tegola addosso e lo spezzasse. D'estate dormiva pei campi a cielo aperto, e d'inverno si ricoverava in qualche stallaggio, e si seppelliva fra la paglia, fino alla gola, dicendo che quello era il letto pi adatto e pi sicuro che potessero avere gli uomini di vetro. Quando tonava tremolava come argento vivo e usciva alla campagna, n entrava nell'abitato, finch non fosse passato il temporale. I suoi amici lo tennero chiuso molto tempo, ma vedendo che il suo male seguitava, risolsero di condiscendere a quel che voleva, cio lasciarlo andar libero. Lo lasciarono infatti. Egli usc intanto per la citt destando ammirazione e compassione in tutti quelli che lo conoscevano. Lo attorniavano subito i monelli, ma egli con un bastone li teneva indietro e li pregava di parlargli discosti, perch, essendo di vetro non si rompesse, cos delicato e fragile com'era. I ragazzi, che sono la genia pi sguaiata del mondo, a dispetto delle sue preghiere e delle sue grida, cominciarono a tirargli stracci e pietre, anche per vedere se era di vetro come diceva; ma egli levava tante strida e dava in tali eccessi che induceva la gente a sgridare e a rimenare i ragazzi perch non gli tirassero. Un giorno per che lo infastidivano molto si rivolse loro a dire: - "Cosa volete da me, sbarazzini, testardi come mosche, sozzi come cimici, impertinenti come pulci? Sono io, per caso, il Monte Testaccio di Roma, perch mi tiriate tanti ciottoli e tegoli?" - A fine di sentirlo gridare e rispondere a tutti gli tenevano dietro sempre molti, ed i monelli presero e ritennero miglior partito ascoltarlo piuttosto che tirargli. Passando una volta per la via dei Rigattieri a Salamanca, gli disse una rigattiera: - "Sull'anima mia, signor dottore, mi dispiace la sua disgrazia, ma che devo fare se non posso piangere?" - Si volt egli a lei, e serio serio le disse: "Filiae Ierusalem, lugete super vos et super filios vestros". - Il marito della rigattiera cap la malizia del matto e gli disse: - "Fratello dottor Vetriera (cos diceva di chiamarsi) voi avete pi del furbo che del matto". - "Non me ne importa un fico, disse, pur di non avere nulla dello sciocco". - Passando un giorno da un postribolo, vide che molte di quelle inquiline erano sull'uscio. Egli disse che erano bagagli dell'esercito di Satana, depositati all'albergo dell'Inferno. Uno gli domand qual consiglio e qual conforto avrebbe dato per certo suo amico grandemente afflitto per essergli la moglie scappata con un altro. Rispose: "digli che ringrazi Dio che ha permesso che gli portassero via di casa il nemico. - Dunque non deve andare a cercarla? domand l'altro. - Neanche a pensarci, replic il Vetriera, perch il trovarla, sarebbe trovare un perpetuo e vero testimone del proprio disonore. - Giacch  cos, disse quello stesso: che devo fare io, per stare in pace con mia moglie? - Rispose: "dlle quello di cui abbia bisogno; lasciala comandare a tutti di casa tua, ma non permettere che comandi te". - Gli disse un ragazzo: - "Signor dottor Vetriera, io voglio piantare mio padre, perch spesso mi frusta". - Gli rispose: "Pensa, ragazzo, che le frustate che dnno i genitori ai figliuoli, onorano, e che quelle del boia disonorano".
Stando sulla porta di una chiesa vide che entrava un contadino, di quelli che sempre se ne tengono d'essere cristiani d'antica data(161), e dietro a lui veniva uno che non godeva di cos bel vanto come l'altro. Il dottore grid al contadino: "- O Domenico, aspettate che passi Sabato".
Dei maestri di scuola soleva dire che erano beati, poich avevano a che fare sempre con angeli beatissimi; peccato, per che gli angioletti fossero mocciosi.
Un altro gli domand che cosa gli sembrasse delle ruffiane. Rispose che tali non erano quelle lontane, bens quelle vicine.
La notizia della sua pazzia, delle sue risposte e dei suoi motti si sparse per tutta la Castiglia. Or, giungendo a conoscenza di un principe o signore della Corte, questi volle mandare a chiamarlo e ne dette incarico ad un cavaliere suo amico, che era in Salamanca, perch glielo mandasse. Incontrandolo il cavaliere, un giorno, gli disse: - "Sappia, signor dottor Vetriera, che un gran personaggio della Corte, desidera vederla e lo manda a chiamare". A cui il dottore: - "Vossignoria mi scusi con questo signore, ma io non sono fatto per andare a palazzo, poich ho vergogna e non so adulare". - Ci nondimeno il cavaliere lo mand alla Corte, e per condurcelo si ricorse a questa trovata: lo misero in una cesta di paglia, di quelle in cui portano il vetro, bilanciando l'altra con delle pietre, e fra la paglia mettendo certe vetrerie, per dargli ad intendere che lo portavano appunto come vaso di vetro. Giunse a Valladolid, dove era allora la Corte. V'entr di notte e lo scaricarono alla casa del signore che aveva mandato per lui e che lo ricevette molto cortesemente, dicendogli: - "Benvenuto il signor dottor Vetriera: ha fatto buon viaggio? Come sta?" - Gli rispose il dottore: - "Nessun viaggio  cattivo, purch si termini; tranne quello che conduce alla forca: di salute non sto n bene n male, perch il mio polso va d'accordo col mio cervello".
Il giorno dopo avendo visto appollaiato su delle stanghe buon numero di falconi ed altri uccelli da caccia, disse che la caccia col falcone era da principi e da gran signori; per che pensassero che con essa il piacere gravava pi del duemila per uno sull'utile. Diceva che la caccia alla lepre era un gran divertimento, specialmente poi se si cacciava con levrieri avuti in prestito.
Il cavaliere ebbe diletto di quella sua mattia e lo lasci andare per la citt difeso e vigilato da un uomo il quale doveva badare che non gli facessero del male i monelli, ai quali, come a tutta la Corte, fu, in sei giorni, ben noto, ch, ad ogni passo, per ogni strada, su ogni cantonata rispondeva a quante domande gli erano rivolte. Tra le quali quella di uno studente, che gli domand se fosse poeta, giacch egli sembrava che avesse ingegno universale. A cui egli rispose: - "Sinora non sono stato n cos sciocco n cos fortunato". - "Non capisco qui cosa voglia dire sciocco e fortunato, disse lo studente". - Ed il Vetriera: - "Non sono stato cos sciocco da riuscire cattivo poeta, n cos fortunato da meritare fama di buon poeta". - Un altro studente gli domand che stima avesse dei poeti: - "Grande, rispose, della poesia; dei poeti, nessuna". - Gli replicarono perch dicesse cos: - Rispose che dell'infinito numero dei poeti che c'era, tanto pochi erano i buoni che quasi non contavano; e quindi non ne faceva conto dal momento che non ce n'era. Ammirava, per, e s'inchinava alla scienza della poesia, come quella che racchiude in s tutte le scienze, si vale di tutte, si abbellisce e si raggentilisce di tutte, e mette in luce le mirabili opere con le quali riempie il mondo di utilit, di diletto, di meraviglia. Aggiunse inoltre: - "Io ben so quanto si deve stimare un buon poeta, ricordandomi di quei versi d'Ovidio che dicono:
Cura ducum fuerunt olim regumque poetae
praemiaque antiqui magna tulere chori.
Sanctaque maiestas, et erat venerabile nomen
vatibus et largae saepe dabantur opes.
N mi dimentico l'alta autorit dei poeti che Platone chiama "interpreti degli dei" e di cui Ovidio dice: Est deus in nobis, agitante calescimus illo. E dice pure:
At sacri vates, et divum cura vocamur.
Questo si dice dei buoni poeti; quanto ai cattivi, ai cicaloni, cosa si deve dire se non che rappresentano l'idiotaggine e l'ignoranza universale? - E aggiunse anche: Bisogna vedere uno di questo stampo, quando vuol recitare un sonetto in un crocchio, le riverenze che fa, dicendo: "Lor signori ascoltino un sonettino che ho avuto occasione di fare ieri sera e che, a parer mio, sebbene non valga nulla, ha pure un so che di buonino! - E in cos dire, storce la bocca, aggrotta le ciglia, si fruga in tasca e di mezzo ad altri mille fogli sudici e mezzo stracciati, dov' un altro migliaio di sonetti, tira fuori quello che vuol recitare e finalmente lo legge con voce melata e sottile. Se per caso quelli che l'ascoltano, noncuranti o ignoranti che siano, non glielo lodano, dice: - "Ah! lor signori non l'hanno capito il sonetto, oppure io non l'ho saputo leggere; sar dunque bene recitarlo un'altra volta. Ma ci prestino pi attenzione, ch veramente il sonetto lo merita. E ricomincia a recitarlo con nuovi gesti e nuove pause(162). Bisogna poi sentirli sparlare l'uno dell'altro. Che dir dell'abbaiare che fanno i botoli moderni, ai grossi mastini antichi? E che di coloro i quali borbottano contro poeti illustri ed eccellenti in cui rifulge la vera luce della poesia, intrapresa per sollievo e svago delle tante occupazioni loro, in cui effondono la divinit dei loro ingegni e l'altezza dei loro concetti, a dispetto marcio del volgo ignorante che giudica di quel che non sa e disprezza quel che non capisce? E che dire di colui che pretende doversi stimare e pregiare la scimunitaggine, la quale invece s'abbia ad assidere sotto il baldacchino, e l'ignoranza essere assistente al soglio?"
Un'altra volta gli domandarono per qual ragione i poeti sono per lo pi poveri. - Perch lo volevano loro, rispose: starebbe in loro infatti l'esser ricchi se sapessero approfittare dell'occasione che di continuo hanno fra mano per mezzo delle loro dame, ricchissime tutte in sommo grado, poich hanno i capelli d'oro, la fronte d'argento brunito, gli occhi di verde smeraldo, i denti d'avorio, le labbra di corallo, la gola di lucido cristallo; son liquide perle le lacrime che versano; pi, la terra su cui passa il loro piede, produce subito, per dura e sterile che sia, gelsomini e rose; e pura ambra e muschio e zibetto  il loro alito; cose tutte, queste, che sono segni e prove della loro ricchezza. Queste ed altre cose diceva dei cattivi poeti, perch dei buoni disse sempre bene e sempre li lev a cielo.
Vide un giorno sul marciapiede della chiesa di S. Francesco certe figure grossolanamente dipinte, e disse che i valenti pittori imitavano la natura, mentre i cattivi la recevano.
Si avvicin un giorno con gran precauzione, per non rompersi, alla bottega di un libraio. Gli disse: - "Questa professione mi andrebbe molto, se non fosse per un difetto che ha". Il libraio gli domand che glielo dicesse. Rispose: - " il modo che i librai hanno quando comprano il privilegio di un libro ed il tiro che giocano all'autore, se per caso lo stampa a spese sue; poich invece di mille cinquecento copie, ne stampano tremila; l'autore crede che si vendano le sue e invece si spacciano quell'altre".
Accadde quello stesso giorno, che passarono dalla piazza sei frustati; e dicendo al banditore: - Al primo, perch ladro! - egli grid a quelli che gli erano davanti. - Scostatevi, fratelli, che costui non abbia a cominciare questo conto per qualcuno di voialtri". E quando il banditore arriv all'ultimo dicendo: - "A quel di dietro!" egli disse: Probabilmente  il pagatutto dei ragazzi(163). Un monello gli disse: - "Fratello Vetriera, domani escono a frustare una ruffiana". Gli rispose: se avessi detto che uscivano a frustare un ruffiano, avrei capito che uscivano a frustare un cocchio(164). Si trov l uno di quelli che fanno i portantini e gli disse: - "E di noi altri, dottore, non avete nulla da dire?" - No, rispose il Vetriera, solo che ciascuno di voi sa pi peccati di un confessore; con la differenza per che il confessore li sa per tenerli segreti, voialtri per spubblicarli per le taverne". Ud questo un mozzo di stalla, poich gente d'ogni sorta lo stava sempre ad ascoltare e disse: - "Di noi altri, signor Caraffa, c' poco o nulla da dire, ch siamo gente per bene e necessari nello stato". - Gli rispose il Vetriera: - "L'onore del padrone rivela quello del servo. Quindi guarda chi servi e vedrai che onore hai. Voi altri siete servi fra la peggior canaglia, che viva al mondo. Una volta, quando non era di vetro, cavalcai un giorno intero su di una mula da nolo, tale che le contai centoventuno viz, tutti capitali e nemici dell'uman genere. Tutti gli stallieri hanno uno spunto di ruffiani, uno spunto di ladri e una velatura di buffoni. Se i loro padroni (cos si chiamano quelli che portano sulle loro mule) sono dei sempliciotti, giocano loro pi tiri che non si sia giocato in questa citt negli anni passati; se sono forestieri li derubano, se studenti li maledicono, se religiosi li rinnegano, se soldati n'han paura. Questi e i marinai, i carrettieri, i mulattieri hanno uno strano tenore di vita e tutto speciale. Il carrettiere passa il pi della vita sopra un posto d'una canna e mezzo, che poco pi deve essercene dal giogo delle mule all'estremit del carro; la met del suo tempo canta, l'altra met sacramenta; e in dire: "fatevi indietro" ne passa dell'altro. E se per caso gliene rimane per trar fuori una ruota da qualche pantano, pi si aiutano con due moccoli che con tre mule. I marinai sono gente pagana e barbara che altra lingua non sa se non quella di bordo. In tempo di bonaccia sono diligenti, in tempo di burrasca lenti. Nelle tempeste molti comandano e pochi ubbidiscono; non vedono al di l della loro cassetta e della loro cuccetta; il loro divertimento  vedere i passeggieri col mal di mare. I mulattieri son gente che ha fatto divorzio colle coperte e si  sposata ai basti. Son tanto vigilanti e pronti che, pur di non perdere la giornata di viaggio, perderebbero l'anima.  quella del mortaio(165) la loro musica, la loro salsa  la fame, i loro mattutini  levarsi e governare le mule e le messe loro non udirne nessuna". - Mentre questo diceva si trov vicino ad una bottega di speziale, e, rivolgendosi al padrone, gli disse: - "Vossignoria esercita una professione salutare, se non ce l'avesse tanto con le sue lucerne". - "E in che modo io ce l'ho con le mie lucerne?" domand lo speziale. Rispose il Vetriera: "Dico questo perch in mancanza di un qualche olio, supplisce quello della lucerna, che  pi sotto mano. E anche un'altra pecca ha questa professione, bastevole a togliere il credito al medico pi bravo del mondo". - Perch? gli domand. - Rispose che c'era qualche speziale, il quale, peritandosi di dire che gli mancava in bottega quello che il medico prescriveva sulla ricetta, alle cose di cui mancava altre ne sostituiva, le quali, secondo lui, avevano la stessa efficacia e qualit, mentre non era cos. Pertanto la medecina mal combinata operava al rovescio di quella buona. Gli domand allora lo speziale cosa pensasse dei medici. Rispose: "Honora medicum propter necessitatem, etenim creavit eum Altissimus: a Deo est enim omnis medela, et a Rege accipiet donationem: disciplina medici exaltavit caput illius et in conspectu magnatum collaudabitur. Altissimus de terra creavit medecinam, et vir prudens non abhorrebit illam". Cos parla l'Ecclesiaste, disse, circa la medecina e i buoni medici. Dei cattivi poi si potrebbe dire tutto l'opposto, perch non c' gente pi nociva di loro nello Stato. Il giudice ci pu svisare o ritardare il nostro diritto, l'avvocato sostenere nel suo interesse la nostra domanda ingiusta; il mercante, asciugarci le tasche; infine tutti coloro, con cui per necessit abbiamo a che fare, ci possono far qualche male, ma toglierci la vita senza timore del castigo, nessuno. Solamente i medici ci possono ammazzare e ci ammazzano coraggiosamente e di pi fermo senza sguainare altra spada che quella di una ricetta. E i loro delitti non c' da scoprirli, perch subito te li sotterrano. Mi ricordo quand'era uomo di carne e non di vetro, come son ora, che un medico di questi di second'ordine fu congedato da un malato per farsi curare da un altro. Di l a pochi giorni il primo medico si trov a passare dalla bottega, dove il secondo usava spedire le ricette, e domand allo speziale come stava il malato che aveva lasciato e se l'altro medico gli avesse prescritta qualche purga. Lo speziale gli rispose d'aver l una ricetta per un purgante, che il malato doveva prendere il giorno dopo. Il medico chiese che gliela mostrasse e vide che in fondo c'era scritto: "Sumat diluculo". Disse: "Tutto quello che questo purgante contiene mi va; soltanto questo "diluculo" no, perch c' troppa umidit(166).
Per queste ed altre cose che diceva su tutte le professioni gli andava dietro la gente senza fargli alcun male, ma senza lasciarlo in pace. Tuttavia non avrebbe potuto salvarsi dai ragazzi se non lo avesse difeso il suo custode. Uno gli domand cosa dovrebbe fare per non invidiar nessuno: - "Dormi, ch finch tu dormirai sarai uguale a colui che tu invidi". - Un altro gli domand che modo c'era per riuscire ad avere una certa nomina che da due anni desiderava. Gli disse: "Monta a cavallo quando saprai chi l'ha avuta: accompagnalo fino all'uscita della citt, e cos riuscirai(167)". Si trov a passare di l, dove egli era, un giudice commissario, che andava per una causa criminale, accompagnato da molta gente e da due birri. Domand chi era, e come glielo dissero: "Scommetto, disse, che quel giudice porta vipere in seno, pistole nel calamaio e fulmini nelle mani per distruggere tutto quello che dipender dal suo commissariato. Mi ricordo d'aver avuto un amico che nella sua carica criminale rese una sentenza cos esorbitante che eccedeva di molto la colpa dei rei. Io gli domandai perch avesse pronunziata una sentenza cos crudele e fatta cos manifesta ingiustizia, ed egli mi rispose che pensava di concedere l'appello, col quale avrebbe lasciato campo libero ai signori del Consiglio per mostrare la loro clemenza, mettendo al suo giusto punto e moderando nella debita proporzione la sentenza sua rigorosa. Gli risposi che meglio sarebbe stato averla resa in modo da risparmiare loro quella fatica, ch cos lo avrebbero avuto per giudice giusto e assennato".
Nel circolo dei molti, che, sempre, come s' detto, stava ad ascoltarlo, c'era un suo conoscente, in abito curialesco, cui un altro chiam "signor dottore". Ora il Vetriera, sapendo che quel tale che avevan chiamato dottore non aveva neanche il titolo di baccelliere, gli disse: Compare, badate che non riscontrino il vostro titolo i frati della Redenzione degli schiavi, che se lo prenderebbero in quanto  senza proprietario(168)". A cui disse l'amico: - "Abbiamoci riguardo, signor Vetriera, perch voi ben sapete che io sono uomo di alta e profonda dottrina". Rispose il Vetriera: "Io so gi che siete in essa un Tantalo, perch vi sfugge per l'altezza, n ci arrivate per la profondit".
Stando una volta appoggiato presso la bottega di un sarto e vedendo che costui se ne stava con le mani in mano, gli disse: - Di certo, maestro, siete nella via della salvazione. - E a che lo vedete? domand il sarto. - A che lo vedo? rispose il Vetriera; lo vedo a questo, che non avendo da fare, non avete occasione di dir bugie. E aggiunse: - Sventurato quel sarto che non mentisce e non cuce di festa.  un miracolo se fra tutti quelli che esercitano quest'arte se ne trova uno appena che faccia un vestito giusto, essendone tanti che li fanno peccatori. Dei calzolai, diceva, che, secondo loro, non fanno mai un paio di scarpe sbagliate, perch se a colui che le calza vanno strette o serrate, dicono che cos dev'essere, essendo dei bellimbusti vestire stretto, e che col portarle un paio d'ore diventano pi larghe delle cioce; se poi vanno larghe dicono che cos debbono andare per via della gotta. Un ragazzo, d'ingegno svegliato, scrivano in un ufficio di provincia, lo incalzava molto con quesiti e domande, e gli dava notizia di ci che avveniva in citt, perch su ogni cosa ragionava il dottore e a tutto rispondeva. Costui gli disse una volta: - "Vetriera, stanotte  morto in carcere un tal Banco che era stato condannato alla forca". - Al quale rispose: - "Ben fece ad affrettarsi a morire prima che vi sedesse sopra il boia"(169).
Presso a S. Francesco era un crocchio di genovesi. Passando egli di l, uno di essi lo chiam e gli disse: Venga qua il signor Vetriera, vogliamo un conto(170). Rispose: "no davvero, che me lo spedireste a Genova".
Una volta s'imbatt in una bottegaia che teneva dietro ad una sua figliuola brutta di molto, ma carica di gioielli, di vezzi, di perle, ed egli disse alla madre: "Avete fatto benone a inghiararla, perch ci si possa passar su".
Dei pasticcieri diceva che da anni giocavano alla dobladilla(171) e senza cadere in contravvenzione, perch il pasticcio di due maraveds lo facevano quattro, otto quello di quattro, mezzo reale quel di otto, ad arbitrio e piacere loro.
Diceva gran male dei burattinai: ch'erano dei vagabondi e che trattavano senza rispetto le cose sacre, perch con le figure che facevano vedere nelle loro rappresentazioni, mettevano in ridicolo la religione, e che accadeva loro di riporre tutte o quasi tutte le figure dell'antico e del nuovo Testamento in un sacco e sedervisi sopra a mangiare e bere per le osterie e per le taverne. In conclusione si maravigliava come mai chi poteva non li facesse tacere una buona volta in quei loro casotti o non li bandisse dal regno.
Un giorno ebbe a caso a passargli davanti un commediante, vestito da principe. Vedendolo disse: - "Mi ricordo d'averlo visto venir sulla scena col viso infarinato e con una casacca a rovescio, di pelle d'agnello; con tutto ci, fuori del palcoscenico giura ogni momento in f di gentiluomo". - E forse , rispose uno, perch, ci sono molti commedianti che sono di molto buona famiglia e gentiluomini. - "E sar cos, replic il Vetriera, ma quel che meno bisogna al teatro, sono le persone di buona famiglia; bellimbusti s, uomini di bella presenza, e di scilinguagnolo sciolto. So bene che essi si guadagnano il pane penosamente col sudore della fronte: son sempre ad imparare a mente, sono zingari in continuo moto di paese in paese e di albergo in osteria, ingegnandosi di contentare gli altri; giacch dal piacere degli altri dipende il bene loro. Col loro mestiere, per di pi, non ingannano nessuno perch mettono in mostra sempre al pubblico la loro mercanzia, al giudizio e alla vista di tutti. La fatica dei capo comici  incredibile, e la loro preoccupazione straordinaria. Bisogna che guadagnino molto per non ritrovarsi alla fine dell'anno indebitati cos da dover fallire. E nonostante, sono necessari alla societ, come i boschetti, i bei viali alberati, i bei panorami, come tutto ci che onestamente ricrea". Diceva pure che, secondo un suo amico, chi era ai servizi di una commediante, nella persona di una sola serviva a pi dame, come a dire, a una regina, a una ninfa, a una dea, a una sguattera, a una pastora, e che spesso accadeva che servisse in lei un paggio o un servo, poich di solito tutte queste e pi altre parti sono rappresentate da una commediante.
Uno gli domand chi era stato il pi felice del mondo. - Nemo, rispose, perch nemo novit patrem; nemo sine crimine vidit, nemo sua sorte contentus, nemo ascendit in coelum.
Degli schermitori disse una volta che erano maestri di una scienza o arte che al momento del bisogno non la sapevano, e che quella di volere ridurre a dimostrazioni matematiche, le quali sono infallibili, i movimenti ed i pensieri irosi degli avversari, sapeva di presuntuoso.
Non poteva specialmente soffrire quelli che si tingevano la barba. Una volta si azzuffarono davanti a lui due uomini, di cui uno napoletano(172): questi disse al toscano, abbrancandosi la barba che aveva tutta tinta: - "Pe cchesta varva ch'i' tengo 'nfaccia!..." Al quale avvicinandosi il Vetriera disse: - Ehi, quell'uomo, non dire "tengo", ma "tingo"!
Un altro portava la barba screziata di svariati colori per via della tintura cattiva. Gli disse il Vetriera che aveva la barba color merda di gallina. A un altro, che per trascuratezza l'aveva mezza bianca e mezza nera e lunghi gli scopettoni, disse che procurasse di non contrastare n di bisticciarsi con nessuno, perch c'era il caso di sentirsi dire che mentiva per la met della barba.
Raccont una volta che, una fanciulla, accorta e intelligente, per fare la volont dei suoi genitori, consent di maritarsi con un vecchio tutto canuto il quale la sera prima del giorno dello sposalizio, ricorse non al fiume Giordano come dicono le vecchie, ma alla bottiglietta dell'acqua forte e mercurio, con la quale rimise a nuovo talmente la barba che, andato a letto avendola di neve, si lev che l'aveva di pece. Venne il momento di darsi l'anello: la ragazza ben riconobbe alla prima la carta dal colore(173), ma ai genitori chiese che le si desse quello sposo che le avevano presentato, e che non ne voleva un altro. Essi le affermavano che quello che aveva davanti era lo stesso che le avevano mostrato e destinato per sposo. Ribatt che non era lui, e trov testimoni come qualmente quello che i genitori le avevano dato era un uomo grave e di capelli bianchi; e poich questi non li aveva bianchi, non era lui; perci si diceva ingannata. S'impunt su questo, il ritinto si mortific, e il matrimonio sfum.
La stessa avversione aveva per le dame di compagnia che per le persone inzavardate. Ne diceva delle belle sul "par ma foi" loro intercalare, dei meseri, delle loro cuffie, delle loro tante smancerie, dei loro scrupoli e straordinaria tirchieria. Gli facevano stizza la loro languidezza di stomaco, le vertigini il lor modo di parlare con pi rigiri che le loro cuffie e infine la loro vanit e il sussiego(174).
Uno gli disse: Com', signor dottore, che mentre vi ho sentito parlare di molti mestieri, mai abbiate detto nulla dei cancellieri, pur essendoci tanto da dire? A cui egli rispose: "Sebbene di vetro, non son poi cos fragile da lasciarmi trasportare dalla corrente del volgo che il pi delle volte sbaglia. Mi pare che l'abbicc dei maldicenti, quasi il la, la, la dei musici, siano per appunto i cancellieri. Perch, al modo stesso che non si pu passare ad altro grado di dottrina se non attraverso l'abbicc, e il musico prima di cantare solfeggia, cos di dove i maldicenti cominciano a manifestare la malignit della loro lingua  dal dir male dei cancellieri, dei birri e degli altri ministri della giustizia; poich  un ufficio quello del cancelliere senza del quale la verit andrebbe incognita per il mondo, dileggiata e vilipesa. Perci dice l'Ecclesiaste: In manum Dei potestas hominis est et super faciem scribae imponet honorem. Il cancelliere  persona pubblica, e l'ufficio del giudice non pu essere esercitato come si deve senza il suo. I cancellieri hanno da essere uomini liberi, non schiavi n figli di schiavi, figli legittimi non bastardi, n nati di triste razza. Essi giurano segretezza, fedelt di non fare alcuna scrittura usuraria, che n l'amicizia, n l'inimicizia, n il vantaggio, n il danno impedir loro di compiere il dovere con coscienza di buoni cristiani. Ora se quest'ufficio esige tanti buoni requisiti, perch si deve pensare che il diavolo fa la sua raccolta fra i pi che ventimila cancellieri che c' in Ispagna, come se fossero vitigni del suo vigneto? Non voglio crederlo, n sta bene che alcuno lo creda, perch sostengo ch' la gente in fin dei conti pi necessaria che ci sia nelle repubbliche bene ordinate". E diceva che se godevano troppi diritti e facevano anche troppi torti, per questi due estremi poteva ben trovarsi un giusto mezzo da cui potrebbero essere considerati. Dei birri diceva che non era da maravigliarsi se avevano dei nemici, essendo loro ufficio o arrestarti o metterti la roba fuori di casa, o tenerti custodito presso di loro e mangiare a spese tue. Rimproverava la trascuratezza e l'ignoranza dei procuratori e dei sollecitatori, paragonandoli ai medici, i quali, guarisca o no il malato, hanno il compenso ugualmente; cos i procuratori e i sollecitatori, vincano o no la causa che sostengono.
Uno gli domand quale fosse la terra migliore. - "Quella primiticcia e feconda" rispose. - Non domando questo, disse l'altro, ma qual' miglior paese, Valladolid o Madrid? Rispose: - "Di Madrid gli estremi, di Valladolid il mezzo. - Non capisco, soggiunse quello che l'interrogava. Disse il dottore: - Di Madrid il cielo e il suolo; di Valladolid il di mezzo". Da un tale sent dire ad un altro che appena messo piede in Valladolid sua moglie era caduta malata; perci Valladolid glie l'aveva provata. Gli disse il Vetriera: - "Meglio se l'avesse mangiata, caso mai sia gelosa".
Dei musici e dei postini soleva dire che hanno limitate le speranze e la sorte, perch per gli uni finiva con arrivare a postiglioni, per gli altri a musici del Re.
Delle cortigiane, o, cortesane(175) era solito dire che tutte, o quasi tutte, avevano pi di cortesi che di sane.
Essendo un giorno in una chiesa, vide che portavano a sotterrare un vecchio, a battezzare un bambino, una donna a sposare, tutto nello stesso tempo; s che egli disse che le chiese erano campi di battaglia, dove i vecchi finiscono, i bambini vincono e le donne trionfano.
Lo pungeva una volta una vespa sul collo, ma egli, per non rompersi, non s'arrischiava a scacciarla; se ne lamentava, per. Uno gli domand, come faceva, essendo di vetro, a sentir quella vespa. Rispose che quella vespa doveva essere una maldicente, e che le lingue puntute dei maledici bastavano a bucare corpi di bronzo, nonch di vetro.
Passando un giorno, a caso, di l dov'egli si trovava un frate bello grasso, uno dei suoi ascoltatori disse: - "Da com' tisico, non si pu muovere quel frate". - Si adir il Vetriera e disse: - "Nessuno si dimentichi di quel che dice lo Spirito Santo: Nolite tangere christos meos". - E stizzito ancora pi disse che riflettessero e vedrebbero che di tanti santi che la chiesa da qualche anno a questa parte aveva canonizzato e annoverato fra i beati, nessuno si chiamava gi il capitano Tale n il segretario Don Tale dei Tali, n conte, n marchese, o duca di questo o quel luogo, ma solo fra Diego, fra Giacinto, fra Raimondo, tutti frati e religiosi, giacch gli ordini religiosi sono gli Aranjuez(176) del cielo, i frutti dei quali luoghi s'imbandiscono d'ordinariamente alla mensa divina.
Soleva dire che le lingue dei maledici erano come le penne dell'aquila che rodono e consumano tutte quelle degli altri uccelli che si mettono accanto all'aquila.
Bisognava sentire cosa diceva dei biscazzieri e dei giocatori; che i biscazzieri erano pubblici prevaricatori, perch nel detrarre la quota del guadagno loro su colui che faceva le carte desideravano che perdesse e il mazzo passasse all'avversario per poter fare un'altra detrazione. Esaltava la pazienza di un giocatore, il quale stava tutte le notti a giuocare e a perdere, e che, pur essendo di carattere collerico ed indiavolato, purch il suo avversario non se ne andasse, non apriva bocca e soffriva le torture di Barabba(177). Lodava tuttavia la coscienza di certi biscazzieri onorati che neppure per idea permettevano che in casa loro si giocasse ad altro gioco che alla gallina e a picchetto, ma cos a fuoco lento, senza timore della critica delle male lingue, ricavavano in capo al mese pi quote di quelli che permettevano i giuochi della primiera, del flusso(178) del sette a levare, e del punto nel dado.
In conclusione egli diceva tali cose che se non fossero stati gli urli che dava quando lo toccavano o gli si avvicinavano, l'abito che vestiva, il nutrirsi tanto poco, il modo che aveva di bere, il non voler dormire che a cielo aperto d'estate e nei pagliai d'inverno, come s' detto - stranezze che erano prove manifeste della sua pazzia - nessuno avrebbe creduto che non fosse uno dei pi assennati del mondo. Due anni o poco pi gli dur cotesta malattia, poich un frate dell'ordine di san Girolamo che aveva lo speciale potere e sapere di fare che capissero e in qualche maniera parlassero i sordomuti e di guarire i pazzi, mosso da carit prese su di s la cura del Vetriera. Lo cur e lo guar, s che torn al senno, all'intelligenza e alla ragione di prima. Quando poi lo vide risanato, lo vest da avvocato e lo fece tornare alla Corte, dove con dare tanti saggi del suo giudizio, come tanti n'aveva dati di pazzo, avrebbe potuto attendere alla sua professione e segnalarvisi. Cos fece infatti, e chiamandosi il dottor Rueda non Rodaja, torn alla residenza della Corte, dove era appena giunto che subito fu riconosciuto dai monelli. Quando per lo videro cos diversamente vestito non osarono fargli l'urlate n muovergli domande; ma gli tenevan dietro e si dicevano fra loro: - "Ma questi non  Vetriera matto? S che  lui; ora  ritornato savio. Per pu esser matto, tanto vestito bene, come mal vestito. Domandiamogli qualche cosa e leviamoci il dubbio". Tutto questo sentiva dire il dottore e taceva, camminando pi confuso e vergognoso di quando era fuor di senno. Fu riconosciuto, dopo i monelli, dagli uomini, e prima che il dottore giungesse alla piazzetta dei Consigli aveva un codazzo di pi che dugento persone d'ogni sorta. Con un tal seguito superiore a quello di un pubblico Lettore giunse alla piazzetta, dove finirono di attorniarlo quanti erano l. Vedendosi tanta folla d'intorno, lev la voce e disse: - "Signori, io sono il dottor Vetriera, ma non quello di prima; ora sono il dottor Rueda. Casi e disgrazie che accadono nel mondo per volere del cielo mi tolsero il senno, ma la misericordia di Dio me lo ha restituito. Da quello che dicono che io dicessi quand'ero pazzo, potete arguire quello che dir ora che sono savio. Io sono laureato in leggi dall'Universit di Salamanca, dove ho fatto gli stud in mezzo alla povert e dove meritai il secondo posto nel dottorato; dal che potete argomentare che pi alla virt che al favore debbo il grado che ho. Son venuto qui, in questo mare magnum della capitale a far l'avvocato e guadagnarmi la vita; ma se non mi lasciate sar venuto a far l'affogato, a guadagnarmi la morte. Per l'amore di Dio, non fate che il seguitarmi sia un perseguitarmi e che quel che ottenni da pazzo, cio il sostentamento, non l'abbia a perdere da savio. Quello che eravate soliti di domandarmi in pubblico, ora venite a domandarmelo a casa, e vedrete che chi vi rispondeva bene all'improvviso, vi risponder meglio dopo averci pensato. Tutti stettero ad ascoltarlo e lo lasciarono alcuni, s che se ne torn a casa con un seguito un po' minore, di quello che prima s'era attirato. Usc il giorno dopo e fu lo stesso; fece un altro discorso, ma non serv a nulla. Spendeva molto e non guadagnava nulla; cos vedendo che moriva di fame, determin di lasciare la residenza della Corte, e tornare in Fiandra, dove faceva conto valersi della forza delle braccia dal momento che non poteva valersi di quella dell'ingegno. E ponendo ad effetto il proposito disse all'uscire dalla Corte: - "Oh, Corte! tu allarghi le speranze dei presuntuosi audaci e raccorci quelle dei virtuosi timidi, tu nutrisci generosamente i buffoni spudorati e fai morir di fame i prudenti vergognosi". Cos disse e and nelle Fiandre, dove quella vita che aveva ricominciato ad immortalare con le lettere, fin d'immortalare con le armi, in compagnia del suo buon amico il capitano Valdivia, lasciando, dopo la sua morte, fama di accorto e valorosissimo soldato.
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4. IL GELOSO DELL'ESTREMADURA.
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Filippo de Carrizales, che ha sciupato in una vita da gaudente tutto il suo vistoso patrimonio, era andato alle Indie in cerca di nuova fortuna; e ne ritorna infatti ricco un'altra volta dopo lunghi anni di lavoro. Ricco ma vecchio; eccellente condizione quella, ma desolante questa e pericolosa per chi, come lui, si prefigge di prender moglie e giovane. E commette infatti il pi grave errore della sua vita Carrizales sposando, indotto da considerazioni illusorie, a settant'anni, una giovinetta nobile e povera di appena quattordici anni, ingenua, inesperta. Consapevole della sua inferiorit maritale e geloso del vivo tesoro conquistato, crede agire saggiamente custodendo Eleonora -  il nome della sposa - con infinite precauzioni; ch tali sono l'averla segregata dal mondo in una pur suntuosa abitazione, di cui son sempre serrate porte e finestre, e da cui  escluso ogni vivente maschio nonch ogni uomo. E Leonora che non sa e non s'avvede di avere, come per contratto, rinunziato per sempre all'amore, ci vive tranquilla in mezzo a numerose fantesche, a schiave, in compagnia d'una governante, Marialonso, solo intesa in occupazioni innocenti, a distrazioni puerili. Ma non servono a nulla le ridicole precauzioni del vecchio. Appunto delle "dueas" ci sono in Ispagna, proprio come Marialonso, e dei "virotes" scapestrati e audaci in Siviglia, temuta "gente de barrio" che esce da ogni classe, da ogni ordine della societ spagnola. E tale  Loaysa che, piccatosi di espugnare quella fortezza tanto gelosamente guardata, riesce, fingendosi storpio e mendicante suonatore di chitarra, a cattivarsi prima la fiducia del moro portinaio e poi, a mano a mano, con arti sottili e ingegnose, della dama di compagnia, delle fantesche e delle schiave che lo introducono in casa dove con Leonora viene sorpreso dal vecchio il quale ne muore di dolore, non senza aver prima, in una lunga scena patetica - difetto di verosimiglianza in mezzo a tante bellezze artistiche - conosciuto il suo torto e perdonato ad Eleonora che, agitata dal rimorso, come altre eroine di romanzi secenteschi, come l'eroina di "La Princesse de Clves" della marchesa De la Fayette, si ritira in un convento.
L'una delle due novelle inserite nel "Don Quijote" El curioso Impertinente, in cui Anselmo, non contento di sapere e credere onesta sua moglie Cammilla, costringe, con rovina dell'onor suo, Lotario a cimentarne la virt; gli Intermezzi "La Cueva de Salamanca, El Juez de los divorcios e El Viejo celoso(179) si riferiscono, insieme con questa novella, allo stato maritale, di cui parrebbe il C. voler sorridere scetticamente. Sancio Panza sente da Don Chisciotte pronunziare amari e scettici princip a questo proposito: "Le ragazze, a lasciarle libere nella scelta, sposerebbero il cameriere del padre loro o il primo spadaccino che passasse per la strada, fiero e sgargiante". E ancora: "Un sapiente antico diceva che non c' nell'universo se non una sola donna buona, e che ogni marito deve credere sia la sua". Eppure no: il Cervantes ritiene forse un mistero la donna, ma crede con fede religiosa alla santit del legame matrimoniale e non soffre che l'uomo se ne addossi alla leggera la grave responsabilit morale, n si astiene quindi dal riprendere severamente chi vien meno e si sottrae a tale responsabilit, e dal condannare, come negli Intermezzi ricordati, alla derisione caratteri d'uomini deboli e sciocchi, matrimoni male assortiti.
In questa novella del "Celoso" non ci sono, di gaio e di lepido, che le meticolose inutili precauzioni del vecchio marito, il carattere del vecchio negro portinaio con la sua passione per la musica, sfruttata dallo scaltro Loaysa(180), la macchietta di Ghiomar schiava mora, la fregola amorosa di cui si  subito accesa l'attempata governante o dama di compagnia al vedere il bel giovane da cui spera un po' di bene anche per s, il festino improvvisato nella sala e ben poco altro qua e l. Il racconto ha invece un contenuto e un procedimento serio, grave, triste. La sventura di Carrizales giunge come il meritato castigo dell'errore voluto, della colpa, senza quelle salacit a cui l'argomento avrebbe dato facile occasione e che invece sono in tanti altri novellatori, dal nostro Boccaccio in poi. Giacch il tema delle nozze male assortite tra un vecchio cadente e una giovine fresca  comunissimo alla novella in generale, come in un suo bello studio su questa novella gi dimostr Eugenio Mele(181).  il tema della novella di Fiordalisa del Boiardo (I, XXII), fra gli altri, occasione al Proemio del Berni:
Quell'altro vecchio pazzo rimbambito,
per stimar troppo la bellezza volse
d'una giovine donna esser marito
e del suo seme degno frutto colse;
ch fu beffato, uccellato e schernito,
e tardi il pover uom si accorse e dolse
ch'un par suo, vecchio imprudente insensato
che pigli moglie giovane  spacciato.
Tema e motivo, del resto, che potr valere a stabilire suggerimenti di particolari, raffronti diligenti con la novella cervantina, ma esteriori soltanto e quindi di scarsa importanza, poich la realt della vita  la prima fonte d'ispirazione all'arte del Cervantes. Anche che non si rimanga convinti dal Rodrguez-Marn che il Loaysa della novella fosse Alonso Alvrez de Soria, e Filippo Carrizales fosse Filippo de Caizares di Bartolommeo e di Cristina Palacios, e che il caso narrato accadesse davvero a Siviglia tra il 1595 e il 1598, a pi segni tuttavia siamo indotti a credere modellati dal vero i personaggi della splendida novella, e conveniamo col Mele che "il Cervantes certo colse a volo e raccolse nella memoria, sorprese e rese con l'immaginazione figure, fisionomie, atteggiamenti reali".
Quel capriccio o bisogno artistico che abbiamo gi osservato nel Cervantes di rifoggiare in modo nuovo e ripresentare personaggi e motivi gi trattati in altri componimenti,  da notare anche nei riguardi di questa novella, rifusa nelle sue linee generali nell'Intermezzo "El viejo celoso" (Il vecchio geloso). Pur trattando lo stesso motivo delle troppo differenti nozze e quindi infelici, hanno la novella e la breve farsa tratti e impronte originali proprie. Superiore di certo la novella. Lo svolgimento ampio ha permesso una preparazione dei fatti, uno studio compiuto di caratteri molteplici, una ricchezza e variet di scene o di situazioni che nell'intermezzo non potevano aver luogo. E profondamente diverso n' anche il disegno, l'intendimento, il colorito. Nell'Intermezzo spicca il carattere burlesco, satirico, come quello che doveva divertire e rallegrare gli spettatori, non indurli a serie e penose considerazioni. Di qui un'onda di comicit si riversa sul vecchio marito, ritratto lepidamente e modellato sul tipo del vecchio geloso tradizionale, beffato e uccellato, della novella, della commedia, della poesia narrativa. Il Carrizales del "Celoso" non  burlato e neanche tradito veramente, perch Leonora, pur compromessa per sempre, non  posseduta da Loaysa; il Caizares dell'intermezzo invece  gustosamente infinocchiato e tradito... fino in fondo.
"Il Caizares dell'intermezzo - osserva lo Chasles (op. cit., p. 251)  una maschera della commedia italiana, l'et, le abitudini, la infermit del quale richiamano tutti i Cremili dell'antichit e tutti i nostri Crisali. Vi si ravvisa un simbolo popolare che  l'incarnazione d'una beffa tradizionale. Non vi  nulla di originale;  Don Bartolo che il Beaumarchais e il Rossini hanno rivestito di doppia immortalit". Si direbbe che il Cervantes ha nella novella, elaborando artisticamente e improntando dell'arte sua propria un vecchio tema, voluto additare le misere conseguenze di certe debolezze senili, eccitando la compassione su chi, pur colpevole, n' rimasto vittima, cos come un lato e un aspetto compassionevole che stringe il cuore ha ogni errore umano.
Non sar infine inutile avvertire, anche a conferma del movimento drammatico che anima il "Celoso" che, di esso si valsero per due loro commedie dello stesso titolo cervantino Lope de Vega e il Montalbn.
IL GELOSO DELL'ESTREMADURA
Non sono molti anni che da un paese dell'Estremadura se ne part un gentiluomo, nobile di nascita, che, come nuovo figliuol prodigo, per diverse parti di Spagna, d'Italia e delle Fiandre and consumando e anni ed averi; finch, dopo tante peregrinazioni, morti ormai i genitori e scialacquato il patrimonio, venne a stabilirsi nella grande citt di Siviglia dov'ebbe occasione davvero bastevole per dar fondo a quel poco che egli era rimasto. Vedendosi pertanto in cos gran bisogno com'anche senza molti amici, ricorse a quel ripiego a cui tanti altri rovinati ricorrono in quella citt, cio recarsi alle Indie(182), rifugio e ricovero dei disperati di Spagna, asilo dei truffatori, sicurt degli omicidi, manto e copertoio dei giocatori (cui alcuni chiamano maestri dell'arte), richiamo generale di donne di vita libera, inganno comune di molti e rimedio particolare di pochi. Finalmente, giunto il tempo che una flotta partiva per il continente americano, aggiustatosi con l'ammiraglio di essa, prepar le sue carabattole, l'amaca di giunco marino, e s'imbarc a Cdiz. Salutando la Spagna, salp la flotta e tutti allegri spiegarono le vele al vento che, soffiando mite e favorevole, in poche ore nascose loro la terra, e discopr la larga e aperta stesa del gran padre delle acque, l'Oceano. Viaggiava il nostro passeggero tutto pensieroso, riandando i tanti e diversi pericoli passati negli anni del suo peregrinare e il mal governo che aveva fatto in tutto il corso della sua vita. Del quale rendiconto a cui aveva sottoposto se stesso fu conseguenza un fermo proposito di mutar tenore di vita e regolarsi altrimenti nel custodire gli averi che a Dio fosse piaciuto di dargli, come pure di comportarsi con le donne con accortezza maggiore di quella usata fino allora. Navigava la flotta in mezzo alla calma, mentre questa burrasca di pensieri sconvolgeva l'animo di Filippo de Carrizales, ch tale  il nome di colui il quale ha dato argomento a questa novella. Ma ecco che torn a soffiare il vento, spingendo con tanta violenza i vascelli da non lasciar nessuno seduto al suo posto; cos che Carrizales dovette abbandonare le sue fantasticherie e cedere solo alle molestie che gli dava il viaggio. Il quale fu cos prospero che senza intoppi e senza infortuni giunsero al porto cli Cartagena. E per dire subito quel che non importa al proposito nostro, dico che Filippo quando and alle Indie poteva avere un quarantott'anni e che dopo esserne stato l venti, aiutandosi con la sua attivit e sveltezza, arriv a possedere centocinquanta mila pezze di valsente. Come si vide quindi ricco e felice, preso dal naturale desiderio che tutti hanno di fare ritorno in patria, noncurante di grossi guadagni di cui gli si offriva l'occasione, lasci il Per, dove aveva guadagnato tanto danaro, che port avendolo investito in verghe d'oro e d'argento e registrato in banca a scanso d'inconvenienti, e si diresse alla volta della Spagna. Sbarcato a Sanlcar, giunse a Siviglia carico d'anni non men che di ricchezze, riscosse tranquillamente il suo avere, fece ricerca dei suoi amici, ma trov ch'eran morti tutti. Volle quindi partire per il suo paese, quantunque avesse gi saputo che la morte nessuno dei parenti gli aveva risparmiato. E se quando era in via per le Indie povero in canna tanti pensieri lo venivano assillando senza lasciargli un momento di pace in mezzo ai flutti del mare, non meno l'assalivano ora, sebbene per differente motivo, nella quiete della terra; perch, se allora non riposava, causa la miseria, ora non gli riusciva di stare tranquillo, causa la ricchezza; essendo ugualmente tanto grave peso la ricchezza per chi non  solito possederla n sa come usarla, quanto la miseria per chi l'ha sempre. Inquietudini arreca il denaro e inquietudini la mancanza di esso; ma a queste si rimedia con l'acquisto di una moderata ricchezza, mentre quelle crescono quanto pi si ammassa. Si compiaceva Carrizales delle sue verghe preziose, e non per avarizia, poich negli anni che era stato soldato aveva imparato ad essere spendereccio, ma perch perplesso per quel che dovesse farne. Lasciarle com'erano non fruttavano; tenersele in casa, era una tentazione per la gente cupida e uno svegliarino per i ladri. Era morto in lui il desiderio di tornare alla vita agitata del commercio e gli pareva che, data la sua et, denaro per vivere ne avesse d'avanzo. Avrebbe desiderato vivere nel proprio paese, mettere qui a frutto il suo denaro e passarvi gli anni della vecchiaia quieti e tranquilli, offrendo a Dio quel che avrebbe potuto, dopo di aver dato al mondo pi di quel che avrebbe dovuto. Rifletteva d'altra parte che il suo paese era tanto piccolo e gli abitanti tanto poveri, che andare a star l era un farsi bersaglio di tutti i fastidi che i poveri sogliano dare al ricco compaesano, e pi quando in paese non ce n' un altro a cui rivolgersi nei bisogni. Avrebbe desiderato avere a chi lasciare i suoi beni dopo morto. Perci, desideroso di questo, faceva le prove di come stesse a robustezza, e gli pareva che avrebbe potuto ancora sottoporsi a matrimonio. Ma quando gli veniva siffatto pensiero, lo assaliva tale paura che gli scompigliava e dissipava la voglia come il vento fa della nebbia, perch, senza essere ammogliato, era per indole l'uomo pi geloso del mondo. Soltanto a pensarci, cominciava a pungerlo la gelosia, ad affannarlo i sospetti, a pungerlo la fantasia; e ci cos fortemente e violentemente che fece proposito certo di non ammogliarsi.
Risoluto a questo, ma indeciso che vita fare, destino volle che, passando un giorno da una via, alzasse gli occhi e vedesse affacciata a una finestra una giovanetta, che mostrava un'et fra i tredici e i quattordici anni, di viso cos piacente e bella che, non potendo guardarsene il buon Carrizales, la debolezza degli anni senili cedette alla giovinezza di Leonora, ch tale era il nome della bella fanciulla. E subitamente, senza potersi contenere, cominci a far mille ragionamenti e a dire fra s: - Questa ragazza  bella, n dall'aspetto di questa casa pare che debba essere ricca;  poi una bambina, e la poca et sua mi pu garentire. M'ho a ammogliare con lei; la terr chiusa, me la educher a modo mio e quindi non avr altra volont che la mia. Eppoi non sono tanto vecchio da dovere smettere la speranza d'aver figli che siano i miei eredi. Abbia o non abbia dote non importa, dal momento che Iddio mi provvide di tutto. I ricchi del resto non debbono nei matrimoni cercar quattrini ma il proprio piacere, ch il piacere allunga la vita e i dispiaceri l'abbreviano. Ors! il dado  tratto: questo  il destino che il cielo mi riserba -. Fatto questo soliloquio non una ma cento volte, di l a qualche giorno parl con i genitori di Leonora e seppe che, quantunque poveri, erano nobili. Mettendoli a parte della sua intenzione, dell'esser suo e di quel che possedeva, li preg con tanta insistenza che gli dessero in moglie la loro figliola. Essi gli chiesero tempo da potersi informare su quanto affermava; nel quale frattempo anch'egli avrebbe potuto sincerarsi esser vero quel che gli asserivano circa la loro nobilt. Si congedarono scambievolmente, assunsero informazioni ciascuno, trovarono che le cose stavano proprio come si era detto dall'una e dall'altra parte, e cos Leonora fu sposa di Carrizales il quale le aveva prima costituita una dote di ventimila scudi, tanto il cuore del vecchio geloso n'era infiammato.
Aveva appena detto il "s" degli sponsali che di colpo lo assal un'onda di gelosia furiosa. Cominci senza motivo alcuno a tremare e ad avere le maggiori preoccupazioni che mai. Il primo segno ch'egli dette del suo stato di gelosia fu il non volere che nessun sarto prendesse a sua moglie la misura dei tanti vestiti che pensava di farle. Si mise perci a ricercare quale altra donna potesse avere, su per gi, la statura e il personale di Leonora, e trov una povera sulla misura della quale fece tagliare un vestito. Provatoselo la moglie e visto che le tornava bene, su quella misura le fece far gli altri, i quali furono tanti e cos ricchi che i genitori della sposa si ritennero pi che fortunati per essersi imbattuti, per bene loro e della figlia, in un genero cos buono. Al vedere tanto lusso rimaneva sbalordita la piccina, poich in vita sua i vestiti che aveva portato non erano stati pi che una zimarra di rascetta e un vestitino di taffett. Il secondo segno che Filippo dette fu il non volere congiungersi con sua moglie, finch non le avesse messo su casa da s; al che provvide cos. Ne compr una per dodici mila ducati in una strada principale della citt, con acqua sorgiva e un giardino con molti alberi d'arancio; stoppin tutte le finestre che guardavano sulla strada, aprendo un lucernario nell'alto, e lo stesso fece di tutte le altre della casa. Presso al portone di strada, che a Siviglia chiamano casapuerta fece una rimessa per una mula e di sopra una soffitta con una stanza dove alloggiasse colui che della mula doveva prendersi cura e che fu un moro vecchio ed eunuco; alz i muri delle altane, in modo che chi entrava in casa doveva guardare il cielo a perpendicolo senza poter vedere altro, e di fuori infisse una ruota che dal portone rispondeva nel cortile. Ricche masserizie compr da addobbare la casa, tanto che alle tappezzerie, ai divani(183), ai cortinaggi, ben mostrava di essere la casa di un gran signore. Compr pure quattro schiave bianche che boll in viso e altre due more appena principianti; convenne con un dispensiere che questi avrebbe comprato e portato da mangiare, a condizione di non dormire in casa n di sorpassare la ruota, traverso la quale doveva consegnare quel che avrebbe portato. Ci fatto, parte del patrimonio invest in censi con diverse e buone garanzie; parte deposit alla Banca e parte ritenne presso di s per ogni occorrenza. Si fece fare pure una chiave maestra, buona per tutte le porte, e in casa racchiuse le provviste di tutto quello che, nella stagione adatta, si suol acquistare all'ingrosso per tutto l'anno. Preparata cos e regolata ogni cosa, Filippo si rec a casa dei suoceri a prendere la moglie; ed essi gliela consegnarono piangendo a calde lagrime perch sembrava loro che la mandassero a seppellire. La tenerella Leonora senza ancora sapere quello che le accadeva, piangendo insieme con i suoi genitori, chiese loro la benedizione congedandosi, se ne and alla casa sua, circondata dalle sue schiave e fantesche, per la mano al marito. All'entrarvi, Carrizales tenne a tutte queste un discorso, raccomandando loro di vigilare Leonora; che non lasciassero per nessuna ragione in nessun modo sorpassare la seconda porta a nessuno, foss'anche il moro eunuco. Quella poi che incaric particolarmente della custodia e di tener compagnia ad Eleonora fu una signora molto savia e molto grave che assunse come governante di Eleonora perch dirigesse tutto l'andamento della casa, e sorvegliasse cos le schiave come le altre due fanciulle, che pure aveva preso al servizio, della stessa et di Leonora, appunto perch ella potesse distrarsi in compagnia di fanciulle coetanee. Promise loro che tutte le avrebbe trattate e regalate in modo che non sentissero quella clausura; che i giorni di festa tutti, senza eccezione, sarebbero andati ad ascoltare la messa; tanto di buon'ora per che avesse avuto appena tempo di vederle la luce del giorno. Le fantesche e le schiave gli promisero di far quanto comandava, senza rincrescimento, bens prontamente e volentieri; e la novella sposa, stringendosi nelle spalle, chin la testa e disse altra volont non avere se non quella del suo sposo e signore a cui sempre si rimetteva. Prese queste precauzioni, e stabilitosi in casa sua il buon estremaduriano, cominci a gustare, come poteva, i frutti del matrimonio che per Leonora, non avendone provati altri, non erano n saporosi n insipidi. Passava il tempo, pertanto, con la sua governante, con le sue fanciulle, con le sue schiave, e queste per passarlo anche meglio, si dettero a far le ghiottone; s che quasi ogni giorno erano a manipolare un'infinit di gustosi crespelli di zucchero e miele. Avevano ad esuberanza quello che loro occorreva per questo, n sovrabbondava meno nel padrone la volont di procurarglielo, sembrandogli con ci di tenerle divagate e occupate s che non avessero tempo da riflettere alla loro segregazione. Leonora si comportava con le sue fantesche da pari a pari e si divertiva agli stessi loro spassi; si mise anzi, nella sua semplicit, a far bambole di cencio e altre fanciullaggini che dimostravano l'ingenuit del suo carattere e l'et tenera. Or tutto questo faceva grandissimo piacere al geloso marito, al quale pareva d'essere riuscito a scegliere il migliore genere di vita che avesse saputo immaginare, e che in nessun modo le arti della malizia umana avrebbero potuto turbare la sua tranquillit. Cos si preoccupava soltanto di portare regali alla sua sposa e a ricordarle di chiedergli tutto quanto le venisse in mente di chiedere, ch sarebbe stata servita di tutto. I giorni che andava alla messa - il che, come s' detto, era ai primi albori - venivano alla chiesa i genitori di lei e parlavano alla figlia in presenza di suo marito, il quale faceva loro tanti regali che, sebbene compassionassero la loro figliuola per la vita ritirata che faceva, si consolavano con i molti doni che ricevevano dalla liberalit del loro genero Carrizales. Soleva questi levarsi di buon mattino e aspettare che venisse il fornitore, il quale dalla sera avanti, per mezzo di un foglietto messo nella ruota, era stato avvertito di quel che doveva portare il giorno dopo. Venuto poi il fornitore, Carrizales soleva uscire di casa, il pi delle volte a piedi, lasciando chiuse le due porte, quella della strada e quella di dentro, tra l'una e l'altra delle quali restava il moro. Se ne andava a disbrigare i pochi affari che aveva, presto era di ritorno e si chiudeva in casa, compiacendosi di presentare regali alla sua sposa, di scherzare con le donne di casa che tutte gli volevano bene per essere egli d'indole buona e piacevole, e specialmente per mostrarsi cos generoso con tutte. Trascorso cos un anno di prova, fecero professione di quel modo di vivere, proponendosi di osservarlo fino al termine dei loro giorni. E cos sarebbe stato se l'astuto disturbatore del genere umano non l'avesse impedito, come ora sentirete. Chi si ritenesse per l'uomo pi accorto e prudente mi dica ora: quali maggiori cautele avrebbe potuto prendere lo stagionato Filippo per la sua tranquillit, dal momento che non permetteva neanche che in casa sua vivesse un animale che fosse maschio? Non rincorse mai gatto topi di casa sua, n mai vi si ud latrato di cane: eran tutti gatte e cagne. Di giorno almanaccava, non dormiva di notte; egli era la ronda e la sentinella di casa sua, l'Argo di ci che gli stava a cuore. Non mai uomo dalla porta penetr nel cortile; trattava d'affari con gli amici per la strada; gli arazzi che adornavano le sale e gli appartamenti rappresentavano tutti femmine, fiori, boscaglie; tutta la casa spirava onest, raccoglimento, verecondia; perfino i racconti delle fantesche nelle lunghe notti invernali sotto la cappa del camino; nulla di lascivo, per essere egli presente, vi si notava mai. L'argento dei capelli canuti del vecchio erano agli occhi di Leonora oro puro, poich il primo amore che sentono le fanciulle s'imprime loro nell'anima come suggello nella cera. La guardia che le faceva, eccessiva, pareva a lei savia accortezza, pensando e credendo che il caso suo fosse quello di tutte le spose di fresco, e i suoi pensieri non vagavano fuori delle mura della sua casa, n la sua volont altro desiderava se non quello che suo marito voleva. Vedeva le strade soltanto i giorni che andava a messa; ed era cos per tempo che non ci si vedeva se non al tornare di chiesa. Mai ci fu monastero tanto serrato, n monache pi ritirate, n frutta d'oro tanto guardate. Con tutto ci Carrizales non pot punto impedire n far di meno di cadere in quello che temeva, o, almeno, di pensare di esserci caduto.
C' in Siviglia una genia di giovani perdigiorni e scioperati detti comunemente "gente di borgo". Son figli di cittadini e dei pi ricchi, dei singoli rioni; gente vagabonda, pana e complimentosa, della quale, come del modo di vestire, del tenore di vita, dell'indole, delle leggi che osservano fra loro ci sarebbe molto da dire, ma se ne tace per degni rispetti. Uno di questi damerini adunque - una freccia(184) come si chiama fra loro - giovanotto scapato (poich quelli ammogliati di recente son detti matones o bravacci) accadde che not la casa del circospetto Carrizales, e vedendola sempre chiusa, gli venne voglia di sapere chi ci abitava. E con tanto impegno e curiosit si mise alla ricerca che, a poco a poco, venne a sapere quel che voleva: seppe, cio, del carattere del vecchio, della bellezza della moglie, del modo di tenerla guardata; cose tutte che gli accesero il desiderio di vedere se si poteva espugnare con la forza o con l'inganno rocca cos ben vigilata. Del che essendosi confidato con due frecce e un bravaccio, suoi amici, concertarono di mettersi all'opera, ch in simili faccende non manca mai chi consigli e aiuti. La questione era del mezzo che si sarebbe adoperato per cimentarsi a tanta difficile impresa; e, perci, radunatisi pi volte in gran consiglio, rimasero d'accordo che Loaysa - cos si chiamava la "freccia" - fingendo di andare fuori di Siviglia per qualche giorno sparisse dai suoi amici, come infatti fece. E ci fatto, si mise dei calzoni di lino e una camicia puliti, ma di sopra certe vesti talmente stracciate e rappezzate che non le portava altrettanto misere mendicante alcuno in tutta la citt. Si tolse quel po' di barba che aveva, si bend un occhio con un impiastro, si fasci stretta stretta una gamba e, appoggiandosi a due stampelle, si trasform in un pezzente rattrappito, tale da non poterlo uguagliare lo storpio pi autentico. Cos travestito veniva ogni sera sull'Avemmaria a mettersi sull'uscio della casa di gi serrata di Carrizales, mentre il moro, di nome Luigi, rimaneva rinchiuso fra l'una e l'altra porta. Messosi l Loaysa tirava fuori una chitarretta tinta e bisunta piuttosto, senza neanche tutte le corde; e poich s'intendeva un pochino di musica, cominciava a strimpellare sonate gaie e piacevoli, falsando la voce per non essere riconosciuto. Si studiava pertanto di cantare "romances"(185) moreschi alla burchia, con tanta grazia che quanti passavano di l si fermavano ad ascoltarlo e l'attorniavano, finch durava a cantare, dei ragazzi; mentre Luigi, il moro, origliando fra le due porte stava sospeso al canto della freccia e avrebbe dato un braccio per potere aprire la porta e ascoltarlo pi a suo agio, tanto i mori hanno inclinazione alla musica. Quando poi Loaysa voleva che gli ascoltatori lo lasciassero in pace, smetteva di cantare, riponeva la sua chitarra e, appoggiandosi alle sue stampelle, se n'andava. Per quattro o cinque volte ebbe fatto della musica per il moro - poich appunto per lui la faceva - parendogli che il punto di dove si doveva cominciare a smantellare quella fortezza fosse e dovesse essere il moro.
Non s'ingann a pensare cos. Una sera infatti, giunto, secondo il solito, alla porta, cominci ad accordare la chitarra e s'accorse che il moro gi stava in ascolto. Avvicinandosi allora alla fessura fra gli arpioni della porta, a bassa voce disse: - Potreste, Luigi, darmi un po' d'acqua, che muoio di sete e non posso cantare? - No, disse il moro, perch non ho la chiave di questa porta, n c' un buco per dove passarvela. - E chi ha la chiave? domand Loaysa. - Il mio padrone, rispose il moro, che  l'uomo pi geloso del mondo e che se sapesse che io ora son qui a parlare con qualcuno sarebbe finita per me. Ma chi siete voi che mi chiedete dell'acqua?
- Io, rispose Loaysa, sono un povero storpio da una gamba che mi guadagno da vivere chiedendo la carit per amor di Dio alla buona gente, e al tempo stesso vo insegnando a suonare di chitarra a qualche moro e ad altri poveretti. Anzi ci ho ora tre mori, schiavi di tre pezzi grossi, ai quali ho insegnato in maniera che possono cantare e suonare per qualunque ballo e in qualunque osteria. E m'hanno pagato veramente bene.
- Assai di pi ve ne pagherei io, disse Luigi, se avessi la comodit di prendere lezione. Invece, non  possibile, perch il mio padrone nell'uscire la mattina serra la porta di strada e lo stesso fa al ritorno, lasciandomi murato fra l'una e l'altra porta.
- Vivaddio, Luigi! soggiunse Loaysa (che sapeva ormai il nome del moro), che se voi trovaste il mezzo ch'io potessi entrare qualche sera a darvi lezione, in meno di quindici giorni vi farei riuscire cos bravo sonatore di chitarra che spigliatamente potreste suonare su tutte le cantonate. Perch dovete sapere che io ho una specialissima capacit nell'insegnare; tanto pi che ho sentito dire che voi avete buona disposizione. Eppoi da quel che sento e possa giudicare dal timbro della voce, che  sonora, voi dovete cantar molto bene.
- Non canto male, rispose il moro; ma che giova, se non so nessun'aria? meno quella della "stella di Venere" e quella "Per un verde prato" e l'altra ora in voga:
Per le sbarre di una grata
la tremante mano stretta.
- Tutte coteste son nulla, disse Loaysa, a confronto di quelle che potrei insegnarvi io; io che so tutte quelle del moro Abindarrez con quelle della sua dama Jarifa e quante se ne canta della storia del gran Sof Tomunibeyo(186) come anche quelle divinamente belle della zarabanda(187) che sono tali da rimanerne rapito perfino un portoghese; ed ho tale metodo e cos facile nell'insegnar questo che, quand'anche non vi deste fretta ad apprendere, non avreste mangiato due o tre moggia di sale che vi trovereste disposto e a posto con ogni sorta di chitarra.
A queste parole sospir il moro e disse: - A che serve tutto ci, se non so come farvi entrare in casa?
- Il mezzo c', e buono; rispose Loaysa: cercate di prendere le chiavi al vostro padrone; io vi dar un pezzo di cera sul quale voi le calcherete in maniera che vi lascino ben distinte le impronte; e poi io, che ho preso a volervi bene, penser a far fare le chiavi da un magnano amico mio. Cos potr entrare a notte e insegnarvi meglio del prete Gianni delle Indie(188). Perch vedo che  un gran peccato che una voce bella come la vostra vada perduta mancandole di potersi accompagnare sulla chitarra. Perch, fratello mio Luigi, voglio che sappiate che la miglior voce di questo mondo perde del suo pregio se non si accompagna con lo strumento, sia chitarra, o clavincembalo, o organo, o arpa. E quello che pi conviene alla vostra voce  la chitarra, che  il pi maneggevole e il meno costoso di tutti.
- Tutto questo sta bene, replic il moro, ma non pu essere, perch le chiavi non capitano mai in mano a me, n il mio padrone se le slega mai da dosso: giorno e notte riposano sotto il suo guanciale.
- Allora fate un'altra cosa, Luigi, disse Loaysa, se avete desiderio di diventare musico fino; che se non l'avete, non importa che mi affatichi a darvi dei consigli.
- Se n'ho desiderio! replic Luigi; ne ho tanto che non tralascer alcuna cosa che possa riuscire, pur di diventar musico.
- Se  cos, disse il volpone, io vi porger a traverso questa porta, facendo voi un po' di posto con lo scalcinare un po' d'intorno ai gangheri, vi porger, dico, un paio di tanaglie e un martello da potere sconficcare di notte i chiodi della seratura della chiave maschia molto facilmente, come molto facilmente rimetteremo a posto la piastra della toppa in modo che non si conosca che era stata sconficcata. Cos, stando io chiuso dentro con voi nel vostro solaio o dove dormite, mi dar tanta premura a fare quel che ho da fare che voi ne ricaverete anche pi di quello che ho detto, con vantaggio mio e con accrescimento della capacit vostra. Riguardo a quel che potremo avere per mangiare non ve ne date pensiero, perch porter io provviste per tutti e due e per pi di otto giorni, avendo scolari e amici i quali non mi lasceranno patire.
- Quanto al mangiare, replic il moro, non c' da aver paura; perch, con la parte che mi fa il padrone e con gli avanzi che mi danno le schiave, ce ne sar per altri due. Portatemi questo martello che dite e le tanaglie, che io far subito qui a questo ganghero un buco per dove possano passare, e poi lo rimurer e lo tapper con della creta. Anche che io dia qualche colpo nel levar via la piastra, il mio padrone dorme tanto lontano da questa porta, che gran miracolo sar, o gran disgrazia nostra, se sente.
- Speriamo in Dio, disse Loaysa, che fra due giorni avrete, Luigi, quanto occorre per condurre a fine il vostro saggio disegno. Badate intanto di non mangiare cose che incaloriscano, perch non giovano punto, ma sono piuttosto di danno alla voce.
- Nulla mi fa essere tanto rauco, rispose il moro, quanto il vino; per non me ne priverei per tutte le voci del mondo.
- Non dico questo, disse Loaysa, che Dio ce ne scampi. Bevete, figliuol mio Luigi, bevete e buon pro vi faccia, perch il bere vino moderatamente non ha mai fatto male a nessuno.
- E io moderatamente ne bevo, replic il moro; ci ho qui un boccale che contiene giusto due litri rasi. Me lo riempiono le schiave all'insaputa del mio padrone, e il fornitore poi mi porta di soppiatto un fiaschetto di due altri litri col quale vengo a rimediare alla insufficienza del boccale.
- Va benone, davvero; perch la gola secca non ruglia n canta, soggiunse Loaysa.
- Andate, addio; disse il moro, ma guardate di non mancar di venire la sera qui a cantare nel tempo che starete a portare quel che dovete portare per potere entrare qua dentro, perch mi rodo dalla voglia di pizzicar la chitarra.
- Se verr! replic Loaysa; e con ariette nuove!
-  quel che vi chiedo - disse Luigi. - E ora non mi lasciate senza cantarmi qualcosa per andarmene a letto pi contento. In quanto al compenso senta, signor mendicante, io la pagher meglio di un ricco.
- Non ci penso a questo, disse Loaysa: secondo che v'insegner, cos mi pagherete. Per ora ascoltate quest'arietta qui, ch poi quando sar dentro vedrete cose meravigliose.
- E sia in buonora, rispose il moro. - E terminata questa lunga conversazione, Loaysa cant un'aria commovente, con la quale lasci il moro cos contento e soddisfatto che ormai non vedeva l'ora di aprir la porta.
Come Loaysa si fu tolto di sulla porta pi lesto che non facesse supporre il trascinarsi sulle grucce, and a riferire ai suoi consiglieri circa quel buon principio dell'impresa, presagio della riuscita che si riprometteva: e trovatili, disse quali accordi aveva preso col moro. Il giorno dopo furono pronti gli arnesi, e tali che avrebbero spezzato qualunque chiodo come se fosse stato di legno. Non tralasci pertanto il bravaccio di tornare a far musica per il moro, e neanche il moro tard a fare il buco per cui potesse passare ci che il maestro gli avesse porto; e lo aveva poi parato in modo che se non ci si guardava a bella posta e per qualche sospetto era impossibile che l'occhio andasse a quel vuoto. La seconda notte Loaysa gli port gli ordigni. Luigi ci si mise di forza, ma quasi senza sforzo si trov in mano staccati i chiodi e la piastra della toppa. Apr allora la porta e accolse dentro il suo Orfeo e maestro, restando maravigliato a vederlo con le grucce cos sbrindellato e con la gamba fasciata in quel modo. Loaysa non portava l'impiastro sull'occhio come non pi necessario, abbracci appena entrato il suo buon discepolo, lo baci in viso, gli mise subito in mano una grossa fiasca di vino, una scatola di conserva e altri dolciumi di cui portava ben fornita una bisaccia, e, lasciando le grucce come se non avesse malanno alcuno, cominci a spiccar salti con sempre crescente stupore del moro. Al quale Loaysa disse: - Sappiate, caro Luigi, che il mio azzoppimento e la mia stroppiatura non dipende da infermit ma da furberia con cui mi guadagno da mangiare, domandando per amor di Dio, s che con l'aiuto di questa e della mia musica passo la pi bella vita del mondo, dove tutti quelli che non siano imbroglioni e volponi moriranno di fame. E lo vedrete nel tempo della nostra amicizia.
- E il tempo lo dir, rispose il moro: per ora badiamo a rimettere a posto questa piastra in modo che non si conosca che era stata rimossa.
- Su via! disse Loaysa, E cavando fuori dei chiodi dalla bisaccia fu fissata la serratura precisamente com'era prima; del che il moro rimase contentissimo, e Loaysa salendo alla stanza, che il moro aveva nel solaio, vi si accomod il meglio che pot. Luigi accese subito un torcetto e senz'altro Loaysa, tirata fuori la sua chitarra, toccandola pian piano e dolcemente, teneva sospeso il povero moro per modo che questi era fuori di s ascoltandolo. Dopo suonato un po', cav fuori ancora una refezione e l'offr al suo discepolo che, per quanto fossero dolci, bevve di tanto buona voglia alla fiasca che lo lev di sentimento pi che la musica.
Com'ebbe finito, volle che subito Luigi prendesse lezione, e poich il povero moro aveva nella zucca quattro dita di vino in pi, non imbroccava un tasto; pure Loaysa gli fece credere che gi sapeva per lo meno due arie. E il bello era che il moro ci credeva, s che tutta la notte non fece che suonare con la chitarra scordata e neanche con tutte le corde. Dormirono quel poco che loro avanzava della notte; e verso le sei della mattina Carrizales, disceso, apr la porta di dentro come pure quella della strada e stette ad aspettare il fornitore che venne di l a poco e che, passati per la ruota i viveri, torn via. Carrizales chiam il moro perch scendesse a prendere con la biada per la mula la sua razione, prese i viveri e se ne and dopo chiuse tutte e due le porte, senz'avvedersi di ci che era stato fatto a quella di strada; del che furono lieti, e non poco, maestro e discepolo. Appena uscito di casa il padrone, il moro afferr la chitarra e cominci a suonare per modo che lo sentirono le serve tutte, le quali attraverso la ruota gli domandarono: - "Cos', Luigi? da quando in qua tu hai la chitarra, o chi te l'ha data?
- Chi me l'ha data? rispose Luigi, il maestro di musica pi bravo che ci sia al mondo, quello che in meno di sei giorni mi insegner pi di sei mila suonate.
- E dov' questo maestro di musica? domand la governante.
- Non  molto lontano di qui, soggiunse il moro, che se non fosse sconveniente e non avessi paura del mio signore, forse ve lo mostrerei subito; e, parola mia, avreste a caro di vederlo.
- E dove sar egli mai se non ci  possibile vederlo? replic la governante; e se qui non  mai entrato altro uomo che il nostro padrone?
- Per ora, disse il moro, non voglio dirvi nulla fino a che non vediate quel ch'io so e quel che egli mi ha insegnato nel breve tempo che ho detto.
- Per certo, disse la governante, se chi t'ha a insegnare non  qualche diavolo, non so chi possa farti riuscire suonatore in cos poco tempo.
- Via, via, disse il moro; che lo sentirete e lo vedrete un giorno o l'altro.
- Impossibile, disse un'altra ragazza, perch non abbiamo finestre sulla strada per poter vedere o ascoltare alcuno.
- Va bene, disse il moro; ma a tutto c' rimedio, meno che alla morte; specie se sapeste e voleste stare zitte.
- Stare zitte? fratello Luigi, disse una delle schiave; noi staremo pi zitte che se fossimo mute; perch vi assicuro, amico, che muoio dalla voglia di sentire una bella voce. Da che siamo state murate qui dentro neppure il canto degli uccelli s' pi sentito". Stava attento Loaysa, a tutto quel confabulare, con la pi viva soddisfazione, parendogli che menasse pienamente a fargli conseguire quel che desiderava e che la sua buona fortuna guidasse passo passo la cosa, proprio com'egli voleva. Presero le donne licenza dal moro il quale promise loro che, quando meno se l'aspettavano, le avrebbe chiamate a sentire una gran bella voce. Ma temendo che tornasse il padrone e lo trovasse a chiacchiera con loro, le lasci e si ritir nella sua stanza di segregazione. Avrebbe voluto prender lezione, per non si arrischi a suonare di giorno per timore che il padrone sentisse. Il quale di l a poco venne e, serrata, secondo il solito la porta, si chiuse in casa. Quel giorno stesso pertanto quando, per mezzo della ruota, portarono da mangiare al moro, alla mora che glielo portava Luigi disse che quella notte, dopo che il padrone si fosse addormentato, non mancassero di scendere gi tutte alla ruota per sentire la voce che aveva detto. E veramente prima di avvisare di questo, aveva pregato e ripregato il suo maestro che volesse quella notte cantare e suonare alla ruota s che egli potesse mantenere la parola data alle fantesche di far sentir loro una voce maravigliosa, assicurandolo che da tutte sarebbe stato grandemente festeggiato. Il maestro si fece pregare a fare quello che invece tanto desiderava di fare; ma alla fine disse che avrebbe fatto quello che il suo buon discepolo chiedeva, unicamente per compiacerlo, non gi che gliene importasse punto. Gli dette il moro un abbraccio e un bacio sulla guancia dalla contentezza che gli aveva prodotto la promessa grazia; e quel giorno fece pranzare Loaysa come a casa sua e fors'anche meglio, perch avrebbe potuto anche darsi che a casa sua gliene mancasse. Venne la notte e alla mezza, o poco meno, cominci un pissi pissi alla ruota. Luigi cap subito che la carovana era arrivata e, chiamando il maestro, scesero tutti e due dal solaio con la chitarra bene incordata, e meglio accordata. Domand chi e quante fossero ad ascoltare; risposero che tutte, meno la padrona che era a letto col marito; cosa che non and a garbo a Loaysa. Tuttavia volle dar principio al suo disegno e far contento il suo discepolo. Ai tocchi leggieri sulla chitarra seguirono cos dolci suoni che ne fu incantato il moro e stava rapito a sentire quel branco di donne. Che dire poi di quello che esse provarono quando gli sentirono suonare l'aria "Di lui m'attristo"; e quando attacc infine le note diaboliche della "zarabanda" nuova allora in Ispagna? Non una vecchia che non ballasse n una ragazza che non si straccasse a ballare, in un silenzio maraviglioso, con sentinelle e spie che avvisassero se il vecchio si svegliava. Loaysa cant pure alcune strofette della "Seguida" con le quali fin di mandare in visibilio chi ascoltava, che insistettero perch il moro dicesse chi era quel gran portento di sonatore. Il moro disse che era un povero accattone, il pi garbato e perbene fra tutta la poveraglia di Siviglia. Lo pregarono di far s che esse potessero vederlo e che per quindici giorni non lo lasciasse andar via di casa, perch lo avrebbero regalato molto bene e gli avrebbero dato quanto gli fosse abbisognato. Gli domandarono come aveva fatto a metterlo in casa: alla quale domanda egli non rispose verbo; del resto disse che per poterlo vedere facessero un forellino nella ruota che poi avrebbero turato con della cera; quanto al tenerlo in casa disse che sarebbe stato pensier suo. Parl con loro anche Loaysa il quale con tante gentili espressioni si esib di servirle che capirono bene che non potevano provenire dalla levatura di un povero mendicante. Lo pregarono di tornare la notte seguente a quel medesimo posto, poich esse avrebbero indotto la loro signora a scendere per ascoltarlo, malgrado il sonno leggero del loro signore; leggerezza che non dipendeva dalla vecchiaia ma dalla gran gelosia. A questo rispose Loaysa che se avevano piacere di ascoltare senza il batticuore del vecchio, egli darebbe loro certa polvere da mettere nel vino che l'avrebbe fatto dormire d'un sonno pesante pi a lungo del solito.
- Ges aiutaci! disse una delle fanciulle. Se fosse vero, che fortuna ci sarebbe entrata in casa senz'avvedercene e senza merito nostro! Non sarebbe gi polvere da far dormire lui ma da resuscitare noi altre tutte e la povera mia signora Leonora, sua moglie, ch'egli non lascia n al sole n all'ombra e che sorveglia sempre. Ah, signore mio caro, porti questa polvere che Dio le conceda tutto il bene che desidera! Vada, si spicci, la porti, che io mi offro di mescolarla nel vino e di far da coppiera. E Dio volesse che il vecchio dormisse tre giorni e tre notti, ch altrettanti ne avremmo noialtre di beatitudine.
- Allora la porter, disse Loaysa; ed  tale che non fa altro male o danno a chi la piglia se non conciliargli un sonno profondo. - Raccomandandosi tutte quante che la portasse presto, e lasciando per la notte di poi il fare con un trivello il buco nella ruota, e il condurre la signora loro a vederlo e a udirlo, si accomiatarono. Il moro, sebbene fosse quasi l'alba, volle prendere lezione; e gliela fece Loaysa dandogli ad intendere che di quanti scolari aveva nessuno aveva pi orecchio di lui, mentre non sapeva n seppe mai il povero moro fare un accordo. Gli amici di Loaysa puntualmente venivano nella notte per ascoltare alla porta di strada e vedere se l'amico avesse da dire loro nulla o avesse bisogno di qualcosa. A un segnale convenuto Loaysa cap che erano alla porta, e dalla fessura vicino ai cardini rifer brevemente circa la buona piega che l'affare prendeva e chiese loro premurosamente di trovare un sonnifero da dare a Carrizales, avendo sentito dire che c'era una certa polvere a questo proposito. Essi gli dissero che ci avevano un amico medico il quale avrebbe dato loro il pi efficace specifico che avesse conosciuto, se mai l'aveva; e, incoraggiandolo a continuare l'impresa e promettendogli di tornare la notte dopo con tutta precauzione, lesti lesti si tolsero di l. Venne la notte, e lo stormo delle colombe accorse al richiamo della chitarra. Con loro era l'ingenua Leonora tutta tremante dalla paura che si svegliasse il marito; alla quale (per quanto, presa da questa paura, non avrebbe voluto venire) tanto seppero dire le sue donne della dolcezza della musica, del garbato comportamento del musico accattone (specialmente la governante la quale, senza averlo visto, lo lodava e lo esaltava al di sopra di Assalonne, al di sopra di Orfeo) che la poveretta, convinta e indotta da loro, ebbe a fare quello che non aveva n mai avrebbe avuto intenzione di fare. La prima cosa che fecero fu di trapanare la ruota per vedere il sonatore. Il quale non era gi vestito da povero, ma aveva invece certi calzoni signorili di seta scura, larghi alla marinara, una giacca pure di seta con trine d'oro e un berretto di raso dello stesso colore, un collare inamidato con ampie punte e merletto, ch di tutto era venuto provvisto nella bisaccia, pensando che doveva venire il momento in cui conveniva mutare di veste. Era giovane, di modi gentili e di bella presenza: perci, essendo da tanto tempo avvezze tutte a non vedere che il vecchio padrone, parve loro di vedere un angelo. Si mettevano l'una subito dopo l'altra al buco per vederlo; e perch potessero vederlo meglio il moro andava ripassandogli la persona col torcetto acceso, s e gi. Quando tutte l'ebbero visto, anche le more novizie, tolse Loaysa la chitarra e cant quella notte cos divinamente che fin che le lasci tutte incantate e rapite, sia la vecchia come le giovani, le quali tutte pregarono Luigi di trovare il modo e il verso che il suo signor maestro potesse entrare da loro, per vederlo e udirlo pi da vicino e non cos di straforo per il buco, e senza l'angustia di essere tanto lontane dal padrone che avrebbe potuto sorprenderle in flagrante: il che non seguirebbe se lo tenessero nascosto in casa. A questo si oppose recisamente la loro padrona dicendo che, n tale incarico a Luigi, n tale ingresso al maestro era da permettere, perch ne avrebbe avuto rimorso; che di l lo potevano vedere e udire comodamente, senza rischio del loro onore.
- Che onore? disse la governante; il re ne ha per tutti! Se ne stia vossignoria chiusa col suo Matusalem e ci lasci divertire noialtre come si potr: tanto pi che questo signore  cos distinto che non vorr da noialtre pi di quello che noialtre vorremmo.
- Io, signore mie, disse a questo punto Loaysa, non son venuto qui se non con l'intenzione di tutte servire le signorie vostre col cuore e con me stesso, compiangendo la inaudita vostra segregazione e il bel tempo che in questa vita ritirata si spreca. Io sono, lo giuro su mio padre, un uomo cos pacifico, di cos buona indole e cos obbediente che mai far pi di quello che mi verr ordinato. Che se qualcuna delle signorie vostre mi dicesse. - "Maestro, qui a sedere; maestro mettetevi l, accucciatevi qua, passate cost, cos farei come il pi addomesticato e ammaestrato cane che salti per il re di Francia"(189).
- Poich cos dev'essere, disse inconsciamente Leonora, che mezzo potrebbe esserci perch entri qua dentro il maestro?
- Un buon mezzo, disse Loaysa: le vostre signorie facciano di tutto per ricavare l'impronta della chiave di questa porta interna, e io far s che per domani notte ne sia fatta un'altra di cui possiamo servirci.
- E ricavando l'impronta di questa chiave, osserv una delle fanciulle, avremo ricavato quella di tutte le altre della casa, perch  chiave maestra.
- E questo non sar gi un male, replic Loaysa.
-  vero, disse Leonora; ma prima questo signore deve giurare che quando sia qua dentro non far altro se non cantare e suonare quando gli sar comandato e che star chiuso e buonino dove lo metteremo.
- Giuro, s - disse Loaysa.
- Non conta nulla questo giuramento, rispose Leonora. Deve giurare sulla vita di suo padre, deve giurare sulla croce, baciarla alla presenza di tutte noi.
- Sulla vita di mio padre e per questo segno di croce che bacio con le mie labbra impure. - E facendo la croce con due dita la baci tre volte. Ci fatto, disse un'altra delle fanciulle: - Guardi, signore, di non dimenticarsi la faccenda della polvere che  fra tutte la cosa pi importante.
Cos ebbe termine la conversazione di quella notte, rimanendo contenti dell'impresa tutti. Il caso poi, che di bene in meglio faceva procedere l'affare di Loaysa, port a quell'ora - le due dopo mezza notte - per quella strada i suoi amici, ai quali, facendo il solito segnale, che era pizzicare uno scacciapensieri, Loaysa si avvicin e li inform a che punto stava la sua aspirazione e domand loro se avevano la polvere o altro, come gli aveva richiesti, per far dormire Carrizales; come anche disse loro la cosa della chiave maestra. - La polvere o unguento gli risposero che ci sarebbe per la notte seguente, di tale efficacia che, spalmatine i polsi e le tempie, produceva un sonno profondo da non potersene risvegliare per due giorni, se non bagnando con aceto le parti tutte ch'erano state untate; che desse loro l'impronta della chiave, ed essi avrebbero fatto fare facilmente anche questa. Dopo ci si separarono, e Loaysa e il suo scolaro dormirono quel poco che avanzava di quella notte, aspettando Loaysa la veniente con gran desiderio, per vedere se gli mantenevano le donne la parola data riguardo alla chiave. E per quanto il tempo sembri lento e pigro a chi attende, tuttavia corre con la velocit del pensiero stesso e giunge al termine che si vuole, perch non sosta e non si ferma mai.
Or venne la notte e l'ora abituale di recarsi alla ruota; e le donne tutte della casa, grandi e piccole, nere e bianche vi convennero, ch tutte desideravano di vedere, dentro nel loro serraglio, il signor musico. Ma non venne Leonora: domand di lei Loaysa e gli risposero che era a letto con lo sposo, il quale teneva chiusa a chiave la porta della camera dove dormiva e che, dopo chiuso, si metteva la chiave sotto il capezzale; che la signora aveva detto loro che, mentre il vecchio dormiva, avrebbe cercato di togliergli la chiave maestra e riprodurla nella cera che aveva pronta e morbida, e che fra poco dovevano andare a farsela dare a traverso la gattaiola. Fu maravigliato Loaysa dell'accortezza del vecchio; ma ci non ostante non si sgoment. In questo frattempo ud lo scacciapensieri, corse sul posto, trov gli amici i quali gli passarono un vasetto d'unguento, della virt che gli avevano detto. Lo prese Loaysa, disse loro di aspettare un po', ch avrebbe dato loro l'impronta della chiave e torn alla ruota per dire alla governante, la quale era quella che pi vivamente desiderava che egli entrasse, di portarlo alla signora Leonora, informandola della sua virt e come dovesse vedere di ungere il marito; ma delicatamente, perch non sentisse, e vedrebbe mirabilia. Cos fece la governante che, appressandosi alla gattaiola, trov Leonora in attesa, distesa lunga per terra col viso alla gattaiola. Si accost la governante e, stendendosi bocconi anche lei, mise la bocca all'orecchio della sua padrona e a bassa voce le disse che aveva l'unguento e il modo come doveva esperimentarne la propriet. Leonora prese l'unguento e le rispose che era impossibile prendere la chiave a suo marito, poich non l'aveva, secondo il solito, sotto il guanciale, ma fra i due materassi, gi gi quasi a met della vita. Perci, che dicesse al maestro, che se l'unguento operava com'egli diceva, sarebbe stato facile prendere la chiave quando si volesse senza necessit di riprodurla nella cera; che andasse subito a dirglielo, tornasse poi a vedere che effetto faceva l'unguento, giacch allora allora pensava di ungere il vecchio. La governante scese a riferire la cosa al maestro Loaysa, e questi conged i suoi amici che stavano ad aspettare la chiave. Tutta tremante, pian pianino e quasi rattenendo il respiro, Leonora si fece ad ungere i polsi del geloso marito, e anche le narici gli unse; ma quando arriv a queste le parve che egli si riscotesse e n'ebbe un tuffo, immaginando d'essere colta sul fatto. Come meglio pot, in conclusione, fin di ungere tutti i punti che le avevano detti necessari, e fu come averlo imbalsamato per la sepoltura. Non stette molto l'unguento con l'oppio a dare evidenti prove del suo potere, in quanto che il vecchio cominci subito a ronfare cos forte che l'avrebbero potuto sentire dalla strada; musica questa pi gradita agli orecchi della moglie che per il moro quella del maestro. N fidandosi ancora bene di quel che vedeva, gli si avvicin e lo scosse un poco, poi ancora e quindi un altro pochino per vedere se si svegliava; tanto fu ardita anzi che lo rigir dall'uno all'altro lato senza che egli si svegliasse. Quando vide questo, si fece alla gattaiola della porta e a bassa voce come prima chiam la governante che l era ad aspettare e le disse: - Buone nuove, sorella; Carrizales dorme meglio d'un morto -.
- E allora che aspetti a prender la chiave, signora? disse la governante: bada che il musico l'aspetta da pi d'un'ora.
- Attendi, sorella, che ora vado a pigliarla, rispose Leonora. - E tornando al letto, ficc la mano fra i materassi, ne tir fuori dal mezzo la chiave senza che il vecchio sentisse nulla, e, ghermendola, si dette a spiccar salti di gioia. Senz'altro indugiare apr la porta e la mostr alla governante che la prese con la pi viva allegrezza del mondo. Leonora le ordin di andare ad aprire al musico e di condurlo sotto i loggiati del cortile non arrischiandosi ella di togliersi di l per quel che poteva succedere; che prima di tutto per pensasse a fargli confermare di nuovo il giuramento dato, di non fare pi di quello che esse gli avessero comandato; che se egli non lo volesse confermare e rinnovare, non gli aprissero a nessun costo.
- Cos far, disse la governante; in parola mia non entrer se prima non avr giurato e rigiurato e non avr baciato la croce sei volte.
- Non gli imponete quante volte, disse Leonora; la baci lui le volte che vorr; per, che giuri sulla vita dei suoi genitori e per tutto quello che ha di pi caro, perch cos saremo sicure e ci leveremo la voglia di sentirlo cantare e suonare, il che, per verit, sa fare in modo squisito. Vai, non ti trattenere di pi, che non ci passi la notte in chiacchiere.
La buona governante, sollevandosi la gonnella e con una sveltezza mai vista, corse alla ruota dove erano ad aspettare tutta la gente di casa; e mostrata loro la chiave che aveva seco, fu tanta l'allegria di tutte che l'alzarono sulle braccia come gli scolari un loro maestro, gridando: "evviva, evviva!" specialmente quando disse che non c'era bisogno di contraffar la chiave, perch, al modo come il vecchio dopo l'unzione dormiva, potevano comodamente disporre di quella di casa ogni qual volta volessero.
- Animo, dunque, amica! disse una delle fanciulle; si apra questa porta ed entri questo signore che  tanto che aspetta; facciamoci una satolla di musica, e che la sia finita.
- No, non  finita, replic la governante, perch dobbiamo ricevere da lui giuramento come ier notte.
-  cos buono, disse una delle schiave, che non ci guarder ad uno di pi.
Frattanto la governante apr la porta e, tenendola socchiusa, chiam Loaysa che era stato in ascolto di tutto dal buco della ruota. Egli, avvicinandosi alla porta, fece per entrare d'un tratto, ma la governante mettendogli una mano contro il petto gli disse: - Sappia vossignoria, signor mio, che, giuro su Dio e sulla mia coscienza, quante ci troviamo qui dentro delle porte di questa casa siamo, meno la mia signora, tutte zitelle come ci fecero le nostre mamme. Anch'io pur troppo: sebbene io debba parere di quarant'anni, non ne ho compiti invece trenta, mancandoci due mesi e mezzo. Se per caso paio vecchia  che le arrabbiature, gli strapazzi, le disillusioni aggiungono agli anni uno zero e qualche volta due, a capriccio. Ora, stando cos le cose come stanno, non ci sarebbe ragione per due, tre, quattro canzoni metterci a rischio di perdere tanto fiore di verginit quanto ne  racchiuso qui; perch, finanche questa mora, di nome Guiomar,  zitella. Cosicch, signor mio caro, deve molto solennemente giurarci che non far se non quello che noialtre vorremo: che se le sembra molto quanto le si chiede, pensi che  molto di pi il nostro rischio; e se vossignoria viene con intenzioni rette, non deve rincrescerle di giurare, perch buon pagatore non rifiuta di dar buon pegno.
- Bene, benissimo ha parlato la signora Marialonso, disse una delle fanciulle: da persona saggia, in fine, e che fa le cose come si deve. Se poi il signore non vuol giurare non entri qua dentro. A questo punto Guiomar, la mora che non era molto pratica della lingua: - Per me disse, pure non pi mai giurare, entri con diavolo tutto, perch pure se ancora pi giurare, se qua state tutto scorda -.
Con grande attenzione stette Loaysa a sentire l'arringa della signora Marialonso e con dignitosa pacatezza e aria grave rispose: - Per certo, mie signore sorelle e compagne, non fu, non , non sar mai altro il pensier mio se non farvi piacere e soddisfarvi quanto lo permettano le mie forze; perci non mi sar gi penoso il giuramento che mi si chiede. Avrei nondimeno desiderato che si fosse avuto un po' di fiducia nella mia parola; perch, quando  data da una persona quale io mi sono, ha lo stesso valore di una obbligazione legalmente garentita. Voglio poi far sapere a vossignoria che l'apparenza inganna e che la virt sta di casa dove meno si crede. Ma perch tutte si rassicurino circa la rettitudine delle mie intenzioni, son deliberato di giurare come cattolico e uomo dabbene. Quindi, per l'immacolato potere dov'esso pi santamente e abbondantemente risiede; per le entrate e per le uscite del santo monte Libano, per tutto quello che nel suo proemio racchiude la vera storia di Carlomagno, inclusa la morte del gigante Fierabraccio, giuro di non discostarmi n di trasgredire il giuramento fatto n il comando della pi umile e meno pregiata di queste signore; sotto pena che se io facessi o volessi fare altra cosa, da ora in poi, e da in poi ad ora, la d per nulla, per non fatta e per non valida -. A questo punto del suo giuramento era arrivato il buon Loaysa, quando una delle fanciulle, che era stata attentamente ad ascoltarlo, lev la voce esclamando: - Ah, questo s che  un giuramento da intenerire i sassi! Dio mi liberi dal volere che tu seguiti ancora, giacch con solo quel che hai giurato tu potresti entrare nella spelonca stessa di Cabra(190). E prendendolo per le brache lo tir dentro, e subito tutte le altre gli si fecero d'intorno. Una corse lesta a recare la nuova alla padrona che faceva la guardia al sonno del marito e che quando la messaggera le disse che il musico gi veniva su, ne fu lieta e turbata al tempo stesso e domand se aveva giurato. Le rispose di s e anzi con la forma pi nuova di giuramento che avesse mai sentito in vita sua.
- E allora, se ha giurato, disse Leonora, lo abbiamo vincolato. Come fui accorta a pensare di farlo giurare! -. In questo mentre ecco venire insieme la brigata, col musico nel mezzo, ai quali facevano lume il moro e la mora Guiomar. Al vedere Leonora, Loaysa fece mostra di gettarsele ai piedi per baciarle le mani; ma ella, senza parlare, a segni, lo fece levar su; e tutte quante stavano come mute non osando parlare dalla paura che le sentisse il padrone. Il che veduto Loaysa disse loro che potevano sicuramente parlar forte, giacch l'unguento con cui il padrone era unto possedeva tale virt, che, tranne il togliere la vita, faceva restare un uomo come morto.
- Cos credo, disse Leonora. Se cos non fosse, gi si sarebbe svegliato venti volte, essendo che gli danno il sonno leggero i molti suoi incomodi; invece, da che l'ho unto, ronfa come un animale.
- Poich  cos, disse la governante, andiamocene in quella sala di fronte, dove potremo sentir cantare qui il signore e divertirci un poco.
- Andiamo, disse Leonora; ma rimanga qui Guiomar a guardia perch ci avvisi se Carrizales si sveglia.
Al che rispose Guiomar: - Io mora rimanere, bianche andare, Dio perdoni tutte -.
Rimase la mora, se ne andarono gli altri nella sala dov'era un ricco divano e, messo in mezzo il signor maestro, si sedettero tutte. La buona Marialonso, presa una candela, cominci a osservare da capo a piedi il bel sonatore. E una diceva: - "Oh, bel ciuffo che ha e come ricciuto!". - Un'altra: - "Che denti bianchi! Non son davvero pi bianchi e pi belli pinoli sbucciati, oib!". - E un'altra: - "Che, occhi grandi e aperti! Per la vita di mia madre come son verdi! Si direbbero smeraldi". Questa lodava la bocca, quella i piedi e tutte quante fecero di lui un'accurata ricerca anatomica, anzi uno sminuzzamento. Sola Leonora l'osservava in silenzio.
La governante pertanto prese la chitarra che aveva il moro e la mise in mano a Loaysa, pregandolo di suonarla e di cantare alcune strofette che allora erano in gran voga a Siviglia e che dicevano:
O mamma mia cara
Guardarmi credete.
Loaysa la content. Tutte si levarono in piedi e cominciarono a ballare a stracca. La governante sapeva le strofe e le cant con pi piacere che buona voce. Dicevano cos:
O mamma mia cara
Guardarmi credete,
Ma s'io non mi guardo
Voi nulla otterrete.
S' scritto e sentito,
E bene a ragione,
Che la privazione
Pi mette appetito:
Diventa infinito
Se chiuso l'amor;
 cosa miglior
Se non mi chiudete.
Ma s'io ecc.....
Se la volont
Non  di s guardia,
Non fanno la guardia
Timor, nobilt.
Ed in verit
Pur contro alla morte
Consegue sua sorte;
N voi l'intendete.
Ma s'io ecc.....
Chi ha l'anima piena
Del fuoco d'amore
Pur vola al bagliore
Qual lieve falena,
Per quanto una piena
Di guardie si ponga
E pur si proponga
Far quanto credete.
Ma s'io ecc.....
Di tale maniera
 forza rubella
Amor ch'ogni bella
Si muta in chimera:
Il cuor si fa cera,
La voglia s'infiamma,
La man stilla manna,
Son filtro i suoi pi.
Ma s'io ecc.....
Era alla fine del cantare e del ballare la radunata delle giovani, con a capo la buona governante, quando Guiomar, la sentinella, sopraggiunse tutta sconvolta, con le mani e i piedi in convulsione, come attarantolata, e a bassa voce e cavernosa disse: - Svegliato padrone, padrona! Padrona, svegliato padrone! Scappi e vieni! -.
Chi ha veduto uno stormo di colombe intente al beccare tranquille, all'aperto, quel che  stato loro gettato, e che allo scoppio violento di una fucilata si spaventa, scappa e, dimenticando la pastura, alla rinfusa, sbalordita si leva a volo per l'aria, pu immaginare che sbigottito e pavido cos rimase il gruppo e l'accolta delle danzatrici al sentire l'inaspettata notizia recata da Guiomar.
Cercando ciascuna una discolpa per s e tutte insieme un riparo, chi da una parte e chi dall'altra, andarono a nascondersi per le soffitte e per gli angoli della casa, lasciando solo il musico, che, smettendo di suonare, e di cantare, tutto turbato, non sapeva che partito prendere. Leonora si torceva le belle mani; si dava schiaffi sul viso, per quanto pianino, la signora Marialonso; insomma era una gran confusione, un gran trambusto, un gran batticuore. La governante per, come pi furba e padrona di s, ordin che Loaysa entrasse in una delle sue stanze; che lei e la padrona sarebbero rimaste nella sala, e una scusa da trovare per il padrone, se mai le avesse trovate l, non sarebbe mancata. Subito si acquatt Loaysa, e la governante si mise attentamente in ascolto se il padrone veniva; ma non sentendo nessun rumore, riprese animo e piano piano, un passo dopo l'altro, arriv alla camera dove il padrone riposava e lo sent russare come prima. Rassicuratasi allora che dormiva, rialzate le gonne, torn di corsa a richiedere d'una mancia la padrona, che la regal ben volentieri, per la notizia che il padrone dormiva. La buona governante non volle perdere l'occasione che la sorte le presentava, di goder lei, prima di tutte, della riconoscenza che credeva avrebbe avuto il musico. Perci, dicendo a Leonora che aspettasse in sala mentre andava a chiamarlo, la piant e s'introdusse nella stanza dov'egli, confuso e impensierito, se ne stava ad aspettare notizie di quello che il vecchio unto facesse, a maledire l'unguento che gli aveva mentito, a dolersi della credulit dei suoi amici e dell'essere egli stato poco accorto a non aver fatto la prova sopra un altro prima che sopra Carrizales. Entr in questo frattempo la governante e lo assicur che il vecchio dormiva pi che mai. Si sent riavere. Attento pertanto alle molte paroline galanti che Marialonso gli diceva, ben comprendendo da esse l'intenzione maliziosa di lei, si propose di servirsi di lei come amo con cui pescar la padrona. Or mentre i due se la discorrevano fra loro, le altre donne che stavano rimpiattate per i diversi luoghi della casa, l'una qui l'altra l, ritornarono per vedere se era vero che il padrone s'era svegliato, ma udendo che regnava un gran silenzio di tomba, vennero nella sala dove avevano lasciata la loro padrona. Seppero da lei che il padrone dormiva. Domandatole del musico e della governante, essa disse loro dov'erano, e tutte, zitte zitte com'eran venute, si fecero ad ascoltare dalle fessure della porta quello che i due si dicevano; n manc alla riunione Guiomar la mora. Il moro s, perch, come sent che il padrone s'era svegliato, si strinse nel petto la chitarra e scapp a rimpiattarsi nella sua soffitta. Ficcato sotto la coperta del suo letticciuolo sudava freddo dalla paura: ci non ostante non lasciava di tastare le corde della chitarra, tanto era (che il diavolo se lo porti!) la sua passione per la musica. Colsero le giovani le dichiarazioni amorose della vecchia e ognuno le dette i titoli pi fioriti; nessuna la chiam vecchia senza aggiungervi l'epiteto e l'aggettivo di strega, di barbuta, di fraschetta e altri che per buoni rispetti si tacciono. Ma quello per cui pi avrebbe riso chi fosso stato allora a sentirle, erano le espressioni di Guiomar la mora, che per essere portoghese e non molto pratica dello spagnolo, gli diceva degli scerpelloni con una grazia tutta speciale. Realmente, la conclusione dei discorsi fra i due fu che lui avrebbe condisceso alla voglia di lei, se lei avesse prima indotto la padrona ad arrenderglisi. Era per la governante impresa difficile dare quello che il musico chiedeva; per, pur di soddisfare la voglia che la signoreggiava nell'anima e fin nel midollo delle ossa, gli avrebbe promesso quel che si potrebbe immaginare di pi impossibile. Lasciatolo, usc fuori a parlare con la padrona. Come vide affollate attorno alla sua porta tutte le donne di servizio, disse loro che si ritirasse ciascuna nella sua stanza; che la notte seguente avrebbero avuto agio di godere del musico con meno timore, anzi addirittura senza; che per quella notte ormai lo scompiglio aveva amareggiato il piacere. Tutte facilmente capirono che la vecchia voleva rimaner sola; ma non fu possibile non obbedirla poich su tutte aveva autorit. Le donne se n'andarono ed essa pass nella sala a persuadere Leonora di piegarsi al volere di Loaysa; e ci con un lungo discorso, ben preparato, da sembrare che lo avesse studiato da pi giorni.
Le magnificava la gentilezza, la gagliardia, la leggiadria, i tanti pregi del musico; le fece presente quanto pi gustosi sarebbero stati per lei gli abbracciamenti dell'amante giovane che quelli del marito vecchio, rassicurandola della segretezza e che il piacere sarebbe durato, e altre somiglianti cose che il demonio le mise in bocca, piene di bei colori rettorici cos vistosi ed efficaci che avrebbero mosso non solo l'animo tenero e inesperto della ingenua e incauta Leonora, ma anche un cuore di duro marmo. Oh, governanti nate a servire nel mondo per la rovina di tanti buoni propositi! Oh, lunghe cuffie a piegoline, ricercate per pi onore delle sale e dei salotti delle dame pi ragguardevoli, come serve al contrario di quel che dovrebbe, e quasi da non poterne far senza, la gravit vostra! Infine, tanto seppe la governante dire, tanto seppe la governante fare che Leonora si arrese, Leonora sbagli, che Leonora si perdette, mandando a monte tutte le precauzioni dell'accorto Carrizales col quale l'onore dormiva l'ultimo sonno. Marialonso prese per mano la sua padrona e quasi la trascin piangente l dove era Loaysa. Con un maligno riso diabolico, trinciando su di loro un segno di croce, si serr alle spalle la porta e li lasci chiusi dentro, mentre lei si mise a riposare nel salotto, o per meglio dire, ad aspettare il piacere di potere riscuotere poi lei; ma vinta dalla veglia della notte si addorment sopra il divano.
A non saper che egli dormiva, ben sarebbe stato da domandare allora a Carrizales dov'erano andate le sue precedenti precauzioni, le sue gelosie, i suoi avvertimenti, le sue convinzioni, gli alti muri della sua casa, il non avervi lasciato entrare, neppure per ombra, cosa che avesse pur nome maschile, la stretta ruota, le spesse muraglie, le finestre stoppinate, la rigorosa clausura, la gran dote assegnata a Leonora, i regali che sempre le faceva, il trattar bene le fantesche e le schiave, la puntualit in tutto quello di che immaginava potessero avere bisogno e desiderio. Ma ho gi detto che non c'era da domandarglielo, perch dormiva pi di quanto sarebbe occorso. E se egli avesse sentito e avesse per avventura risposto, meglio non avrebbe potuto rispondere che stringersi nelle spalle, inarcare le ciglia e dire: tutto questo edificio lo ha rovesciato dalle fondamenta l'astuzia, com'io credo, di un giovane ozioso e vizioso, la malizia di una governante ipocrita aiutata dalla inesperienza di una ragazza pregata e messa su. Dio ci scampi tutti da tali nemici, contro i quali non c' scudo di prudenza che ce ne difenda, n spada previdente che li uccida. Ci nondimeno la virt di Leonora fu tale che nel momento che pi occorreva, ella la oppose contro la violenza villana dell'astuto ingannatore, la quale non fu bastevole a vincerla, s che egli si stanc invano, lei rest vittoriosa, e tutti e due si addormentarono. Frattanto volle il cielo che, malgrado la virt dell'unguento, Carrizales si svegliasse. Il quale, secondo era solito, tast per tutto il letto e non trovandovi la sposa sua cara, salt gi spaurito e intontito con pi leggerezza e sveltezza che i suoi molti anni potessero far credere. Quando poi non trov la sposa in camera, vide aperto l'uscio e che la chiave non c'era pi fra i materassi, credette d'impazzire. Tuttavia, dominandosi un po', usc nel corridorio, e di l, piede innanzi piede, per non fare rumore, giunse alla sala dove la governante dormiva. Vedendola sola senza Leonora, and alla camera della governante, dove, aperta pian pianino la porta, vide quello che mai avrebbe voluto vedere; quello che per non vederlo ben avrebbe ritenuto vantaggioso il non avere occhi: Leonora fra le braccia di Loaysa, e dormire tutti e due d'un sonno cos placido da sembrare che la virt dell'unguento agisse su loro e non sul vecchio geloso. Al penoso spettacolo di quel che aveva dinanzi agli occhi si sent Carrizales mancare, gli si arrest la voce nella strozza, le braccia gli caddero abbandonate e irrigid come una statua di freddo marmo. Per quanto poi la collera facesse l'ufficio suo naturale, ravvivandogli i quasi morti spiriti, tanto pot il dolore che non gli lasci riprendere fiato. Nondimeno avrebbe preso la vendetta che quella grande iniquit avrebbe richiesto se si fosse trovato addosso un'arma con cui poterla prendere. Risolse perci di andare di nuovo in camera sua a prendere un pugnale e ritornare per lavare le macchie del suo onore col sangue dei suoi due avversari, e magari con quello di tutte le persone di casa sua. Con questo proponimento voluto dal suo onore e dalla necessit, torn, zitto e guardingo come era venuto, nella sua stanza dove il dolore, l'affanno gli dette tale stretta al cuore che senza pi potere far altro, si lasci cadere svenuto sul letto.
Frattanto apparve il giorno e sorprese i nuovi adulteri stretti nelle braccia l'un dell'altro. Si svegli Marialonso e voleva recarsi a riscuotere quanto a suo credere le spettava; ma, vedendo ch'era tardi, prefer rimandar la faccenda alla notte seguente. Leonora al vedere cos alto il giorno ne fu tutta sconvolta e imprec alla sua trascuratezza e a quella della governante maledetta. A passi concitati tutte e due si recarono dove era il marito, supplicando dentro di s il cielo di poterlo trovare ancora a russare. Quando lo videro steso sul letto, cheto, credettero che, poich dormiva, ancora durasse l'opera dell'unzione; e con grande allegrezza si abbracciarono insieme. Leonora si avvicin al suo marito e, prendendolo per un braccio, lo rigir sull'altro fianco per vedere se si svegliava senza che avessero bisogno di lavarlo con aceto, come si diceva che occorresse, perch potesse ritornare in s. Ma si riebbe Carrizales dal deliquio e, tratto un profondo sospiro, con voce flebile e stanca disse: - Me sventurato, a che punto d'infelicit mi ha trascinato la sorte mia! -. Non intese bene Leonora quel che il marito aveva detto; ma vedendolo desto e parlare, maravigliata di vedere che la virt dell'unguento non durava tanto quanto avevano detto, gli si avvicin e, accostando la sua faccia a quella di lui, tenendolo strettamente abbracciato, gli disse: - Che avete, signor mio, che mi pare che vi lamentiate? -. Ud la voce della dolce sua nemica l'infelice vecchio che, sbarrando gli occhi, come attonito e imbambolato, li fiss su Leonora, e con grande insistenza, senza batter ciglio la stette a guardare a lungo finch le disse: - Fatemi il piacere, o signora, di mandare subito subito a chiamare da parte mia i vostri genitori, perch sento un non so che al cuore che mi d grandissimo affanno e temo che fra poco mi abbia a mancare la vita: vorrei perci vederli prima di morire -.
Leonora non dubit punto che fosse vero quello che il marito le diceva, e pensava che l'efficacia dell'unguento, non gi quanto egli aveva veduto, lo avesse ridotto in quel pericolo. Cos rispondendogli che avrebbe fatto quel che le ordinava, comand al moro che subito, sul momento, andasse a chiamare i suoi genitori. E abbracciata al marito, gli faceva le maggiori carezze che mai gli avesse fatto, domandandogli cosa si sentiva, con parole tanto tenere e amorevoli come s'egli fosse la cosa ch'ella pi amava al mondo. Il vecchio guardava imbambolato, come si  detto, mentre ogni parola o carezza di lei era per lui un colpo di lancia che gli trafiggeva l'anima.
La governante gi aveva fatto sapere alle donne di casa e a Loaysa della malattia del padrone, esagerando con tutte, e che doveva trattarsi di cosa grave dal momento che si era dimenticato di far serrare la porta di strada quando il moro era uscito per andare a chiamare i genitori del suo padrone: commissione che pure maravigliava, in quanto che di costoro nessuno era entrato in quella casa da poi che avevano maritata la figlia. Insomma tutti stavano silenziosi e sospesi senza indovinare la vera causa della indisposizione del padrone, il quale, di tratto in tratto, traeva cos profondi e dolorosi sospiri che pareva ogni volta gli si schiantasse il cuore. Leonora piangeva a vederlo in quello stato, mentre egli, ripensando a quel pianto bugiardo, rideva d'un riso da mentecatto. Giunsero frattanto i genitori di Leonora i quali, trovando la porta di strada e quella del cortile aperte, la casa in un silenzio di tomba e solitaria, rimasero maravigliati e non poco turbati. Recatisi nella camera del genero, lo trovarono, come s' detto, con gli occhi piantati addosso a Leonora che teneva afferrata per le mani, e piangere dirottamente tutti e due: Leonora solo perch vedeva piangere il marito; questi perch vedeva quanto bugiardamente ella piangeva. Appena i genitori di lei furono entrati, cos parl e disse Carrizales: - Sedetevi qui: tutti gli altri ci lascino liberi e rimanga soltanto la signora Marialonso -.
Cos fu fatto. Rimasti loro cinque soli, senza attendere che altri parlasse, con voce calma, asciugandosi gli occhi, cos disse Carrizales: - Son sicuro, suocero e signori miei, che non occorrer portarvi testimoni perch crediate una verit che voglio dirvi. Ben vi devo ricordare (non essendo possibile che vi sia passato di mente) con quanto amore sviscerato, oggi  un anno, un mese, cinque giorni e nove ore voi mi consegnaste la vostra cara figlia per mia legittima moglie: sapete pure con quanta generosit la dotai, poich la dote fu tale da potercisi maritare pi di tre della sua condizione stessa ed essere ritenute per ricche. Vi devo ricordare ancora l'impegno ch'io misi in rivestirla e adornarla di quanto ella ebbe a desiderare e io a riconoscere convenienti per lei. E avete pur veduto, signori, com'io, guidato dal mio temperamento, timoroso del male di cui certo morir, fatto esperto dai molti anni, degli strani e vari casi della vita, volli custodire questo gioiello che io scelsi, e voialtri mi deste, con la maggiore cura che potei: cos elevai le mura di questa casa, tolsi la veduta alle finestre che dnno sulla via, assicurai di doppia serratura le porte, vi disposi una ruota come in un convento di monache, ne bandii per sempre quanto avesse aspetto o nome di maschio, detti a Leonora fantesche e schiave che la servissero, n a queste n a lei rifiutai quanto piacque loro di domandarmi. Io feci Leonora mia eguale, la misi a parte dei miei pi riposti pensieri e la feci padrona di ogni mio avere. Tutti atti e fatti questi che, se ben ponderati, miravano a che io vivessi nella sicurezza di goder senza paura di sorprese quello che mi era costato tanto, e a che ella cercasse di non darmi occasione che mi avesse a preoccupare alcuna sorte di timore geloso. Ma poich umano ingegno non pu prevenire il castigo che alla volont divina piace infliggere a coloro i quali non ripongono in lei in tutto e per tutto i desideri e le speranze loro, non fa meraviglia che io sia rimasto ingannato nelle mie, e che io stesso sia stato il manipolatore del veleno che mi va spegnendo la vita. E perch vedo l'ansiet in cui siete tutti, sospesi alle parole ch'io dico, voglio concludere i lunghi preamboli di questo discorso dicendovi in una parola quello che  impossibile dire in mille. "Dico dunque, signori, che quanto ho detto e fatto  riuscito a questo, che stamane per tempo ho trovato costei, venuta al mondo per distruzione della mia pace e fine della mia vita (e additava, cos dicendo, la moglie) fra le braccia di un giovane vigoroso, il quale ora  rinchiuso nella stanza di questa peste di governante".
Ebbe appena finito Carrizales di dire quest'ultime parole che Leonora sent gelarsi il cuore e cadde tramortita sulle ginocchia del marito e giusto sulle ginocchia cadde tramortita. Impallid Marialonso, e i genitori di Leonora furono stretti da un groppo alla gola che imped loro di proferire una parola. Ma Carrizales seguit a dire: - La vendetta che penso di prendere di questo oltraggio non  n dev'essere di quelle che si prendano solitamente. Voglio quindi che come io trascorsi a fare, cos debba trascorrere a vendicarmi, facendo ricadere su me la vendetta, come sul pi colpevole in questo maleficio, perch avrei dovuto riflettere che mal potevano accompagnarsi e combinarsi i quindici anni di questa ragazza e i quasi ottanta miei; s che io sono stato come il filugello: mi sono fabbricato la casa dove dovevo morire. Te non incolpo, o fanciulla sconsigliata! (e in cos dire si chin e baci in viso Leonora svenuta) non ti incolpo, dico, perch e arti persuasive di megere scaltre e proteste amorose di giovanotti innamorati, facilmente vincono e trionfano del poco giudizio che ha in s la giovinezza. Ma perch tutti conoscano il pregio e la schiettezza della fede e del bene che t'ho voluto, in quest'ultimo trapasso della mia vita io voglio mostrarlo per modo che rimanga nel mondo ad esempio, se non di bont, di lealt almeno non mai vista n udita. Voglio pertanto che sia qui condotto subito un notaro per far di nuovo il mio testamento, nel quale disporr che si raddoppi la dote a Leonora, e la pregher che alla fine dei miei giorni, i quali saran pur pochi, accondiscenda, poich potr farlo liberamente, a maritarsi con quel giovanotto, a cui i bianchi capelli di questo miserando vecchio mai fecero offesa. Cos vedr Leonora che, se durante la mia vita non mi discostai mai d'un punto da quello che potei pensare fosse di suo gradimento, lo stesso faccio alla mia morte desiderando ch'ella si goda colui ch'ella deve amar tanto. Il rimanente della mia sostanza disporr per opere pie, lasciando a voi altri, signori miei, da poter vivere decorosamente il tempo che vi rimane di vita. Che venga subito il notaro perch l'ambascia che soffro mi opprime talmente che, ancora un po', e il filo della mia vita sar spezzato -.
Com'ebbe ci detto, gli sopraggiunse uno spaventoso svenimento e si lasci cadere cos accosto a Leonora che le loro facce si unirono l'una all'altra: singolare e pietoso spettacolo per i genitori intenti a guardare la figlia cara e il genero amato! La malvagia governante non volle aspettare i rimproveri che pensava le avrebbero fatto i genitori della sua padrona: perci usc dalla camera e and a riportare a Loaysa quanto succedeva, consigliandogli che subito all'istante se ne andasse da quella casa e che sarebbe stata cura sua farlo avvisato per mezzo del moro di quello che avverrebbe, poich ormai non c'erano n porte n chiavi a impedirlo. Stup Loaysa a tali nuove e, accogliendo il consiglio, torn a vestirsi da pezzente e and a raccontare ai suoi amici il singolare caso non mai visto dei suoi amori. Or mentre i due stavano cos tramortiti, il padre di Leonora mand per un notaro suo amico il quale venne che quelli erano gi ritornati in s. Carrizales fece il suo testamento come aveva detto senza far sapere lo sbaglio di Leonora: solo, per buone considerazioni, le chiedeva e la pregava di maritarsi, se mai egli morisse, col giovane che egli le aveva segretamente nominato. Al sentir ci Leonora si gett ai piedi di suo marito e col cuore in sussulto gli disse: - Vivete anni molti, signore mio, mio unico bene: perch, sebbene non siate tenuto a credermi nulla di quanto io vi posso dire, sappiate che non vi ho offeso che col pensiero soltanto -. E mentre cominciava a discolparsi e a raccontare da cima a fondo la verit del fatto, le si intorped la lingua e di nuovo svenne. L'abbracci cos svenuta il miserando vecchio e l'abbracciarono i suoi genitori: tutti cos amaramente piansero che fu obbligato e costretto perfino ad unire al loro il suo pianto il notaro che scriveva il testamento. Nel quale Carrizales lasci di che vivere a tutte le serve di casa, lasci emancipati le schiave e il moro, ma per l'ipocrita Marialonso altro non dispose che il pagamento del suo salario. Or comunque si fosse, il dolore lo oppresse siffattamente che nel settimo giorno fu portato alla tomba. Rimase Leonora vedova, in pianto e ricca. Mentre Loaysa sperava che ella adempisse la disposizione che egli gi sapeva essere stata data dal marito nel testamento, dovette vedere che nello spazio di una settimana ella entr monaca in uno dei pi rigorosi monasteri della citt. Indispettito quindi e quasi vergognoso pass alle Indie. I genitori di Leonora rimasero dolentissimi, ma si consolarono con quello che il genero aveva loro lasciato e ordinato nel testamento; come si consolarono del pari le fantesche, e con la libert le schiave e lo schiavo. La scellerata governante invece rest povera e disingannata di tutti i suoi perversi disegni. A me poi  rimasto il desiderio di arrivare alla fine di questo fatto, specchio ed ammaestramento di come poco ci sia da fidarsi e di schiavi e di ruote e di muraglie se libera rimanga la volont: e come anche meno, dell'et immatura e tenera, se mai ascolti i consigli di queste governanti dalla nera ed ampia tonaca monacale e dai bianchi e lunghi veli. Soltanto non so perch Leonora non mise maggiore impegno nel discolparsi e nel far comprendere al geloso marito come pura e innocente era rimasta in quel frangente.  che il turbamento le annod la lingua, e la fretta con la quale suo marito galopp alla morte non gliene dette il tempo.
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FINE Parte 1.